Costruttrice di mondi

Sono passati più di otto mesi e praticamente una vita intera da quando chiudevo l’intervista con Emanuela Valentini su Angeli di Plastica e il destino mi riporta, alla fine di tragiche vicende personali, a scrivere di nuovo di lei, dopo avere divorato in poco meno di un’ora il suo racconto Le fate di Nohram Manor su Robot n.81 appena ricevuto.

Mi ritrovo di fronte a un racconto a più piani, come spesso accade nelle storie di Emanuela, ma soprattutto a una narrazione centripeta. Nel senso che l’autrice riesce a creare un mondo persistente, tangibile, denso, materico, in cui il lettore cade e si ritrova a procedere, personaggio fra i personaggi, in una sorta di dimensione alternativa. Una stanza, una serie di stanze come se si trattasse di una pièce teatrale, in cui la storia vittoriana scurissima che ci viene proposta diventa allegoria di vita. Di tante vite.

Storia durissima, che non ci risparmia proprio nulla, non pensata per cuori teneri ma certamente per anime sensibili, in grado di sviluppare empatia per diversi personaggi: la coraggiosa e sfortunata April, l’indomita Lucille, il mostro Daniel. Un mondo che attira inesorabilmente, un buco nero che fa a pezzi l’anima del lettore, che si ritrova in un dedalo insanguinato in cui la donna domina come oggetto di prevaricazione e violenza, come insetto da schiacciare. Come vittima di un uomo che è vittima a sua volta. Senza speranza, senza assoluzione.

Fate come allegoria di femminilità tormentata: quante volte gli uomini pensano alla donna come a un’entità quasi magica? Quante volte questa corrente selvaggia di magia e vitalità finisce per essere imbrigliata e forzata in rapporti pesanti e senza futuro dove l’unica regola finisce per essere la violenza? E senza arrivare a questi estremi, quante volte, quanti uomini non si sono voluti rassegnare all’idea che le donne della loro vita fossero persone proprio come loro, desiderose di dignità e rispetto, e le hanno comunque snaturate sfruttando il loro amore, brutalizzandone l’anima? Il possesso che uccide l’amore.

Ci si chiede questo, scorrendo le pagine scritte con passione e rigore da Emanuela Valentini. Ci si chiede questo mentre si odia con tutto il cuore Daniel Lock, e lo si odia tanto più in quanto ci si riconosce in lui: almeno una volta, nella vita, una donna l’abbiamo fatta soffrire anche noi facendo leva sul suo amore. Manipolandola.

E l’uomo nero di questa favola, così archetipico da farci ricordare di Polifemo quando con un morso stacca la testa di una delle sventurate fate prigioniere, riesce perfino a farsi compatire e a evocare un dramma antico come l’uomo e le sue mitologie. Un dramma oscuro che ricorda per contrasto un altro dramma, quello dell’innocenza conculcata, degli umiliati e offesi, di Jean Valjean che ruba il pane e viene punito.

Qui la punizione è ancora più inesorabile in quanto il protagonista si perde nella malvagità che è il suo destino. Un tema classico della letteratura popolare, del feuilleton, del romanzo popolare ottocentesco, quella formula così cara a giganti come Victor Hugo, Emile Zola e Guy de Maupassant, e che Emanuela Valentini riesce a maneggiare così bene rendendocela credibile con un potente transfer di sentimento e rigore stilistico.

Narrazione a più piani, dunque, non solo storia, ma specchio e metafora. E tanti riferimenti di stile: il romanzo popolare francese ottocentesco, certo, ma anche la letteratura vittoriana con il suo sentore di nebbia e fango. Il nostro avatar ormai saldamente dentro il racconto riesce fisicamente a strizzare gli abiti intrisi di pioggia dei protagonisti, pesta i piedi nelle pozze che lasciano sul pavimento i loro stivali logori, si angoscia mentre vanno verso il loro destino in una dimora oscura e buia come l’inferno.

E spuntano suggestioni fantastiche: la casa di Lock è un po’ la casa di Frankenstein, con quei corridoi e quegli spazi che abbiamo conosciuto in Mary Shelley, ma anche quelle dimore da incubo che ci ha descritto Edgar Allan Poe. Siamo già pronti a scendere giù dabbasso, in quella cantina dove, ne siamo certi, un’anima in pena legata a un tavolo sta per essere sezionata da una scure fissata a un pendolo. Seguiamo con questa allucinazione il pellegrinaggio angoscioso di Lucille dentro la casa d’inferno e ci diciamo, l’ho già vista questa scena, nei piani sequenza di Alfred Hitchcock, quando seguivamo Kim Novak fuggire verso la cima del faro dove poi avrebbe incontrato il suo destino.

Tutto questo ci fa sperimentare l’autrice, ricorrendo a una prosa solida, essenziale, ma non per questo meno evocativa, spietata, dolce eppure durissima. Storie tremende come solo la vita vera può esserlo, man mano che si va avanti e questa ci logora erodendo una scorza di spensieratezza dietro l’altra. Finché non arrivano le coltellate: gli abusi sulla giovane April e il suo triste destino di donna coraggiosa in un secolo che non lo permette, la felicità impossibile di Lucille pazza del mostro, Lock – nomen omen – carceriere di se stesso prima ancora che delle sue vittime. Un personaggio che echeggia il dramma di Jekyll-Hyde, ancora un riferimento, quello al grande romanzo di Robert Louis Stevenson.

E poi gli squarci di ambientazione alla Jane Austen, le tre sorelle che discutono di uomini come in Orgoglio e pregiudizio, in un salotto talmente irreale da far pensare che dietro le pareti si agitino le creature improbabili dei mondi paralleli di China Miéville o le esagerazioni grottesche di Serge Brussolo. Weird, dunque, ma non tanto per gli archetipi e le metafore usate, quanto per l’atmosfera che rapisce. Un sogno dentro un altro sogno, il tuo sogno lettore, perché la favola narra di te, che sta dentro quello dell’autrice che racconta se stessa senza remore.

Onestà narrativa, allora. Costruzione. Disciplina. Evocare i grandi autori dell’Ottocento senza autocompiacimento, ma riuscendo nell’apparentemente impossibile compito di farci vedere il grande Victor Hugo che, quasi fosse cieco come Omero, ci racconta i suoi Miserabili muovendo pacato le mani, cercando visi e lineamenti da percorrere con le dita. L’incredulità del lettore che sfiora i personaggi con la mano dopo essere stato attirato nella storia diventa l’empatia dell’autore che accarezza i capelli di Lucille, che respira sul collo di April facendola quasi sussultare. Empatia. E amore, nel momento in cui capisci che l’autrice non ha fatto altro che costruire un mondo.

Un filo conduttore che non risparmia stupore e anche qualche dolore. Che come spesso dimentichiamo, sono il sale della vita.

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E Manu vola

 

m3E insomma eccoci qui, torniamo sul luogo del delitto. L’ultima volta avevo recensito proprio Angeli di Plastica; nel baratro di tempo che è passato ho avuto modo di conoscere meglio Emanuela Valentini e di pensare di approfondire qualche tema con lei. E dunque eccoci. E attenzione, non saremo brevi… 😉

Emanuela Valentini e’ di sicuro un’autrice atipica nel quadro del fantastico italiano. In primo luogo per la distanza davvero minima che sembra porre tra ciò che scrive e ciò che sente, così che narrare sembra essere per lei più un flusso di coscienza che una storia di struttura tradizionale; sia per la solarità che emerge nel suo pubblico da social, sempre estremamente aperto e mai musone. Insomma, come arrivare a un passo del premio Urania e non tirarsela minimamente. Sei d’accordo, Manu, con questo psicologismo da collega autore al momento in animazione sospesa?

Intanto ti ringrazio per avermi definito atipica, non mi è mai piaciuto essere tipica e in effetti mi riesce male, quando cerco di “tipicizzarmi” divento invisibile. Per quanto riguarda la genesi del mio essere autrice, non so capire se la fusione psicologica di cui parli dipenda dalla mia formazione o non magari da una propensione o sensibilità personali, ma per certo vivo davvero il narrare come flusso di coscienza anche laddove tenti di raccontare una storia che non abbia nulla a che vedere con me e con le mie esperienze personali. In ogni caso scrivo ciò che sento. Questa cosa, che da un lato può favorire la sfera emotiva degli scritti, dall’altro rischia di farmi ripetere sempre gli stessi schemi in storie tra di loro molto diverse e la prospettiva non mi aggrada. Sto lavorando al distacco, ma quello sano. Non credo sarei mai in grado di scrivere qualcosa su commissione. E per qualcosa intendo qualcosa di valido, che a scrivere qualcosa sono capaci tutti. O quasi.

Sono molto contenta anche del secondo punto che esprimi: io amo moltissimo la comunicazione per immagini, per slang, per provocazioni. Il social permette tutto questo e io ci sguazzo dentro con grande soddisfazione. Magari avessi avuto il social a quattordici anni, a quindici, a sedici: quando riempivo quaderni di storie macabre e poesie autodistruttive o magiche. Magari avessi avuto prima la possibilità di comunicare la mia vera me attraverso fotografie di foglie o selfie buffi, ma soprattutto attraverso la scrittura! Eeeeh, vabbè. Approfitto ora e recupero il tempo perso con un uso vivace del social che a qualcuno dà fastidio ma ai più invece piace e la cosa mi diverte tanto.

Arrivare a un passo dal Premio Urania alla prima botta (primo tentativo) e non tirarsela minimamente? Ho gioito, mi sono auto incensata un attimo ma sono troppo severa con me stessa per tirarmela, anche per una splendida finale ambita da tanti. E sono troppo abituata a incassare sconfitte per arrabbiarmi e fare i capricci se non vinco. Quindi, mio caro, mi trovi perfettamente d’accordo con il tuo psicologismo da collega in animazione sospesa. Lavoro in ospedale da almeno un decennio ormai; ho controllato la tua cartella clinica… forse non te ne sei accorto ma ti hanno dimesso da un pezzo. Vedo anche che non hai fratture alle dita, quindi puoi riprendere a scrivere ok?

Ok, ok, anche se, come diceva quello, è la capa ca nunn’è bbona… Comunque grazie, è bello sentirsi dire che si è sani. Ma torniamo a te: tutti che ti chiedono, ma Mei è Manu, ma fino a che punto, ma magari è Manu psicotica, ma dicci… A me pare tu abbia costruito un personaggio autonomo con qualche pirotecnia tutta tua, come fanno un po’ tutti gli scrittori. Ma amandola moltissimo. Giusto? 

Ma sì, ho costruito un personaggio autonomo e l’ho fatto involvere. In genere seguo uno schema parecchio classico circa l’arco esperienziale dei personaggi che alla fine capiscono meglio loro stessi e il mondo, migliorano, si redimono. Qui no. In Angeli di Plastica l’obiettivo era creare un personaggio che funzionasse all’inverso e cioè che riuscisse a dare progressivamente il peggio di sé nel corso della narrazione. Mentre scrivevo ho spesso avuto l’impressione di stare infarcendo Mei di un carattere violento del tutto gratuito, aspetto che poi, rileggendo si è smentito da sé. Ancora una volta, anche volendo esagerare, ho dato al personaggio tutte le attenuanti per il suo comportamento degenerante, cosa che in parte mi ha deluso perché l’intento iniziale era quello di creare un adorabile mostro ingestibile, dall’altra mi ha consolato perché in questo modo la storia ha assunto i connotati delle favole disperate, non solo quelli di un massacro annunciato. Mei è un personaggio dannato all’ennesima potenza, non posseduto da alcun demone se non dai propri squilibri affettivi e sociali. In fondo è una di noi. L’empatia con lei è stata da subito fortissima perché grazie a lei ho potuto sfogare rabbia sopita, delusione; reagire a roba del passato vissuta male, ho potuto vendicarmi di abusi mai assorbiti, ho avuto modo di mettere me e il lettore di fronte a quello che succede se ci si lascia andare. Se si supera la soglia. Lo so che non se ne sentiva il bisogno perché per farsi un’overdose di drama inconcepibile basta accendere i TG a qualsiasi orario, eppure è servito a me per canalizzare un flusso delusivo e alienante che mi stava divorando e ritrovare la grinta necessaria a ripartire. Mei mi ha di fatto aiutato a esorcizzare aspetti della mia emotività che trovano rimedio solo e soltanto nella scrittura, oltre ad avermi fatto divertire da matti.

Angeli di Plastica/Mei e’ scritto spesso di getto. Tu stessa ammetti di esserti lasciata prendere dai personaggi. Rischio insidiosissimo. Che ne pensi?

Sì, sì. Anche perché l’ho steso in un mese e mezzo o poco più. Più che scritto quel romanzo è stato vomitato, direi. Più che lasciata prendere la mano, però, mi sono fatta prendere il cuore. Gente come Tria avrebbe meritato una vita più dolce, normale: avrebbe meritato di andare a scuola e passare il pomeriggio in giardino con le amichette. Sauro, pure lui, non avrebbe forse meritato un’occasione? Lo avrei visto bene fare ingegneria o meglio ancora giurisprudenza all’Università. Ragazzo dall’intelligenza acuta e dal fortissimo senso della giustizia, avrebbe certo meritato di essere amato e curato. Dal suo canto Mei ha avuto dalla vita tutto sebbene a un costo altissimo. Il prezzo da pagare nel suo caso si è rivelato troppo al di sopra delle sue possibilità. La distruzione era inevitabile. North l’ho amato ma in maniera del tutto differente dagli altri: ho preferito serbare le distanze dalla sua sfera emotiva per mantenerne intatto il mistero profondo. L’ho dotato di una gelida dolcezza e di un universo interiore vastissimo e insondabile perché la storia, per la legge della compensazione, sentiva il bisogno di evadere dagli schemi brutali della trama e lui era l’unico personaggio utile allo scopo. Gli altri sono tutti attori, comparse più o meno importanti.

m4Nemmeno tu alla fine hai saputo però resistere alle amare chimere della distopia. Ma ragazzi, come mai vi piace così tanto il postapocalittico? 

La verità è che non avevo tempo per studiare un momento storico congeniale e un’ambientazione originale per la storia. Alla fine le dinamiche post apocalisse sono clichè sempre affascinanti e potenzialmente semplici da gestire dal narratore che non ha tempo. In questo caso ho dovuto fare una scelta e ho deciso di approfondire gli psicologismi dei personaggi principali a discapito dello sfondo socio politico che rimane volutamente sfocato.

Non sarà anche perché oggi il mondo sembra così apparentemente controllato, tutto a portata di app, che l’idea è di sedere sulla polveriera e voi, puff, provate a vedere come si starebbe dopo lo scoppio? 

Anche. A me la polveriera affascina da sempre. Ogni volta che mi approccio a una storia dallo sfondo esploso mi chiedo come vivano i personaggi, come si sentano dentro e quale sia la loro visione e percezione del mondo e soprattutto del futuro, se ce l’hanno. Alla fine non ce ne rendiamo conto ma tutte le nostre certezze scivolano su un filo molto sottile. Basterebbe un crash nel sistema informatico per mandare nel caos la nostra quieta normalità, figuriamoci l’apocalisse. E comunque è un argomento sempre pieno di sfumature interessanti soprattutto sui piani temporali. L’apocalisse può fare sprofondare l’umanità in un nuovo medioevo, in una nuova età primitiva e quindi in un già visto reinterpretabile oppure proiettare i sopravvissuti in situazioni ancora tutte da inventare. Evviva! Boom!

Ciò che ci porta al genere. Brutalmente, la sf italiana ha un futuro oppure ogni anno a Fiuggi si consuma l’ennesimo Mardi Gras del vorrei ma non posso? 

Io sto lavorando con chi già lo fa da tempo affinchè Fiuggi sia un vivaio di idee e di voci nuove, di progetti, di futuro. Del voglio e posso. Io lavoro per vedere il buon fantastico sugli scaffali delle librerie. Il genere esiste e non è sminuente come taluni credono o cercano di lasciare intendere. Non ci sono bei generi o brutti generi, esistono storie scritte bene e storie scritte male. Mi piace quando è utile a classificare, mi piace meno quando serve a svilire e bistrattare. Molto spesso negli ultimi anni mi sono trovata a rammaricarmi davanti a frasi tipo: “non pubblico fantastico” o “il fantastico non va, non vende” o ancora “no, la fantascienza non mi piace, non mi interesso di astronavi” e, anche, “i gialli non li capisco, preferisco roba più generica e filmica tipo i thriller”. EH?! Quanta ignoranza si nasconde dietro simili affermazioni? Come si fa a disprezzare un intero genere, peraltro a sua volta divisibile in numerosi sottogeneri come il fantastico? Come si fa a dichiarare pubblicamente su un social network (come ultimamente ha fatto un editorino che al mio dissentire mi ha bannato) che il fantastico italiano fa cagare e che è la vergogna della narrativa internazionale? Come si fa a dire: mi fa schifo la fantascienza: non so nulla di alieni e astronavi, come se alieni e astronavi fossero LA FANTASCIENZA? Il fantastico è un genere antico, potente e nobile. È letteratura sottile. Personalmente adoro i generi letterari, mi piace spaziare, mescolarli, studiarli. Resto esterrefatta di fronte a esternazioni tipo “noi si pubblica solo narrativa generale”, e che sarebbe ‘sta narrativa generale? Qual è la storia che non è ascrivibile in nessun genere? Devo ancora trovarla. E come mai se Ammaniti scrive “Anna” una storia chiaramente classificabile nel macrogenere della fantascienza, questa parola viene evitata come la peste dai giornali e il romanzo presentato come particolare, una favola, qualcosa di boh, diverso, nato da un capriccio dell’autore? No, è simply fantascienza. E diciamolo però.

Diciamolo, dai.

E come mai lui la può pubblicare nell’altissimo mondo delle big e autori che la scrivono da decenni, autori geniali che hanno dedicato la vita alla fantascienza sono a vendere i loro libri alle fiere, poco più che sconosciuti? E come mai la narrativa di genere che trovi in libreria è al 98% comprata all’estero? Le nostre case editrici non si fidano degli autori italiani? Non investono in noi, e perché? Ma ci conoscono? Ci cercano? Come mai da noi si aspettano la “narrativa generale”? E devo ancora capire come mai questa cosiddetta narrativa generale sembra essere la deriva più gettonata oggi negli ambienti letterari che “contano”, mentre la narrativa di genere (vera e propria fucina di storie e di voci) resta ghettizzata come materia per pochi, per fissati (grazie a questo razzismo acquisisce anche un peso specifico maggiore eh, una nota intellettuale che non sempre è reale ma spesso sì). Non è la storia che conta? Non sono le emozioni che suscita a fare la differenza? Non è la voce interessante di un autore a dover attrarre l’attenzione dell’editoria grossa? No. Oggi se vuoi avere una chance con case editrici big devi saper presentare la tua opera con furbizia, farla passare il più possibile per “normale”, per narrativa generale con qualche sfumatura di giallo o thriller ma non ti azzardare a metterci il surreale. Io questa deriva preferisco chiamarla con il proprio nome: narrativa da intrattenimento, e non avrebbe niente di cui vergognarsi se solo venisse dato spazio anche a qualcosa di diverso da fiori e api e amori che vanno e che vengono e bacchette di cannella. Se solo si potesse scegliere cosa e chi leggere. A tutti piace leggere il libretto leggero e divertente sotto l’ombrellone e forse per molti autori è anche divertente scriverle, le storie da ombrellone: peccato che oggi questo genere che spacciano per narrativa generale (da non confondersi con la vera narrativa e cioè Murakami, Roth, Benni, Baricco, sì, Baricco, lo stesso Cotroneo e molti altri) è quello che riempie per intero gli scaffali delle librerie nel reparto novità!

Stiamo arrivando al punto…

E a causa di questo impoverimento del livello si fa sempre più fatica a parlare persino di narrativa pop perché poi i conservatori pensano che gli vuoi propinare la storiella da ombrellone e invece tu stai solo cercando di trovare il giusto compromesso tra quella e Roth, appunto. Ma tra l’ombrellone e Roth oggi non ci trovi niente, perché la narrativa bella di genere in libreria non arriva mica e quindi sei costretto a scegliere tra il nulla patinato servito come l’esordio dell’anno e i grandissimi impegnativi. E che palle. È pressochè imposssibile oggi trovare in libreria qualcosa di nuovo che sia anche veramente valido e interessante da leggere tra i vari grandissimi e tra i classici intramontabili. Buono per gli ignoranti che leggono tre libri l’anno. Buono per gli esordientielli che cavalcano le onde del momento e che per puro caso si ritrovano sullo scaffale con un marchione sul petto e poi spariscono alla prima mareggiata. Mortale per i lettori affamati di belle storie e nuove voci che abbiano da dire qualcosa, non che propongano storielle copia incollate da altre che hanno avuto successo negli States. Ricordo che Neil Gaiman in Italia vende pochissimo e così romanzi particolari e intensi (non per forza iper impegnativi!) come Il Miniaturista o la ladra di libri che ha venduto migliaia di copie SOLO dopo l’uscita del film (peccato che il romanzo fosse uscito anni prima e passato in sordina), sempre più rari da trovare in libreria; trovo tutto questo assurdo, ma soprattutto trovo ridicolo che magnifici lavori di genere NOSTRANI, con nulla da invidiare agli stranieri stravenduti, in libreria non ci arriveranno mai. Prova a presentarti a una big con un magnifico romanzo sincero, di fantascienza o mystery o ghost story, e vedi come ti mandano a casa a passi lunghi e ben distesi. Presenta invece una storiellina TIPO quelle di John Green o TIPO Chocolat della Harris ma moooolto più diluita eh, o ancora TIPO Hunger Games o Maze Runner e vedi che forse una chance l’avrai. Questa è l’epoca del già visto e del già sentito. Se volete trovare l’originalità, il genio, l’invenzione, la ricerca, dovete frugare gli stand nelle fiere della piccola editoria e nelle convention di narrativa fantastica. Non è questione di genere, è questione di assenza totale di scouting serio e trascuratezza dei testi che, già banali, arrivano in libreria pure pieni di refusi. Che succede all’editoria italiana? Esiste ancora chi cerca belle storie o anche qui siamo su X Factor con le starlettine che hanno la durata di una stagione?

Sf in Italia significa anche il rapporto con un editore. Siamo sempre ai soliti pionieri o a tua scelta kamikaze, oppure si muove qualcosa? 

Ma in linea generale siamo sempre lì. Pochissimi pionieri kamikaze. Si resta in attesa di grossi partners che aprano spiragli al fantastico italiano facendo serie e accurate selezioni. Che dire? Speriamo bene.

La mia impressione è che fra te, Viscusi e Vietti, le tre V, andando in ordine crescente di età, almeno credo, qualcosa di nuovo ci sia eccome. Una scrittura che in qualche modo viva anche delle vostre, delle tue esperienze su rete? 

m7Mi rende felice essere compresa nella breve lista delle potenziali novità nel panorama nazionale. Io non dubito che vi siano voci interessantissime da approfondire e non nascondo che la tendenza negli ultimi lavori che ho letto sia quella di riportare nella narrativa i vizi e le virtù del mondo dei media, le contraddizioni generate dai social e in qualche maniera il potere del supporto tecnologico. Personalmente lo faccio, non come presa di posizione ma semplice ispirazione. In fondo è giusto; uno scrittore deve saper raccontare il proprio tempo, affondare la lama nei difetti e nelle cicatrici sociali e incensare quel poco di positivo che riesce a trovare, se c’è. Anche per questo ho ridotto la mia produzione di racconti steampunk. Adesso voglio parlare del presente.

Rete, luogo poco adatto alle persone sensibili. O sbaglio? 

Adattissimo, a mio avviso, nonostante esista il rischio, per talune personalità particolarmente fragili, di cadere in derive voyeuristiche e pseudo maniacali o di abuso e overdose del mezzo tecnologico. Io parlo da persona ipersensibile. Per me confrontarmi con una community virtuale è stato inzialmente traumatico ma poi la paura si è tradotta in entusiasmo da scoperta e in esplorazione di nuovi modi di comunicare non solo stati d’animo ma anche messaggi politici, etici, letterari, buffi fino a diventare parte integrante del mio lavoro di narratrice. Negli ultimi due anni il social è stato per me una famiglia allargata che spesso mi ha impedito di sentirmi isolata non solo nel vivere gli impegni legati alla narrativa ma anche a un livello più umano e personale. Sul social ho conosciuto alcune tra le persone che ho poi incontrato nella realtà e che oggi fanno parte della mia vita! Rispetto chi ancora guarda il social come una macchina del demonio e ricordo che c’è la misura per tutto, (hanno ragione, non bisogna diventare dipendenti blablabla – così ho fatto la mia parte socialmente utile). Non rispetto invece chi usa il social per scrivere cazzate dalla mattina alla sera, ecco, quella è l’interazione che nella vita reale come in quella virtuale non mi serve a niente.

Detto tra noi che non ci sente nessuno, paga di più dire sempre ciò che si pensa o fare il pescione in barile? 

Il pescione in barile campa sicuramente più a lungo e più facile dei nuotatori da fogna come me e te, Giampiè, parlamose chiaro. Ma a me di girare in cerchio dentro un barile non va per niente e, per dirla tutta, meno che mai di finire cotta in forno quando non servo più. Preferisco la schiettezza pericolosa della fogna, sicuramente ci incontri gente parecchio più interessante dei pescioni felicioni nei loro barili/teglie imburrate pronte a essere inserite a 200°. 180° se ventilato.

Torniamo alle belle lettere. Dobbiamo aspettarci uno stile diverso e magari più posato nel futuro? E per che cosa? 

Veramente l’eccezione è Angeli di Plastica. Io in genere non scrivo mica così. Chi ha trovato barocco Angeli di Plastica non ha idea dei picchi di lirismo che posso raggiungere nella mia prosa tradizionale. Sto lavorando per asciugare lo stile però eh, e per fare goal senza troppi virtuosismi in campo che sono tanto belli ma poi dicono che vuoi fare vedere quanto sei brava. Non sia mai!

Tu e Lorenzo Crescentini ci avete pure regalato una importante pubblicazione all’estero. Obiettivo perseguito scientemente o tentativo casuale? 

Che gioia! Obiettivo perseguito con impegno da Lorenzo che ha personalmente cercato contatti e tradotto la prima bozza del racconto scritto insieme. Da parte mia c’è stata una deliziosa assenza di iniziativa che ammetto senza pudore a favore di quelle personalità vincenti che hanno pensato bene di complimentarsi in privato con Lorenzo ma non con me. Però ho fatto riti propiziatori perché ci prendessero in Clarkesworld, eh, ma non so se questo vale.

Sf italiana all’estero: la storia di Mei potrebbe avere possibilità?

Secondo me sì! Devo trovare un traduttore e soprattutto i soldi per pagarlo, che quel romanzo è lunghissimo. In questo momento ho in traduzione Diesel Arcadia (Premio Robot) altra storia che vorrei vedere pubblicata su qualche bella rivistona estera! Yeah!

Hai mai pensato che potrebbe venirne fuori anche una splendida mini serie TV?

Sarebbe il massimo. E in questo senso non saprei come muovermi…

Tu sai benissimo che siamo gente che non se la prende per bazzecole del genere … Ahem… Ma ecco, a parte Tonani cui hai già detto di dovere molto, verso quale autore italiano di sf (possibilmente vivo e di cattivo carattere) pensi di poter essere debitrice di ispirazione? 

Autori italiani vivi con un pessimo carattere a cui devo molto in termini di ispirazione e motivazione? Facile: Giampietro Stocco e Fabio Carta.

Senza dimenticare personalità che lavorano nell’ambito della narrativa, amici, professionisti di grande competenza che hanno vivacizzato le mie esperienze con consigli e deduzioni: in particolare ringrazio Salvatore Proietti, Silvio Sosio, Sandrone Dazieri, Giorgio Raffaelli. Thanks!

Personalmente non amo molto il genere steampunk, ma la connotazione “sporca” (che certo si deve a Dario Tonani e che io preferisco definire “emozionale” ) che caratterizza la tua versione del genere e’ un qualcosa di diverso, che ci libera dalle tristissime fiere dei gentiluomini straordinari e dai troppi dirigibili gonfiati col gas naturale. Detto ciò dove e’ diretta l’aeronave di Manu?

Noooo io scrivo questo mio steampunk da prima di conoscere il Darione. Ho sempre dato allo steampunk una connotazione molto personale perché lo sento un genere che mi appartiene per qualche motivo a me sconosciuto: probabilmente in una vita precedente sono stata un’aeronauta come la mia Ophelia, o la redattrice di feuilleton in qualche rivista letteraria di fine Ottocento, chissà. O semplicemente da ragazzina mi sono drogata di Dickens, Verne e Conan Doyle.

Dove è diretta la mia aeronave? Bella domanda carica di nostalgia preventiva. Mi becchi nel bel mezzo di una virata che mi porterà probabilmente molto, molto lontano da questi siti, ma farò in modo di esserci, di fare tappa ogni tanto, di mantenere un filo diretto con il mio grande, infinito amore: il genere fantastico e chi, come me, lo apprezza e lo vive da lettore e ancora di più da narratore.

m8Grazie per l’ospitalità.

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Plastic people

bubu

Mi ero avvicinato ad Angeli di Plastica con un misto di curiosità e timore, perché avevo letto in passato altre cose di Emanuela Valentini, e avevo preso nota di due aspetti: da una parte l’apparente facilità di prosa che si risolve quasi in raffiche di parole, e dall’altra lo stream of consciousness che si avverte sotto, la sofferenza, la spremitura mentale che molti scrittori conoscono, la difficoltà o il patimento nel far uscire ciò che si vorrebbe uscisse. Una dicotomia non sempre fruttuosa, e spesso letale per un autore di genere, che si vorrebbe facesse attenzione più alle idee di base, alla trama, alla costruzione generale, piuttosto che allo stile. Curiosità aumentata esponenzialmente dalla collocazione del romanzo nella cinquina finale del premio Urania e dalla sua successiva pubblicazione per i tipi di Delos, oltre che dall’indubbia personalità dell’autrice.

Un romanzo che comincia bene: veloce, tagliente, una protagonista che si imprime nella mente, un’idea che si scopre non subito, ma abbastanza in tempo per distrarre da quelle che potrebbero sembrare magagne e di cui parlerò dopo: insomma, da qualche parte in questa città post apocalittica così simile a quella di Blade Runner, c’è qualcuno che stampa esseri viventi, con software e istruzioni provenienti da chissà dove. E uno di questi esseri così simili nel concetto di base all’aliena di A come Andromeda è ancora più particolare di quello che ci si potrebbe immaginare subito. Non dirò altro per non rovinare il gusto della scoperta, anche perché, diciamocelo: la trama è solo parte, e se proprio vogliamo nemmeno la più importante di questo romanzo.

Il nocciolo, il grosso, è la sofferenza. La sofferenza di Mei, ragazza così particolare, in cui con ogni evidenza si identifica Emanuela Valentini. Una protagonista appassionata, violenta, pura, maltrattata, selvaggia, spostata. Non è la prima volta che la letteratura di genere ci propone l’eroe/antieroe che opera in un contesto degradato, e che si degrada lui stesso – come accadrà – per raggiungere la sua epifania. Un classico, si potrebbe dire, al punto da considerare un atto di coraggio letterario quello di scegliere una soluzione già battuta da tanti autori.. Tuttavia qui il pregio sta nella spontaneità disarmante con cui avviene l’operazione. Emanuela Valentini riesce a essere credibile nell’ardua operazione della favola che narra di noi stessi. Si astrae dalla sua Mei quel tanto che basta per farci capire che il dolore della sua protagonista è il suo stesso dolore, ma senza esagerare troppo nell’autocompiacimento. Si mostra nel suo intimo senza curarsi troppo di chi stia a guardare, del resto qui, se non si fosse capito, si tratta di una seduta di autoanalisi.  Senza esagerare, appunto.

Senza esagerare troppo, per meglio dire. Perché qualche esagerazione c’è. Troppe parole, troppo racconto a descrivere l’azione, troppo pathos, specie nella seconda parte del romanzo, troppe sottolineature al neon per indicarci l’ovvio, fin quasi a farci intuire un finale che rischia di essere scontato. Del resto quando si racconta se stessi difficilmente si riesce a essere anche obiettivi. Ma pur coscienti dei limiti di questo romanzo, ne solleviamo lo sguardo piacevolmente stupiti, perché l’autrice è riuscita a farci arrivare alla fine voltando pagina su pagina e senza strappare mai un sorriso ironico.

Un’opera che sarebbe ingiusto giudicare dalla trama, si diceva, ma che va valutata come specchio sincero dell’autrice e conseguente consapevole tentativo di sfuggire alla scorciatoia solipsistica. Cadervi sarebbe stata questione di un attimo, e il romanzo si sarebbe perso in un gorgo inestricabile. Stilisticamente un interessante esperimento di linguaggio ridondante e fluviale, ma da questo punto di vista credo ci sia ancora molto da lavorare e da limare. Non è facile mettere d’accordo sperimentazione e genere, e spesso le opere più riuscite sono quelle dove non ti accorgi che l’autore sperimentava: penso a Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi e a Real Mars di Alessandro Vietti, che partono sornioni e poi ti trovi circondato di polifonie dissonanti e il micio da divano è diventato il gatto del Cheshire. E Alice cresce improvvisamente fino a dieci piedi d’altezza…

In Angeli di plastica la follia è molto meno controllata: la prosa è viscerale, il dialogo con l’altro sé è crudo e non ci risparmia nulla: fosse stato più asciutto e meno logorroico forse alcune rasoiate sarebbero state più efficaci e memorabili. Quel che conta però è il risultato: una protagonista da ricordare, un’idea forte. Non potente come con più mestiere sarebbe potuta essere, ma comunque forte e vivida, al punto da augurarsi che Emanuela ne abbia tante, di idee o pillole colorate nella sua scatola dei misteri. Anche perché a questo punto non vedo l’ora di assumere la prossima… 😉

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Il pensiero debole

imageAltri due mesi di stand-by ed ecco che la realtà irrompe a disturbare pensieri e a far riflettere sul senso del nostro oggi. Viviamo sicuramente dentro a una distopia, schiavi della nostra limitatezza e indifferenza, nell’attesa perenne di un qualcosa che ci svegli. Ma se non ci sveglia quanto accade, ora anche nelle nostre strade trasformate in edizioni ridotte ma comunque sanguinose della Beirut degli anni ’80, o delle attuali Baghdad o Damasco, cosa potrà mai svegliarci?

E’ vero. Ci accorgiamo della guerra solo quando questa lambisce il nostro mondo ricco e inconsapevole, ma già questa frase non è corretta. È di maniera. Sottende un complesso di colpa in cui almeno io non mi riconosco e che invece qualcuno vuole imporre, questo sì, come facile antidoto all’impotenza. Non posso farci nulla? No, posso prendermene la colpa e poi tornare alle mie attività quotidiane. Quasi come niente fosse.

Attenzione. Non sto dicendo che chi denuncia le cause, tutte economiche e sociali di un conflitto che si traveste da guerra di religione, sia in malafede. Tutt’altro. Sulle origini del male siamo praticamente d’accordo. È sulle responsabilità del medesimo male che divergiamo. Cerco di spiegarmi.

Giorni addietro si discuteva su FaceBook del dopo Nizza e del dopo Rouen. Per qualcuno anche definizioni di questo tipo sono ingannevoli: la guerra è guerra, orrida e mai giustificata né giustificabile. Muoiono alcune decine di europei (e non solo) tranciati da un Tir condotto da un fanatico? Muore un sacerdote sgozzato da altri fanatici? Che vuoi che sia, in Iraq e Siria ne ammazzano – ne ammazziamo – a milioni. Ci sta quasi bene, no? Una cosa vale l’altra. Noi ammazziamo loro, loro ammazzano noi. Tanto semini, tanto raccogli.

Un ragionamento crudo, ma tutto sommato non privo di una sua spiegazione, se si smette per un attimo di ragionare in termini eurocentrici. Più difficile appare giustificare questi “giustificatori” – ché i fanatici fanno il loro mestiere senza arretrare di un passo – quando si va alle motivazioni di chi colpisce nel mucchio.

Gia’ perché qui stiamo accettando il fatto che anziché individuare i modi in cui anzitutto difendersi dal terrorismo islamista – ma sarebbe lo stesso se si trattasse della non tanto diversa quanto a dissennatezza apocalisse zombie – noi si debba accettare la stessa idea che la barbarie, anziché ridursi laddove viene quotidianamente praticata – le autobombe in Medio Oriente, i fanatici suicidi, gli sgozzatori da spiaggia – venga omologata come conseguenza necessaria anche da noi. Così che alla fine si arriva al battimento del petto, al peana liberal finalizzato a prendersi la responsabilità, in quanto Occidente capitalista e sfruttatore, di tutti i mali del mondo. Poi tanto torneremo alle nostre occupazioni da borghesi benestanti, sicuri di non essere mai coinvolti dall’orrore. Finché con la famigliola al completo non ci troveremo al momento sbagliato in un mall di Sharm-el-Sheik, oppure semplicemente sulla Promenade des Anglaises.

Iperboli, ma nemmeno tanto, a parte, l’evidente rischio è abituarsi a tutto, accettare logiche del taglione da mondo antico, e applicare la riduzione ideologica della disperazione cieca che giustifica il massacro di 84 innocenti, oppure anche solo di un anziano inerme, oggi il prete di Rouen, ieri lo scomodo ebreo Klinghoffer che scopre la viltà del suo sequestratore sull’Achille Lauro e ne diventa ovviamente la vittima.

Attenzione ai termini: carnefici, viltà. Gli stessi che oggi parlano di “combattenti” per definire dei volgari tagliagole o codardi che mettono bombe nei mercati o psicopatici che si fanno esplodere su un bus pieno di gente innocente un tempo facevano netti distinguo tra chi metteva le bombe nei treni e nelle banche e chi azzoppava dirigenti d’azienda o massacrava scorte di politici di spicco.

Adesso anche questa frontiera è caduta: dipende dalle vittime e dai loro redditi o provenienze etniche. Un fanatico che sgozza un vecchio prete o un esaltato che alla guida di un Tir schiacci 84 persone può essere paragonato a un partigiano che se ne andò in montagna a combattere i nazisti.

Perche’ ciò che interessa è far passare un messaggio: gli USA o Israele oggi, responsabili (non unici, andrebbe ricordato) della Terza Guerra Mondiale che si è innescata in Medio Oriente, equivalgono ai nazisti di ieri. E dunque ogni mezzo e’ valido per combattere e soprattutto denigrare l’Antico Nemico Ideologico, compreso il terrorismo, compreso sdoganare modalità che fino a qualche tempo fa si bollavano come “strategia della tensione” o “fasciste” tout court.

Potenza dei media, dei social, dell’auto illusione di superiorità etica del radical chic, il cerchio e’ dunque completo, e si incornicia con quel caro vecchio tono da maestro di scuola che ti impartisce il fervorino: ma come l’etica del combattimento? Posa il libro fantasy che stai leggendo, la guerra e’ la guerra.

So’ tutti uguali avrebbe detto dunque Alberto Sordi?

E no che non sono tutti uguali. Chi massacrava i cittadini inermi di Marzabotto era un criminale. Chi e’ andato in montagna a combattere questi criminali e’stato un eroe. Come eroe e’ stato Guido Rossa trucidato dalle BR che aveva denunciato, eroi gli ebrei polacchi del Ghetto di Varsavia. Eroici i pochi campesinos che seguirono Guevara in Bolivia. Eroici Falcone e Borsellino vittime della mafia stragista. Esiste, ed esisterà sempre, la dimensione eroica della lotta di liberazione, faccia a faccia, col coraggio delle proprie idee.

Eroico, o anche solo comprensibile il pazzo di Nizza? Eroici, o anche solo teoricamente passibili di empatia o lontana giustificazione gli sgozzatori di Rouen? Ci vuole una totale incoscienza, o peggio, un palmo di pelo sullo stomaco solo a immaginare un sentimento o una riflessione che non sia il ribrezzo più assoluto per una viltà senza fine. Vile oggi chi impugna la mannaia del macellaio per poi nascondersi nell’ombra della normalità, esattamente come fu vile allora chi nascose una bomba in una stazione per poi magari andare al bar a giocare la schedina del Totocalcio.

orologio

 

 

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Sì, viaggiare. Nel tempo.

Di tre romanzlithicai volevo parlare oggi, recenti letture e fra loro molto diversi. Il primo mi riporta indietro di più di un anno. Lithica, di Alessio Brugnoli, premio Kipple nel 2014 è un seguito sui generis di quel Canto Oscuro che tanto mi piacque. Visto attraverso gli occhi dei suoi protagonisti, è un viaggio avventuroso fra velivoli steampunk, un’Europa alternativa fatta di nobili, avventure e quegli echi romani e papalini che tanto piacciono all’autore. Romanzo fatto di dettagli, angoli, panorami, citazioni e vedute, con due fortissime ispirazioni: Lovecraft – e anche un po’ di Poe – per l’impianto generale – senza trascurare un po’ di Segno del Comando – e Stephenson per la cura certosina dei particolari.

Tuttavia, proprio come Stephenson spesso si perde dietro al proprio complesso filo di pensiero, così fa Alessio, che si strugge dietro una gemma e poi dietro l’altra, e in questo modo si perde per strada anche il lettore. Francamente con una certa fatica sono riuscito ad arrivare a destino e a ricollegare tutti gli elementi di una trama per apprezzare la quale dovrò sicuramente rileggere tutto. Show, don’t tell, diceva quello, ed è proprio quanto è accaduto a Lithica: troppo raccontato, troppo filtrato, visto attraverso troppe lenti d’ingrandimento. Spassosa per me quella della coppia Beppe-Zerlina, binomio che si vede l’autore ama molto e in cui in parte forse si riconosce: il romano godereccio ma non solo che viene trascinato obtorto collo in un’avventura mirabolante, un po’ la versione capitolina del Passepartout che aiuta Phileas Fogg in questo Giro del mondo in 80 giorni che in fondo è la cifra di Lithica. Dimenticavo, omaggio commosso e riuscito anche a Jules Verne.

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Diversissimo, eppur simile, è l’altro premio Kipple, stavolta del 2015: Non ci sono dei oltre il tempo di Davide del Popolo Riolo. Avvocato cuneese con Roma dentro il cuore, Davide condivide con Alessio la passione per la città eterna. Ma come Brugnoli conosce ogni sampietrino dell’Urbe che fu e che sarebbe potuta essere, Davide dà del tu ai suoi protagonisti storici più famosi: Catone, Cicerone, Marco Antonio, Cleopatra, e soprattutto Giulio Cesare; quel Cesare che in De Bello Alieno fu il padre della svolta “steam” per le future insegne imperiali, e che qui invece è una creatura artificiale, manipolata da potenze oscure che guerreggiano tra loro per controllare il Tempo. Come tuttavia già in De Bello Alieno la parte meno soddisfacente del romanzo è secondo me proprio quella fantascientifica: lì i tripodi alla maniera di Wells che attaccano una Roma di cui sono gelosi. Ma perché mai gelosi, mi chiesi all’epoca, visto che era come per un essere umano ingelosirsi di un formicaio. Vero è che i bambini i formicai spesso li distruggono, ma questa è un’altra storia; tornando a quelle di Davide, in Non ci sono dei oltre il Tempo la parte meno convincente è questo sodalizio rissoso di entità che controllano il corso degli eventi e che lo influenzano. Già visto e già sentito anche questo, anche qui con una guerra tra armi fantascientifiche e armi magiche che alla fine risulta un po’ forzata.

Ma se questa parte un po’ delude, ciò che mi è piaciuto è l’ambientazione. Davide del Popolo Riolo è un grande conoscitore della Roma repubblicana e la sua Urbe puzzolente è così viva e materica che ci si possono mettere le mani dentro, senza meravigliarsi poi di sporcarsele e doversele lavare con la farina, alla maniera di chi il sapone ancora non lo conosceva. Insomma, un romanzo storico accuratissimo cui poi è stato cucito addosso un meno efficace vestito fantascientifico. Avendo letto il delizioso racconto Erasmo sull’intelligenza artificiale so che Davide può fare di molto meglio nel genere sf e quindi lo esorto a scegliere: o il romanzo storico, o la fiction di anticipazione: il cosiddetto “sandal punk” con i romani in treno a vapore, le astronavi, i tripodi o i Geni del Tempo poco ci azzecca, a miobinti avviso. A meno di non trovare una strada alla Crichton in Timeline, e allora ci siamo.

Dulcis in fundo, la migliore lettura di questo mese dopo Real Mars di Alessandro Vietti: Binti di Nnedi Okorafor. Premio Nebula quest’anno, porta alla ribalta un’autrice americana di origini nigeriane. Una scrittrice di grande immaginazione che esattamente come Alliette de Bodard porta il suo mondo, le sue tradizioni nella space opera. Una space opera che però è allucinata, cupa, come le creature aliene che popolano questo racconto lungo, e come oscuro e irto di fatica è il percorso che porta la protagonista a comunicare con questi esseri.

A fronte della banalità con cui spesso è stato trattato il possibile incontro/scontro fra l’umanità e le razze aliene la leggerezza disincantata e l’essenzialità di Okorafor stupiscono e incantano. La sospensione dell’incredulità si raggiunge senza nemmeno accorgersene, e ci si immerge in una vicenda dove il manufatto o l’estrusione aliena si fondono senza soluzione di continuità con il loro corrispondente africano, fino a mescolare anche fonemi e parole. Una parabola non solo sull’integrazione, ma sulla mancanza della stessa. Sulla solitudine e sulla comunicazione. Sull’umanità che non è tale. E alla fine ti accorgi che la favola, come sempre, non parla d’altri che di te.

 

 

 

 

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Marte, quello vero

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Era molto tempo, personalmente, che aspettavo un romanzo di Alessandro Vietti. Anzitutto perché lo conosco bene e perché ne apprezzo l’arguzia, quel guizzo di intelligenza critica e spiritosa, quella vivacità di indole che ti suggerisce l’imminenza di una considerazione interessante e mai banale. Ne avevo letto in passato sia Cyberworld che Il codice dell’invasore, e mi chiedevo quando avrebbe ripreso la penna in mano per una nuova avventura letteraria. Bè, eccomi servito. Real Mars è Vietti all’ennesima potenza, e anche di più. Un romanzo che è un’intuizione potente sul futuro della narrativa di anticipazione e nello stesso tempo una denuncia forte del mondo di oggi. Fin qui, qualcuno potrebbe dire, dov’è la novità? Esiste un copioso novero di autori della nuova e relativamente nuova onda che mettono insieme i due aspetti, la ricerca stilistico-letteraria nel genere fantastico e l’impegno più o meno marcato nella politica o nel sociale: Ian McDonald, Alistair Reynolds, China Miéville, Ted Chiang, Alliette De Bodard, Ann Leckie. E potrei andare avanti a lungo, magari perdendomi lungo la tangente del premio Hugo ormai stravolto dai Forconi rappresentati da Sad e Rabid Puppies, autori di destra stanchi di quella che a loro avviso è la dittatura del politically correct nel suddetto premio. Non del tutto a torto, ma questo è un altro film. O quasi.

Perché questa premessa? Perché Real Mars è fondamentalmente un romanzo di denuncia, e, quel che è più importante, sia pur scritto da un autore evidentemente collocato a sinistra, un romanzo non moralistico, non didascalico. Non siamo, cioè, di fronte all’ennesimo polpettone da parrocchia, all’ennesima storia lacrimevole che suggerisce, esplicitamente, o con accorgimenti retorici, quale sia, dopo le inevitabili autoflagellazioni, l’Unica Strada Possibile verso il progresso. Uno standard che nel passato più o meno recente ha contraddistinto un buon pezzo di fantascienza italiana. Quasi al punto che, considerata l’affilatura del coltello che Vietti alle volte sostituisce alla penna o alla tastiera, potremmo dire di non essere nemmeno davanti a un romanzo italiano di fantascienza.

Real Mars ci porta su Marte, quello vero, attraverso gli occhi e la lente di un reality show. La poltrona in copertina è già programmatica: in Italia, Paese di spettatori e, diciamolo, di guardoni, un’impresa epocale quale che sia si segue con la TV. Come fu per l’Apollo 11, ma anche meglio: piazzando nella Europe 1 una ridda di telecamere che trasformino l’astronave in una versione viaggiante della Casa del Grande Fratello, dove i quattro protagonisti, più che pensare alla missione, paiono piuttosto badare alle loro interazioni personali, a chi hanno lasciato a casa, a chi hanno trovato a bordo. E queste interazioni vengono seguite in tutto il mondo: Vietti ci dà sapientemente il tocco del Whole World Watching attraverso rapide pennellate di anonimi o quasi anonimi spettatori pescati mentre seguono lo show e ci danno lapidario conto delle loro esistenze: anche qui, in passate tanto veloci quanto precise, abbiamo una precisa idea della natura del mondo che segue la missione Europe 1 e dei suoi più o meno fortunati protagonisti.

Impossibile non fare spoiler, ma proviamoci: forse la parte più prevedibile del romanzo è quella finale, dove i protagonisti spaziali del gioco – ripeto, non vi sfuggano i ritratti di chi rimane sulla Terra – insorgono contro le regole del medesimo e, al culmine del dramma – perché c’è un dramma – compiono un sacrificio iconoclasta. Qui capiremo forse che il quid del romanzo stava non nella destinazione del viaggio descritto, ma nelle sue modalità e in come quel viaggio avrebbe cambiato i suoi protagonisti. E Marte, quello vero, diventa più una metafora, ciò che alla fine noi tutti amanti della fantascienza abbiamo preferito che fosse, piuttosto che il tangibile pianeta rosso su cui scorrono le ruote di Curiosity, o sul quale piantare una bandiera e, magari, trovare en passant anche la vita.

Dunque testo e metatesto, storia e metastoria, e soprattutto una chiave, che ci riporta nel vero spirito della narrativa di anticipazione: la conquista, o la riconquista dello spazio, se sarà, sarà affare delle majors commerciali, con tanto di brand pubblicitari a costellare gli scafi dei vascelli spaziali e a navigare sugli schermi di chi seguirà queste avventure in diretta, per mesi, come in un reality show. Agganciando se stesso e le proprie aspirazioni a questi nuovi eroi, proprio come accade oggi per l’Isola dei Famosi o per MasterChef. E queste vicende mirabolanti oscureranno tutto il resto, che vi si dissolverà come lacrime nella pioggia.

Più denuncia di così: il capitalismo di domani stravince, mettendo il suo sigillo sui nostri sogni e banalizzando le nostre vite vere in nome di una costruzione sceneggiata. Vince, sì, attenzione, ma – ecco il Vietti di lotta – solo finché glielo permettiamo. Romanzo di fantascienza, allora, certo, perché ci anticipa con intelligenza un futuro possibile. Romanzo sociale, perché ci proietta questo futuro sullo sconfortante presente che tutti conosciamo. Romanzo politico – e forse questa, per la sua prevedibilità è la parte meno solida – perché ci indica una via d’uscita. Romanzo affilato, asciutto, spietato.

Scusate se è poco di questi tempi di politically correct arcigno e dominante, di romanzi noiosi come elenchi del telefono cosparsi di zuccherosa melassa radical chic e moralismo d’accatto, di sessismo all’incontrario e sintassi piegata al capriccio di lobbies, di terzomondismo da boy scout che va per la prima volta all’estero col biglietto Interrail in mano, scopre l’iniquità dell’orbe e ci vessa con le sue inevitabili quanto semplicistiche parabole.

Scusate, soprattutto, se è poco che un romanzo italiano di fantascienza si emancipi dalle tagliole politiche, non ci elargisca nemmeno un luogo comune, ci risparmi il predicozzo e ci sappia regalare una vicenda degna di essere seguita fino all’ultima pagina. Applausi a scena aperta.

 

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Distopia, ohhh yeah…

Un lungo silenzio, quasi quattro mesi dall’ultimo mio contributo, adesso questo articolo che qui riporto in due parti, a firma di Francesco Gatti, comparso sulla rivista Left del 9 aprile scorso mi stuzzica qualche riflessione.

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Il pezzo è un’occasione preziosa per parlare della fantascienza italiana e indirettamente del suo stato. Non accade spesso, e perciò ne ringrazio l’autore. Altrove, all’estero, gli scrittori di fiction, speculativa ma anche no, vengono regolarmente interpellati su cosa pensano del futuro o anche del presente; in Italia in genere i giornalisti intervistano onanisticamente altri giornalisti oppure, con movenze da petting, politici o intellettuali diversamente attenti alle cose di casa nostra.

Questo di Gatti, attenzione, è però un articolo a chiave. Si parte da una considerazione di base: il presente fa abbastanza schifo, il futuro non potrà che essere peggio. Ed eccovi, signore e signori, servita la distopia che tanto di moda è in Italia, oserei dire da anni. Ricordo quasi con affetto gran parte della narrativa di Tullio Avoledo, dalla Ragazza di Vajont all0 Stato dell’Unione: un Paese senza, che finiva per diventare Paese dell’Apocalisse razzista e xenofoba. Non che quanto accade oggigiorno stia dando poi così torto allo scrittore di Pordenone, che da buon residente nell’estremo Nordest sapeva già molti anni fa di cosa parlava e seppe dunque predire certe pance oggi così barbaramente loquaci.

Invece di rigettare con nettezza quel sobollire mefitico, siamo qui quasi a bearci della fine imminente, quasi una nostalgia dell’ineluttabile. Più la cultura politica del commentatore lo spinge teoricamente verso il progresso, più in lei o in lui alligna questo orribile virus della rassegnazione al peggio. Non che io mi sfili. Ciò che vedo in giro non mi piace per nulla. Ma non per questo dico che l’Italia sia il Paese ributtante di cui parlano alcuni. In Austria si costruisce il vergognoso muro del Brennero, da noi ancora no. Da noi si accolgono, in misura insufficiente, è vero, e con paurosi tentennamenti, i migranti. Altrove la polizia li carica e li respinge. Altrove ronde nazionalistiche li intimoriscono. Qui non succede. Ancora no, almeno. L’Italia è da sempre fondamentalmente un Paese bloccato. Nell’eterna incertezza tra destra e sinistra prevale un corpus centrista che si definisce ora in un modo, ora in un altro. Con minimi spostamenti, per sopravvivere tutto tollera e un giorno dà un colpo al cerchio, un giorno un colpo alla botte. La maggioranza non rischia mai. Poi le ali, quelle sulla carta decise a tutto, dalla destra radicale e razzista a una sinistra radicale altrettanto pronta a dare alle ortiche tutto ciò che possa ricordare anche una teorica appartenenza che non sia ideologica. Nichilismi contrapposti, da cui non a caso, letterariamente, è uscita ed esce ancora una somma algebrica pari a zero. Se da questo zero emergerà prossimamente un valore o un disvalore, lo potrà dire, ne sono convinto, solo il tanto vituperato Movimento 5 Stelle, specie ora che la scomparsa del leader Gianroberto Casaleggio lo mette nella stessa posizione del PCI orfano di Berlinguer nel 1984. Ma sto divagando.

Torniamo alla storia del fantastico italiano, che ineluttabilmente si incrocia con la politica, avendo voluto fortemente autori ed editori del settore polarizzarsi in una direzione o in un’altra. Non da oggi vado scrivendo che proprio questa polarizzazione, lungi dall’aver beneficiato il genere, lo ha massacrato. Se oggi in Italia – fatte alcune eccezioni – non si leggono trame di sf o fantasy credibili la colpa è di chi ha preteso di fare della letteratura fantastica la palestra di palingenesi e/o polemiche politiche contrapposte. Oggigiorno il quadro è meno militarizzato di un tempo, ma il vizio d’origine rimane. Guai a parlare di letteratura d’evasione. No, la fantascienza italiana sarà politica o non sarà, e a ben guardare la prova sta proprio nell’articolo di Left.

Si parte da un assioma: l’autore italiano fantastico più illustre è Valerio Evangelisti. E dal pessimismo cosmico di Valerio Evangelisti derivano tutti gli altri pessimismi cosmici di autori che, fanno capire su Left, alla fine si schierano tutti sulla riva sinistra del fiume, aggiungo io a salmodiare il De Profundis per quell’assurdità in termini che per ogni intellettuale di sinistra che si rispetti è l’Italia. Per una certa sinistra parlare di Italia non ha senso, perché si identifica con i gagliardetti di Forza Nuova o con la trista vicenda dei marò. Insomma, tieni al tuo Paese? Sei un fascista. Sei un gauchista? Allora devi pensare che il luogo in cui tu vivi – ché parlare di tuo Paese sarebbe apologia di fascismo – sia destinato a crollare con tutto quello che lo rappresenta, iconografia, simboli, bandiera. Di qui l’esaltazione del genere distopico e di certe tirate moralistiche o didascaliche. L’esaltazione del sessismo all’incontrario di un’autrice come Ann Leckie. Il terzomondismo coi complessi di colpa di Bacigalupi, Reynolds, McDonald e dell’ultimo China Miéville.

Non siamo tutti così, certo. Ma in pochi siamo abbastanza coraggiosi o stufi da sbottare contro questi luoghi comuni, sfidando le damnationes memoriae di signori della guerra residuali, dei loro vassalli, valvassori e valvassini. Perché non si può tendere a una scrittura di genere che non sia necessariamente la descrizione delle nostre città come di un incubo perenne? Perché chi tenta di sfuggire a questo schema micidiale deve sentirsi dare, nel migliore dei casi, patenti di superficialità? Per quel maledetto conformismo in base al quale se il boss è un pessimista lucreziano – vedasi Evangelisti – gli epigoni che intendano essere credibili devono almeno tendere al Leopardi.

Ed ecco la rbu2agione del “domani da incubo” che ci propone Left come mondo tratteggiato dagli autori italiani di fantascienza. Personalmente, torno a dire, sarei anche più ottimista. A rannuvolare il mio orizzonte di nescio superficiale e come qualcuno mi definì, criptofascista, non certo la necessità di scimmiotare il mio eventuale boss di reparto, ma la sconfortante consapevolezza che di fronte al conformismo poco c’è da fare. O meglio, qualcosa ci sarebbe. Buttarla in caciara, come si dice a Roma. L’impero restaurato di Sandro Battisti, vincitore del Premio Urania dimostra con chiarezza che se si fa irruzione in una cristalleria con la mazza da baseball avvolta nel filo spinato, alle volte si può ottenere una standing ovation. E il vecchio Zoon un po’ la faccia da Negan ce l’ha. Chissà oltre ai servizi da tè buoni di destra e di sinistra quali capocce avrà ridotto in frantumi? Ce lo dirà la primavera.

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