Il pensiero debole

imageAltri due mesi di stand-by ed ecco che la realtà irrompe a disturbare pensieri e a far riflettere sul senso del nostro oggi. Viviamo sicuramente dentro a una distopia, schiavi della nostra limitatezza e indifferenza, nell’attesa perenne di un qualcosa che ci svegli. Ma se non ci sveglia quanto accade, ora anche nelle nostre strade trasformate in edizioni ridotte ma comunque sanguinose della Beirut degli anni ’80, o delle attuali Baghdad o Damasco, cosa potrà mai svegliarci?

E’ vero. Ci accorgiamo della guerra solo quando questa lambisce il nostro mondo ricco e inconsapevole, ma già questa frase non è corretta. È di maniera. Sottende un complesso di colpa in cui almeno io non mi riconosco e che invece qualcuno vuole imporre, questo sì, come facile antidoto all’impotenza. Non posso farci nulla? No, posso prendermene la colpa e poi tornare alle mie attività quotidiane. Quasi come niente fosse.

Attenzione. Non sto dicendo che chi denuncia le cause, tutte economiche e sociali di un conflitto che si traveste da guerra di religione, sia in malafede. Tutt’altro. Sulle origini del male siamo praticamente d’accordo. È sulle responsabilità del medesimo male che divergiamo. Cerco di spiegarmi.

Giorni addietro si discuteva su FaceBook del dopo Nizza e del dopo Rouen. Per qualcuno anche definizioni di questo tipo sono ingannevoli: la guerra è guerra, orrida e mai giustificata né giustificabile. Muoiono alcune decine di europei (e non solo) tranciati da un Tir condotto da un fanatico? Muore un sacerdote sgozzato da altri fanatici? Che vuoi che sia, in Iraq e Siria ne ammazzano – ne ammazziamo – a milioni. Ci sta quasi bene, no? Una cosa vale l’altra. Noi ammazziamo loro, loro ammazzano noi. Tanto semini, tanto raccogli.

Un ragionamento crudo, ma tutto sommato non privo di una sua spiegazione, se si smette per un attimo di ragionare in termini eurocentrici. Più difficile appare giustificare questi “giustificatori” – ché i fanatici fanno il loro mestiere senza arretrare di un passo – quando si va alle motivazioni di chi colpisce nel mucchio.

Gia’ perché qui stiamo accettando il fatto che anziché individuare i modi in cui anzitutto difendersi dal terrorismo islamista – ma sarebbe lo stesso se si trattasse della non tanto diversa quanto a dissennatezza apocalisse zombie – noi si debba accettare la stessa idea che la barbarie, anziché ridursi laddove viene quotidianamente praticata – le autobombe in Medio Oriente, i fanatici suicidi, gli sgozzatori da spiaggia – venga omologata come conseguenza necessaria anche da noi. Così che alla fine si arriva al battimento del petto, al peana liberal finalizzato a prendersi la responsabilità, in quanto Occidente capitalista e sfruttatore, di tutti i mali del mondo. Poi tanto torneremo alle nostre occupazioni da borghesi benestanti, sicuri di non essere mai coinvolti dall’orrore. Finché con la famigliola al completo non ci troveremo al momento sbagliato in un mall di Sharm-el-Sheik, oppure semplicemente sulla Promenade des Anglaises.

Iperboli, ma nemmeno tanto, a parte, l’evidente rischio è abituarsi a tutto, accettare logiche del taglione da mondo antico, e applicare la riduzione ideologica della disperazione cieca che giustifica il massacro di 84 innocenti, oppure anche solo di un anziano inerme, oggi il prete di Rouen, ieri lo scomodo ebreo Klinghoffer che scopre la viltà del suo sequestratore sull’Achille Lauro e ne diventa ovviamente la vittima.

Attenzione ai termini: carnefici, viltà. Gli stessi che oggi parlano di “combattenti” per definire dei volgari tagliagole o codardi che mettono bombe nei mercati o psicopatici che si fanno esplodere su un bus pieno di gente innocente un tempo facevano netti distinguo tra chi metteva le bombe nei treni e nelle banche e chi azzoppava dirigenti d’azienda o massacrava scorte di politici di spicco.

Adesso anche questa frontiera è caduta: dipende dalle vittime e dai loro redditi o provenienze etniche. Un fanatico che sgozza un vecchio prete o un esaltato che alla guida di un Tir schiacci 84 persone può essere paragonato a un partigiano che se ne andò in montagna a combattere i nazisti.

Perche’ ciò che interessa è far passare un messaggio: gli USA o Israele oggi, responsabili (non unici, andrebbe ricordato) della Terza Guerra Mondiale che si è innescata in Medio Oriente, equivalgono ai nazisti di ieri. E dunque ogni mezzo e’ valido per combattere e soprattutto denigrare l’Antico Nemico Ideologico, compreso il terrorismo, compreso sdoganare modalità che fino a qualche tempo fa si bollavano come “strategia della tensione” o “fasciste” tout court.

Potenza dei media, dei social, dell’auto illusione di superiorità etica del radical chic, il cerchio e’ dunque completo, e si incornicia con quel caro vecchio tono da maestro di scuola che ti impartisce il fervorino: ma come l’etica del combattimento? Posa il libro fantasy che stai leggendo, la guerra e’ la guerra.

So’ tutti uguali avrebbe detto dunque Alberto Sordi?

E no che non sono tutti uguali. Chi massacrava i cittadini inermi di Marzabotto era un criminale. Chi e’ andato in montagna a combattere questi criminali e’stato un eroe. Come eroe e’ stato Guido Rossa trucidato dalle BR che aveva denunciato, eroi gli ebrei polacchi del Ghetto di Varsavia. Eroici i pochi campesinos che seguirono Guevara in Bolivia. Eroici Falcone e Borsellino vittime della mafia stragista. Esiste, ed esisterà sempre, la dimensione eroica della lotta di liberazione, faccia a faccia, col coraggio delle proprie idee.

Eroico, o anche solo comprensibile il pazzo di Nizza? Eroici, o anche solo teoricamente passibili di empatia o lontana giustificazione gli sgozzatori di Rouen? Ci vuole una totale incoscienza, o peggio, un palmo di pelo sullo stomaco solo a immaginare un sentimento o una riflessione che non sia il ribrezzo più assoluto per una viltà senza fine. Vile oggi chi impugna la mannaia del macellaio per poi nascondersi nell’ombra della normalità, esattamente come fu vile allora chi nascose una bomba in una stazione per poi magari andare al bar a giocare la schedina del Totocalcio.

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Sì, viaggiare. Nel tempo.

Di tre romanzlithicai volevo parlare oggi, recenti letture e fra loro molto diversi. Il primo mi riporta indietro di più di un anno. Lithica, di Alessio Brugnoli, premio Kipple nel 2014 è un seguito sui generis di quel Canto Oscuro che tanto mi piacque. Visto attraverso gli occhi dei suoi protagonisti, è un viaggio avventuroso fra velivoli steampunk, un’Europa alternativa fatta di nobili, avventure e quegli echi romani e papalini che tanto piacciono all’autore. Romanzo fatto di dettagli, angoli, panorami, citazioni e vedute, con due fortissime ispirazioni: Lovecraft – e anche un po’ di Poe – per l’impianto generale – senza trascurare un po’ di Segno del Comando – e Stephenson per la cura certosina dei particolari.

Tuttavia, proprio come Stephenson spesso si perde dietro al proprio complesso filo di pensiero, così fa Alessio, che si strugge dietro una gemma e poi dietro l’altra, e in questo modo si perde per strada anche il lettore. Francamente con una certa fatica sono riuscito ad arrivare a destino e a ricollegare tutti gli elementi di una trama per apprezzare la quale dovrò sicuramente rileggere tutto. Show, don’t tell, diceva quello, ed è proprio quanto è accaduto a Lithica: troppo raccontato, troppo filtrato, visto attraverso troppe lenti d’ingrandimento. Spassosa per me quella della coppia Beppe-Zerlina, binomio che si vede l’autore ama molto e in cui in parte forse si riconosce: il romano godereccio ma non solo che viene trascinato obtorto collo in un’avventura mirabolante, un po’ la versione capitolina del Passepartout che aiuta Phileas Fogg in questo Giro del mondo in 80 giorni che in fondo è la cifra di Lithica. Dimenticavo, omaggio commosso e riuscito anche a Jules Verne.

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Diversissimo, eppur simile, è l’altro premio Kipple, stavolta del 2015: Non ci sono dei oltre il tempo di Davide del Popolo Riolo. Avvocato cuneese con Roma dentro il cuore, Davide condivide con Alessio la passione per la città eterna. Ma come Brugnoli conosce ogni sampietrino dell’Urbe che fu e che sarebbe potuta essere, Davide dà del tu ai suoi protagonisti storici più famosi: Catone, Cicerone, Marco Antonio, Cleopatra, e soprattutto Giulio Cesare; quel Cesare che in De Bello Alieno fu il padre della svolta “steam” per le future insegne imperiali, e che qui invece è una creatura artificiale, manipolata da potenze oscure che guerreggiano tra loro per controllare il Tempo. Come tuttavia già in De Bello Alieno la parte meno soddisfacente del romanzo è secondo me proprio quella fantascientifica: lì i tripodi alla maniera di Wells che attaccano una Roma di cui sono gelosi. Ma perché mai gelosi, mi chiesi all’epoca, visto che era come per un essere umano ingelosirsi di un formicaio. Vero è che i bambini i formicai spesso li distruggono, ma questa è un’altra storia; tornando a quelle di Davide, in Non ci sono dei oltre il Tempo la parte meno convincente è questo sodalizio rissoso di entità che controllano il corso degli eventi e che lo influenzano. Già visto e già sentito anche questo, anche qui con una guerra tra armi fantascientifiche e armi magiche che alla fine risulta un po’ forzata.

Ma se questa parte un po’ delude, ciò che mi è piaciuto è l’ambientazione. Davide del Popolo Riolo è un grande conoscitore della Roma repubblicana e la sua Urbe puzzolente è così viva e materica che ci si possono mettere le mani dentro, senza meravigliarsi poi di sporcarsele e doversele lavare con la farina, alla maniera di chi il sapone ancora non lo conosceva. Insomma, un romanzo storico accuratissimo cui poi è stato cucito addosso un meno efficace vestito fantascientifico. Avendo letto il delizioso racconto Erasmo sull’intelligenza artificiale so che Davide può fare di molto meglio nel genere sf e quindi lo esorto a scegliere: o il romanzo storico, o la fiction di anticipazione: il cosiddetto “sandal punk” con i romani in treno a vapore, le astronavi, i tripodi o i Geni del Tempo poco ci azzecca, a miobinti avviso. A meno di non trovare una strada alla Crichton in Timeline, e allora ci siamo.

Dulcis in fundo, la migliore lettura di questo mese dopo Real Mars di Alessandro Vietti: Binti di Nnedi Okorafor. Premio Nebula quest’anno, porta alla ribalta un’autrice americana di origini nigeriane. Una scrittrice di grande immaginazione che esattamente come Alliette de Bodard porta il suo mondo, le sue tradizioni nella space opera. Una space opera che però è allucinata, cupa, come le creature aliene che popolano questo racconto lungo, e come oscuro e irto di fatica è il percorso che porta la protagonista a comunicare con questi esseri.

A fronte della banalità con cui spesso è stato trattato il possibile incontro/scontro fra l’umanità e le razze aliene la leggerezza disincantata e l’essenzialità di Okorafor stupiscono e incantano. La sospensione dell’incredulità si raggiunge senza nemmeno accorgersene, e ci si immerge in una vicenda dove il manufatto o l’estrusione aliena si fondono senza soluzione di continuità con il loro corrispondente africano, fino a mescolare anche fonemi e parole. Una parabola non solo sull’integrazione, ma sulla mancanza della stessa. Sulla solitudine e sulla comunicazione. Sull’umanità che non è tale. E alla fine ti accorgi che la favola, come sempre, non parla d’altri che di te.

 

 

 

 

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Marte, quello vero

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Era molto tempo, personalmente, che aspettavo un romanzo di Alessandro Vietti. Anzitutto perché lo conosco bene e perché ne apprezzo l’arguzia, quel guizzo di intelligenza critica e spiritosa, quella vivacità di indole che ti suggerisce l’imminenza di una considerazione interessante e mai banale. Ne avevo letto in passato sia Cyberworld che Il codice dell’invasore, e mi chiedevo quando avrebbe ripreso la penna in mano per una nuova avventura letteraria. Bè, eccomi servito. Real Mars è Vietti all’ennesima potenza, e anche di più. Un romanzo che è un’intuizione potente sul futuro della narrativa di anticipazione e nello stesso tempo una denuncia forte del mondo di oggi. Fin qui, qualcuno potrebbe dire, dov’è la novità? Esiste un copioso novero di autori della nuova e relativamente nuova onda che mettono insieme i due aspetti, la ricerca stilistico-letteraria nel genere fantastico e l’impegno più o meno marcato nella politica o nel sociale: Ian McDonald, Alistair Reynolds, China Miéville, Ted Chiang, Alliette De Bodard, Ann Leckie. E potrei andare avanti a lungo, magari perdendomi lungo la tangente del premio Hugo ormai stravolto dai Forconi rappresentati da Sad e Rabid Puppies, autori di destra stanchi di quella che a loro avviso è la dittatura del politically correct nel suddetto premio. Non del tutto a torto, ma questo è un altro film. O quasi.

Perché questa premessa? Perché Real Mars è fondamentalmente un romanzo di denuncia, e, quel che è più importante, sia pur scritto da un autore evidentemente collocato a sinistra, un romanzo non moralistico, non didascalico. Non siamo, cioè, di fronte all’ennesimo polpettone da parrocchia, all’ennesima storia lacrimevole che suggerisce, esplicitamente, o con accorgimenti retorici, quale sia, dopo le inevitabili autoflagellazioni, l’Unica Strada Possibile verso il progresso. Uno standard che nel passato più o meno recente ha contraddistinto un buon pezzo di fantascienza italiana. Quasi al punto che, considerata l’affilatura del coltello che Vietti alle volte sostituisce alla penna o alla tastiera, potremmo dire di non essere nemmeno davanti a un romanzo italiano di fantascienza.

Real Mars ci porta su Marte, quello vero, attraverso gli occhi e la lente di un reality show. La poltrona in copertina è già programmatica: in Italia, Paese di spettatori e, diciamolo, di guardoni, un’impresa epocale quale che sia si segue con la TV. Come fu per l’Apollo 11, ma anche meglio: piazzando nella Europe 1 una ridda di telecamere che trasformino l’astronave in una versione viaggiante della Casa del Grande Fratello, dove i quattro protagonisti, più che pensare alla missione, paiono piuttosto badare alle loro interazioni personali, a chi hanno lasciato a casa, a chi hanno trovato a bordo. E queste interazioni vengono seguite in tutto il mondo: Vietti ci dà sapientemente il tocco del Whole World Watching attraverso rapide pennellate di anonimi o quasi anonimi spettatori pescati mentre seguono lo show e ci danno lapidario conto delle loro esistenze: anche qui, in passate tanto veloci quanto precise, abbiamo una precisa idea della natura del mondo che segue la missione Europe 1 e dei suoi più o meno fortunati protagonisti.

Impossibile non fare spoiler, ma proviamoci: forse la parte più prevedibile del romanzo è quella finale, dove i protagonisti spaziali del gioco – ripeto, non vi sfuggano i ritratti di chi rimane sulla Terra – insorgono contro le regole del medesimo e, al culmine del dramma – perché c’è un dramma – compiono un sacrificio iconoclasta. Qui capiremo forse che il quid del romanzo stava non nella destinazione del viaggio descritto, ma nelle sue modalità e in come quel viaggio avrebbe cambiato i suoi protagonisti. E Marte, quello vero, diventa più una metafora, ciò che alla fine noi tutti amanti della fantascienza abbiamo preferito che fosse, piuttosto che il tangibile pianeta rosso su cui scorrono le ruote di Curiosity, o sul quale piantare una bandiera e, magari, trovare en passant anche la vita.

Dunque testo e metatesto, storia e metastoria, e soprattutto una chiave, che ci riporta nel vero spirito della narrativa di anticipazione: la conquista, o la riconquista dello spazio, se sarà, sarà affare delle majors commerciali, con tanto di brand pubblicitari a costellare gli scafi dei vascelli spaziali e a navigare sugli schermi di chi seguirà queste avventure in diretta, per mesi, come in un reality show. Agganciando se stesso e le proprie aspirazioni a questi nuovi eroi, proprio come accade oggi per l’Isola dei Famosi o per MasterChef. E queste vicende mirabolanti oscureranno tutto il resto, che vi si dissolverà come lacrime nella pioggia.

Più denuncia di così: il capitalismo di domani stravince, mettendo il suo sigillo sui nostri sogni e banalizzando le nostre vite vere in nome di una costruzione sceneggiata. Vince, sì, attenzione, ma – ecco il Vietti di lotta – solo finché glielo permettiamo. Romanzo di fantascienza, allora, certo, perché ci anticipa con intelligenza un futuro possibile. Romanzo sociale, perché ci proietta questo futuro sullo sconfortante presente che tutti conosciamo. Romanzo politico – e forse questa, per la sua prevedibilità è la parte meno solida – perché ci indica una via d’uscita. Romanzo affilato, asciutto, spietato.

Scusate se è poco di questi tempi di politically correct arcigno e dominante, di romanzi noiosi come elenchi del telefono cosparsi di zuccherosa melassa radical chic e moralismo d’accatto, di sessismo all’incontrario e sintassi piegata al capriccio di lobbies, di terzomondismo da boy scout che va per la prima volta all’estero col biglietto Interrail in mano, scopre l’iniquità dell’orbe e ci vessa con le sue inevitabili quanto semplicistiche parabole.

Scusate, soprattutto, se è poco che un romanzo italiano di fantascienza si emancipi dalle tagliole politiche, non ci elargisca nemmeno un luogo comune, ci risparmi il predicozzo e ci sappia regalare una vicenda degna di essere seguita fino all’ultima pagina. Applausi a scena aperta.

 

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Distopia, ohhh yeah…

Un lungo silenzio, quasi quattro mesi dall’ultimo mio contributo, adesso questo articolo che qui riporto in due parti, a firma di Francesco Gatti, comparso sulla rivista Left del 9 aprile scorso mi stuzzica qualche riflessione.

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Il pezzo è un’occasione preziosa per parlare della fantascienza italiana e indirettamente del suo stato. Non accade spesso, e perciò ne ringrazio l’autore. Altrove, all’estero, gli scrittori di fiction, speculativa ma anche no, vengono regolarmente interpellati su cosa pensano del futuro o anche del presente; in Italia in genere i giornalisti intervistano onanisticamente altri giornalisti oppure, con movenze da petting, politici o intellettuali diversamente attenti alle cose di casa nostra.

Questo di Gatti, attenzione, è però un articolo a chiave. Si parte da una considerazione di base: il presente fa abbastanza schifo, il futuro non potrà che essere peggio. Ed eccovi, signore e signori, servita la distopia che tanto di moda è in Italia, oserei dire da anni. Ricordo quasi con affetto gran parte della narrativa di Tullio Avoledo, dalla Ragazza di Vajont all0 Stato dell’Unione: un Paese senza, che finiva per diventare Paese dell’Apocalisse razzista e xenofoba. Non che quanto accade oggigiorno stia dando poi così torto allo scrittore di Pordenone, che da buon residente nell’estremo Nordest sapeva già molti anni fa di cosa parlava e seppe dunque predire certe pance oggi così barbaramente loquaci.

Invece di rigettare con nettezza quel sobollire mefitico, siamo qui quasi a bearci della fine imminente, quasi una nostalgia dell’ineluttabile. Più la cultura politica del commentatore lo spinge teoricamente verso il progresso, più in lei o in lui alligna questo orribile virus della rassegnazione al peggio. Non che io mi sfili. Ciò che vedo in giro non mi piace per nulla. Ma non per questo dico che l’Italia sia il Paese ributtante di cui parlano alcuni. In Austria si costruisce il vergognoso muro del Brennero, da noi ancora no. Da noi si accolgono, in misura insufficiente, è vero, e con paurosi tentennamenti, i migranti. Altrove la polizia li carica e li respinge. Altrove ronde nazionalistiche li intimoriscono. Qui non succede. Ancora no, almeno. L’Italia è da sempre fondamentalmente un Paese bloccato. Nell’eterna incertezza tra destra e sinistra prevale un corpus centrista che si definisce ora in un modo, ora in un altro. Con minimi spostamenti, per sopravvivere tutto tollera e un giorno dà un colpo al cerchio, un giorno un colpo alla botte. La maggioranza non rischia mai. Poi le ali, quelle sulla carta decise a tutto, dalla destra radicale e razzista a una sinistra radicale altrettanto pronta a dare alle ortiche tutto ciò che possa ricordare anche una teorica appartenenza che non sia ideologica. Nichilismi contrapposti, da cui non a caso, letterariamente, è uscita ed esce ancora una somma algebrica pari a zero. Se da questo zero emergerà prossimamente un valore o un disvalore, lo potrà dire, ne sono convinto, solo il tanto vituperato Movimento 5 Stelle, specie ora che la scomparsa del leader Gianroberto Casaleggio lo mette nella stessa posizione del PCI orfano di Berlinguer nel 1984. Ma sto divagando.

Torniamo alla storia del fantastico italiano, che ineluttabilmente si incrocia con la politica, avendo voluto fortemente autori ed editori del settore polarizzarsi in una direzione o in un’altra. Non da oggi vado scrivendo che proprio questa polarizzazione, lungi dall’aver beneficiato il genere, lo ha massacrato. Se oggi in Italia – fatte alcune eccezioni – non si leggono trame di sf o fantasy credibili la colpa è di chi ha preteso di fare della letteratura fantastica la palestra di palingenesi e/o polemiche politiche contrapposte. Oggigiorno il quadro è meno militarizzato di un tempo, ma il vizio d’origine rimane. Guai a parlare di letteratura d’evasione. No, la fantascienza italiana sarà politica o non sarà, e a ben guardare la prova sta proprio nell’articolo di Left.

Si parte da un assioma: l’autore italiano fantastico più illustre è Valerio Evangelisti. E dal pessimismo cosmico di Valerio Evangelisti derivano tutti gli altri pessimismi cosmici di autori che, fanno capire su Left, alla fine si schierano tutti sulla riva sinistra del fiume, aggiungo io a salmodiare il De Profundis per quell’assurdità in termini che per ogni intellettuale di sinistra che si rispetti è l’Italia. Per una certa sinistra parlare di Italia non ha senso, perché si identifica con i gagliardetti di Forza Nuova o con la trista vicenda dei marò. Insomma, tieni al tuo Paese? Sei un fascista. Sei un gauchista? Allora devi pensare che il luogo in cui tu vivi – ché parlare di tuo Paese sarebbe apologia di fascismo – sia destinato a crollare con tutto quello che lo rappresenta, iconografia, simboli, bandiera. Di qui l’esaltazione del genere distopico e di certe tirate moralistiche o didascaliche. L’esaltazione del sessismo all’incontrario di un’autrice come Ann Leckie. Il terzomondismo coi complessi di colpa di Bacigalupi, Reynolds, McDonald e dell’ultimo China Miéville.

Non siamo tutti così, certo. Ma in pochi siamo abbastanza coraggiosi o stufi da sbottare contro questi luoghi comuni, sfidando le damnationes memoriae di signori della guerra residuali, dei loro vassalli, valvassori e valvassini. Perché non si può tendere a una scrittura di genere che non sia necessariamente la descrizione delle nostre città come di un incubo perenne? Perché chi tenta di sfuggire a questo schema micidiale deve sentirsi dare, nel migliore dei casi, patenti di superficialità? Per quel maledetto conformismo in base al quale se il boss è un pessimista lucreziano – vedasi Evangelisti – gli epigoni che intendano essere credibili devono almeno tendere al Leopardi.

Ed ecco la rbu2agione del “domani da incubo” che ci propone Left come mondo tratteggiato dagli autori italiani di fantascienza. Personalmente, torno a dire, sarei anche più ottimista. A rannuvolare il mio orizzonte di nescio superficiale e come qualcuno mi definì, criptofascista, non certo la necessità di scimmiotare il mio eventuale boss di reparto, ma la sconfortante consapevolezza che di fronte al conformismo poco c’è da fare. O meglio, qualcosa ci sarebbe. Buttarla in caciara, come si dice a Roma. L’impero restaurato di Sandro Battisti, vincitore del Premio Urania dimostra con chiarezza che se si fa irruzione in una cristalleria con la mazza da baseball avvolta nel filo spinato, alle volte si può ottenere una standing ovation. E il vecchio Zoon un po’ la faccia da Negan ce l’ha. Chissà oltre ai servizi da tè buoni di destra e di sinistra quali capocce avrà ridotto in frantumi? Ce lo dirà la primavera.

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Cambiare idea. Ma anche no

imperatoreLo confesso, prima di iniziare a scrivere questo post mi vergognavo un po’. Un po’ perché fare il bilancio di un anno di rimuginamenti e borborigmi mentali mi è sempre apparso futile e autoreferenziale. Un po’ perché ammetto di essere schiavo della mia ostinazione, che spesso cerco di spacciare per coerenza. Insomma, scrivere di avere cambiato idea su alcuni caposaldi di quest’anno a me, Prometeo ipotetico, appariva un po’ come abiurare a degli imperativi esistenziali e quindi trasformarmi in un più banale Don Abbondio. Poi, però, mi sono detto, ma chi se ne frega per davvero, i problemi della vita sono ben altri che perdere ipoteticamente una faccia ancor più ipotetica, se mai effettivamente esistita. Lasciamo queste preoccupazioni ai malati di fighismo. E ordunque.

thCominciamo con quello che è forse il romanzo più discusso dell’ultimo trimestre, quell’Impero Restaurato di Sandro Battisti che all’autore deve continuare a fruttare dei ronzii auricolari e dei tinniti niente male. Recensioni sarcastiche sui social, battute al limite della caserma su certe discutibili scelte stilistiche o ideologiche, il tutto che forse si può sintetizzare nell’ammirevole contributo che qui vi linko. Anch’io, confesso, pubblicano tra i pubblicani, fariseo tra i farisei, mi unii alla lapidazione, invocando il test di Bechdel per il Battisti che ci propone una protagonista femminile, l’imperatrice Teodora moglie di Giustiniano, schiava del sesso elefantiaco dell’altro protagonista imperiale, il Connettivo Totka, il nephilim che si esprime come Vittorio Gassman o Carmelo Bene quando recitavano Dante o come Thor quando parla in runico.

Sbagliavo. Signore e signori, lo ammetto. Ma come ho fatto, o Candide redivivo,  a non capire che il vero bambino che indica le nudità dell’Imperatore vestito di nuovo è proprio quel Battisti che nel 2015 ci propone un romanzo volutamente provocatorio, illeggibile, sessista, pompier, autoreferenziale, marinettiano, ombelicale? Proprio come fece il grandissimo Lou Reed con Metal Machine Music tanti anni fa: alla faccia dei critici americani che lo massacravano comunque, proporre un pastiche, un blob di suoni inascoltabile. Beccatevi questo e adesso analizzatevelo un po’. Così ha fatto Battisti, destinando la sua opera a tutti i nasini storti della sf italiana, per provare che basta una provocazione ben congegnata – e la sua lo è davvero – per svettare sopra un panorama di miserevoli macerie. E onore a Giuseppe Lippi, che tale grido di orgoglio e dolore ha raccolto e – non lapidatemi! – giustamente premiato. Di meno si comprende l’associazione de l’Impero Restaurato al più convenzionale Bloodbusters dell’ottimo Francesco Verso, ma la sf italiana oggi è così: qualche buon autore, a tratti anche qualche ottimo autore e poi il deserto, sul quale si pianta il fulgido vessilo di Battisti, che a questo punto può davvero assurgere a caposaldo storico del genere, proprio come quelle quattro facciate di rumore puro confezionate da Lou Reed o l’ancor più discusso Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Una preghiera: nell’approcciare L’Impero Restaurato fate come me: a un certo punto mettete da parte l’irrefrenabile voglia di pernacchia che vi darà e trasformatela in stimolo, in solletico: siate un po’ zen, vi divertirà un mondo. A un certo punto, se sarete in pace con voi stessi e l’universo, vi sembrerà di girare qualche pagina del vecchio Frigidaire, con un Totka che a tratti assomiglia parecchio a RanXerox.

Primo petalo strappato, primo debito d’onore saldato.

ancillary_1b8a3367be3348eb1c36a41bd0e8c2563decdbfa-s6-c30E adesso veniamo al secondo petalo, che per me vale un’intera fioriera: il ciclo ancillare di Ann Leckie. Altro pasticcio pressoché illeggibile, e con in più la presunzione, assente in Battisti, di volerci fare una morale gender facendoci guardare a uomini e donne con gli occhi di una IA, per l’appunto un’intelligenza che non riesce a distinguere tra i sessi dei suoi interlocutori, perché per essa la differenza è irrilevante. Non ho bisogno del predicozzo politically correct, mi sono detto subito, irrigidendomi come mio costume di fronte a quella che spesso mi appare come aggressività esterna.

Insomma, mi attacchi e mi catechizzi? Manco mi conosci e mi dai (quasi) dell’omofobo? E io ti prendo a calci nel sedere. Di qui la mia avversione a pelle per Leckie e tutti coloro che le sono andati dietro entusiasti nel commentare, oh, sì, ancora, ancora, dateci altri periodi incomprensibili in cui ti perdi fra soggetto, io narrante, punto di vista, uso del pronome accusativo e altre futilità della lingua inglese come di quella italiana. Che importanza ha? L’essenziale è far passare il concetto che il nostro mondo, specie quello italiano, è anni luce indietro rispetto all’uguaglianza dei sessi e che un romanzo di space opera finalmente rompa questo velo proponendo eroi la cui collocazione nella sfera dei generi vada sovvertita. Se ti piacerà il ciclo ancillare della Leckie, sarai insomma un vero progressista e soprattutto un figo. L’equazione del figo-comunismo insomma per me era completa. Non capivo il genio della Leckie, ero fuori dai giochi e mi si poteva pure criticare per passatismo e conservatorismo, rimettendomi allegramente in quel ghetto dove qualcuno mi aveva cacciato quando osai scrivere romanzi ucronici sul fascismo.

Sensibilizzato da questo trattamento, lo ammetto, mea culpa, errai nel giudicare solo politically correct Ann Leckie. Non allo stesso livello del pirotecnico Battisti, l’autrice americana cerca convinta la provocazione, ma soprattutto la sperimentazione. Potrà essere pesante, ma lo sforzo letterario c’è, trovare una via per descrivere il punto di vista di un’intelligenza non umana. E questa, signori, è fantascienza. Una sfida che non riesce sempre, d’accordo, il romanzo è pesante, pretenzioso, a tratti strizza l’occhio a una Lois McMaster Bujold che di certo era più convenzionale ma molto più abituata a una narrazione diretta, accattivante e soprattutto non ideologizzata.

E tuttavia con questi petali-fioriera sono arrivato a una conclusione: che se Battisti parla una lingua che, sia pur a condizione di ascendere all’Empireo, a tratti la mia modesta sospensione dell’incredulità può consentirmi di comprendere per assonanze – un po’ come un remigino può sillabare l’Ulisse di Joyce – Ann Leckie tenta di costruire una lingua mai parlata dal genere sf; operazione che sposta il livello del ciclo ancillare su un piano letterario completamente diverso. Sforzo immane quello di entrambi gli autori, insomma, creare un collegamento fra cultura alta e letteratura popolare e proprio per questo da segnalare come squillo significativo di questo 2015, altrimenti davvero noioso per gli appassionati del genere che ci piace di più.

Dimenticami-Trovami-Sognami-Cop-663x900Con un’eccezione, che però per me è fuori tema oggi perché non ho mai cambiato idea su questo romanzo: Dimenticami, Trovami, Sognami di Andrea Viscusi, opera complessa e insieme semplice, piccolo grande capolavoro dickiano ed eganiano della fantascienza italiana, che avrebbe bisogno di una traduzione adeguata per conquistare finalmente il successo internazionale che merita.

Come ogni margherita sfogliata che si rispetti, rimane però un unico petalo superstite che spero di sfogliare prima o poi: con Giovanni De Matteo ci siamo lasciati proprio male. Un po’ per colpa mia, torno ad ammetterlo, sono un rissoso e un rigido su alcune questioni che mi paiono di principio, e certi suoi toni e atteggiamenti mi sembrano tuttora ben sopra le righe. Colpa mia, dunque, quella di stare sempre alla ricerca del pelo nell’uovo, troppo animus pugnandi, di sicuro, ma colpa anche un po’ sua, forse, se ci rileggiamo a mente fredda ciò che fu scritto giusto un annetto fa, compresi certi suoi giudizi un po’ paternalistici e addirittura la “damnatio memoriae” che si può trovare tra i commenti di questo articolo. Ma chissà, magari un giorno si riuscirà di nuovo a comunicare in modo tranquillo e sereno, facendo entrambi qualche passo indietro.

Insomma, un anno denso di letture, pareri, opinioni, riflessioni. Nella certezza, mai abiurata, che alla fine solo storie scriviamo e solo di storie parliamo. Nessuno si offenda, e buon anno.

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Lasciare il segno

imageMi imbatto twittando in questo articolo dell’Espresso, leggo e trasecolo. La prima che mi viene da dire, la mando all’uccellino social e scrivo bè, mentre noi pensiamo a sopravvivere alla psicosi della barba lunga, in Siria si pensa a sopravvivere e basta.

Non è la prima volta che succede, non sarà purtroppo l’ultima. L’Espresso, testata per altri motivi benemerita, dagli anni ’70 in poi ha sviluppato questa coté fatua e radical chic, come si sarebbe detto allora, attenta alle mode e al loro intersecarsi con i fatti, anche dolorosi, di ogni giorno.

Niente di male, verrebbe da dire, niente di male se i tempi non fossero cambiati, e a furia di sdrammatizzare ogni cosa si stia finendo per togliere il legittimo pathos a ogni cosa.

thIl cadavere di un bimbo si spiaggia in Turchia? Tutti a condividere immagine – prima di tutto, ovviamente – e poi il cordoglio, e in contemporanea parte la salva di contributi da parte dell’intellighenzia di Twitter, pseudonimi marinettiani o dannunziani che fanno pure giochi di parole stile Agorà su tragedie indicibili, così che il prossimo corpicino ci apparirà desolatamente banale e poco interessante. Alla faccia di chi dice che a furia di ripetere un messaggio, questo rimanga impresso.

Impressa rimane un’immagine che fa riferimento a un fatto che ormai è talmente mediato da diventare metafatto, un po’ come quel John Travolta disorientato di Pulp Fiction che gira ossessivamente in versione GIF sui desktop,  sui palmari e sugli smartphone del mondo intero, la sua incongruità totale lo autorizza a mischiarsi ormai con ogni cosa, magari anche con un bel barcone di migranti mezzi morti o del tutto defunti. Tanto, ormai, di morti se ne è visti tanti.

Tanto, ormai, se uno viene ammazzato più dell’evento conta il commento, la banalità – di nuovo – confezionata e servita non solo più dalla casalinga di Voghera, ma anche dal giovane col sopracciglio scolpito e il mezzo sorriso dell’emozione di avere davanti un microfono e i suoi due potenziali secondi di notorietà. O, e torniamo all’immagine iniziale, dal giovane, di certo più acculturato e magari anche politically correct, che ci elargisce la sua dall’alto di una barba nazarena o sunnita che al mattino si sarà spuntato con cura per almeno mezz’ora al fine di avere il look giusto.

Vero è che stiamo parlando sempre delle stesse cose, e che già da tempo osservatori neutrali come l’Istat stanno rilevando la preoccupante crescita di un impoverimento etico nel nostro Paese: non solo i vecchi e i nuovi razzismi, ma persone investite in auto e guidatori che di regola scappano senza soccorrere i feriti, la gente che si fa i selfie sul luogo di incidenti stradali o di sanguinosi fatti di cronaca. I giovani sempre più alienati e isolati coi loro smartphone come unico interfaccia con il mondo. E potrei proseguire a lungo.

Soli al mondo, tante piccole monadi spaurite. L’antidoto? Lasciare una traccia. Seguire un flusso. Non essere lasciati fuori.

Ma da cosa? Da un mondo immaginario, pensato a tavolino da chi vuole farci comprare un prodotto, guadagnare in due secondi netti la nostra attenzione sempre più labile sfruttando una sensibilità sempre più bassa, brutalizzata dalla nostra storica vigliaccheria culturale, quel conformismo trasversale, che porta a salmodiare qualsiasi litania venga intonata dal guru di riferimento.

Portare uniformi, che siano quelle stravaganti ma a loro modo sempre uguali, bretelle, occhialoni, cilindri e giarrettiere per chi fa lo steampunk, barbe verbigrazia sagomate su completo di Armani per chi ritiene di dover coltivare insieme mascolinità e raffinatezza, scolpirsi sopracciglia e depilarsi con cura il corpo per chi invece, Apollo residuale, si pompa in palestra. Fare mandria per non essere schiacciati come individui. Delegare la concezione di un pensiero originale a chi se lo può permettere, generalmente il capobranco di turno, perché lo sforzo relativo, da compiersi generalmente da soli, come controindicazione ha il riflettere su tutto il resto. E se il capobranco ci rimedia appena un mal di testa, o ha comunque abbastanza corifei per farsi curare, la donna o l’uomo qualunque aborre il confronto con se stessi come il vampiro l’acqua santa.

Dunque, vai col futile. Con il mai più senza. Barbe e sopracciglia da sagomare, che se assomigli a al Baghdadi, magari sei anche figo. Magari un giorno, come lui, se farai i passi giusti, anche tu entrerai nell’empireo degli uomini influenti stilato da Forbes.

E sarai fighissimo, come fighissimi sono quegli allegri tipi degli Eagles of Death Metal, band sconosciuta ai più fino a una certa serata al Bataclan del 13 novembre del 2015. Adesso li conosce il mondo e piangono il loro cordoglio on stage insieme con gli U2.

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L’anno dei naniti

imagesDalle mie ceneri è un romanzo del 2007, che curiosamente è ambientato nel 2015, cioè proprio l’anno in corso. E tratta di un tema, le nanotecnologie, che proprio in questi giorni si sta sviluppando in sanità. Per di più di questo romanzo ho trovato la traduzione in inglese del primo capitolo. La propongo agli anglofoni. Buona lettura.

FROM MY ASHES

A novel by Giampietro Stocco

Mi Buenos Aires querido,cuando yo te vuelva a ver,no habrá más penas ni olvido.

(Alfredo Le Pera, 1934) 1

1. Capital Federal, summer 2015

The couple of tangueros2 ended the figure dance surrounded by applauses, remaining at the end tightly wrapped; her tiny body was bending backwards, and her left leg around her partner’s flank; his languid and grasping face stretching out just a few inches from the woman’s face. Feign passion for a street performance on a red hot Caminito3 as a result of the summer season: the January sun hit on the dusty pavement and on the painted tinplates of the Boca, while a gloomy Maradona carton winked to a asado (grill) restaurant’s menu. At the nth stink of grilled meat cooked just right by meticulous mechanic chefs, Rico felt a lump of nausea. That smell seemed to be everywhere, since when the city became a kind of a southern Paris. Organized groups of Chilean and Brazilian tourists crossed their paths and idioms, as if instead of being in the Gran Buenos Aires they were on the flat Abu Simbel. All of them eager to visit what remained of the neighborhood of the Argentine artists, and no one was able to distinguish the flavor of a local speciality that by now every bar prepared exactly the same way.

Rico floundered in the moisty air brought by the La Plata River4. The mist hid the crystalline top of the metropolis towers, and from the large river rose a haze full of steam. He felt a strong pain on the right hand. Instinct made him consider rubbing the sore fingers.

Immediately he sneered to himself. The best he could have done was to press lovingly the other palm on the end of a stump, cut off at the height of the elbow by a sharp blade of a kukri5. On Mount William, Malvinas Island, the 14th June 1982. Thirty-three years before. This memory made him clenched his teeth: he still had a vivid and blinding torment. He gathered all his courage and grabbed the tip by then softened end of the bone. It didn’t take him a big effort to assume an expression of pain. He sighted and approached the Brazilian group.

Charity, senhor, for a veteran of the South Atlantic… Charity, por favorObrigado6!

Experience taught Rico that only a few would listen to a beggar. Even less people, in the middle of all that shoulder, back and hips squeeze would have noticed though, that the panhandling hand would as well help itself emptying pockets and bags with fast ability. Obviously, he raked together little money but credit cards could quickly double it, guaranteeing a week span to strip the bank accounts of those moneybags. And, spend it all. This was how a former hero from the Malvinas7 survived in the streets of Boca, he was one of the six hundred Italian volunteers who increased the rows of the Argentine army.

Hey, you, crippled one. What are you doing?

The police officer had materialized out of thin air, standing near to Maradona’s caricature. He beat up the palm of the hand with a long black nightstick, undoubtly one of those with built-in taser. Then, he got near Rico, plunging his fingers on the stump, right where the nerves had been cut. The phantom hand reacted as if cut once again. A pain pang exploded right in the brain.

What are you doing now, scrounger, why have you stopped? ― asked the cop with a cruel smile. Big drops of cold sweat began flowing down Rico’s face. ― Move along, ladies and gentlemen ― urged the police officer addressing the crowd which had gathered around them. ― The police monitors so that citizens from the Southern Cone can enjoy the Gran Buenos Aires. Pay attention when you go into the alleys! Keep your steps on the green holo lane. Here, that’s it. In the meanwhile — kept addressing Rico — this son of a bitch comes with me to the police station.

Still with Rico firmly held by the stump, the policeman went through the sleaziest streets flanking the harbor. No 3D signs for tourists, no fast track, just the characteristic neglection of the seediest part of the city a few steps away from the fine neighborhoods. The smell of cheap cologne released from the pomaded hair of the cop wreaked in Rico a new retch, which he struggled to smother back.

The bitter gall taste had invaded his mouth right when he crossed the squalid doorstep of a building in bad shape. The Liberty facade, once white, was by now completely disfigured by the smog and filthiness: nearby the splendor of the Boca, the Recoleta8 or from the modern Puerto Madero9 districts, Buenos Aires was always the old same shabby whore. Two scuzzy stair flights, a quick walk through an open space that regurgitated police officers with ear-buds and video camera-partners roosted on the shoulder, most of them sat in front of virtual consoles operating just by slight moves of their hands. Finally, Rico was escorted into an office as bright as devoid to the appearance, of electronic tools. Besides the wide window, the sight over the docks and the warehouses along the La Plata River made him ridiculously recall of the Genoa harbor. A new and violent sharp pain and tug made him take a seat on a lurching chair. In front of him was a wide desk. The agent who had arrested him whispered a few words in the new guy’s ear. This one had an olive-colored complexion showing off his dated pencil mustache. He was seated behind a light blue plastic surface reading an obsolete paper report. Rico recognized the color slightly luminescent of the table: it was enough to scribble something on it with the right pen, or even a nail, and the built-in software would translate the signs into digital notes. Surely the least technology an officer not very used to modernity could afford. Inside of him, Rico grumbled with sufficiency. That local cop could bear a grudge.

It’s ok, Alvárez. You can stay — said at last the cop making a vague gesture near him. The Argentine policeman sat on the left of his superior with his arms crossed behind his back, in the stand at ease position.

So, pal — started the man, passing his fingers over the mustache. — You lighten tourists’ pockets, right?

The accent wasn’t porteño10, for sure.

Chief…— started Rico. He didn’t know which hierarchical degree he was facing, but chief was a good title to use with any Argentine police officer.

Shut up, don’t interrupt. I do the questions. And call me captain Salinas.

Chilean, fuck. Rico understood from the sharpened inflection, even before his arrogance. With a sudden fear, he rose his eyes up to the photos, authentic and expensive reproductions on carbonless paper, which ruled on the wall besides the desk: on the left, a man with glasses with a heavy frame and pure white hair. El compañero Presidente Salvador Allende, 1908-1988 was written in nice letters. Next, on the other photo, more common in public offices, was depicted a man in uniform. El general Leopoldo Galtieri, presidente de la Republica Argentina 1981-1985. Both are smiling, Galtieri in the last year of his mandate. So, he is in front of a Chilean police officer working in Buenos Aires. It wasn’t rare, but only if they were high ranks. In a country like Argentina, where despite the new order, prejudices were stiff and the Chilean and their rough manners weren’t well seen.

Documents, please ― ordered the Chilean. ― No, not that bad imitation in carbon fibber, which Alvárez has confiscated ― added with a sneer reading Rico’s mind. He stretched out a callous hand over the table surface. ― Hand me the Document.

Rico hesitated; he translated to himself and then understood. Salinas had used the word papél11. Of course. The document par excellence. How didn’t I understand? Rico handed mechanically his old discharge papers, four pages of wear out paper where it was hardly possible to read it. The challenge didn’t discourage Salinas, who instead smiled when handling the old pages.

De Luca Enrico… A nice Italian name. Aren’t you ashamed? Son of a well-known and our friend nation, and in addition you are a war hero. And you have ended pick-pocketing?

With the retirement funds the government pays! — burst out Rico while massaging the stump. — Do you read the newspapers, or not? Inflation…

What inflation and inflation! ― interrupted Salinas. ― Apathy doesn’t affect me. The Yankees, and the damned Brits that stifle us, like they did yesterday and still do today.

For years anti-British confession of faith had became as common among Chileans as a bombilla for the mate12. Not always, however it was this way, and Salina’s hoisted sneer was eloquent.

However — insisted the cop — inflation is not a good reason to steal.

Salinas calmly leaned over the desk. — Oh, of course. I understood — added, punching his bony indicator on the temple. — To make me forget you are an ordinary thief, you will now start saying bad things about the government, right?

No, of course not, captain — quickly Rico denied, raising the palm of his left hand, lifting as well the right stump due to the habit. — Ours is the best government we could have!

Absolutely — pleased, Salinas answered back, leaning once again on the seatback. Rico saw for an instance he was evaluating if the answer had been sarcastic, and removing that thought with a smirk of the pencil mustache. The attention of the Chilean returned to the desk. With the nail of the indicator wrote something, underlining it more than once. Then, he joined the tips of his fingers at his nose height. This gesture would remain impressed in Rico’s mind forever, and he started hating it.

Hence, De Luca ― restarted Salinas while Alvárez was still standing, static, next to him. ― I’ll tell you something, and for your own good open your ears. In its great nobility, our government still believes to have an honor debit with all those who rushed to fight in order to join the Malvinas Islands to the Argentine nation, known today as Southern Cone. So, we, guardians of the order are forced to turn a blind eye to bad eggs. Not forever, though.

He took a break and lightened a brown and smelly cigarette. Rico quivered. For the first time in many years he saw someone smoking. He had lost the bad habit after the war, and the prohibition arrived from the United States did the rest. To use tobacco in a public office was worst than strip in front of the Casa Rosada13.

Transmission genius, that’s what’s written in this sheet of paper — read Salinas rising with two fingers Rico’s discharge paper.

I have been enlisted in that division. But I only saw the training camp of Chacabuco14, you know what I mean?

Of course. A delightful town in my country.

The Chilean smiled, winking at the agent next to him.

Yap — whispered Rico. — Nearby were brought English war prisoners. They looked, and we marched. It was there where I had a taste of the Chilean and Cuban instructors…

And thanks to them you became a front-rank warrior. A pity for that — commented Salinas glancing towards the stump.

Rico in turn stared at the appendage. With a vacant look in his eyes, he saw himself prisoner again, then on a base hospital bed at Port Stanley15. The dormitory was covered with the front pages of the Nación and the Clarín16. South Atlantic heroes ward off at a very high price the offensive hurled by the Gurkhas17. The Malvinas remain Argentine thanks to the sacrifice of the Italians. That was what was written on the Buenos Aires newspapers, and nevertheless the ache and fever consuming Rico, he shared the atmosphere of triumph: tens of volunteers from the Italian International Brigade had been massacred by the Nepalese ill-famed soldiers armed with kukri, that horrible sword they used in close combat.

However, they had continued to flood over the enemy, managing to surround and then, with a ferocious clash to obtain their surrender. Who bothered to know if the Gurkhas surrendered because just fifteen were left, circled by Italians and by the mined fields left behind, or only because in the meanwhile, an improbable news arrived: the knocking down, not very faraway, of the helicopter where prince Andrew, duke of York and son of the hated queen Elizabeth II of England, was on board. The fact is that the Latin American press had given the Italians, and among them the by now mutilated Rico, the credit of having repelled the key offensive which was about to bring back the British to Port Stanley, two months after that on the Falklands renamed Malvinas Islands fluttered again the Argentine banner.

De Luca? Are you still with us? — It was Salinas’ voice. Rico jolted and took his hand under his shirt, lightly touching the gold medal on his chest, sent by the Military Junta twenty years earlier. He looked at the Argentine sun: it smiled as much as the Leopoldo Galtieri general when it was announced that the French Exocet18 have sunk the Argonaut frigate, the Brilliant destroyer, and lastly, the Invincible aircraft carrier with three devastating crashes. Finally his glance stopped on Salinas’ electronical desk: it was almost jammed with new drafts the policeman must have quickly done.

As much as it might seem amazing — articulated the Chilean — you believe this Country owe you something. You still think, in some way, to be a hero. But let someone who knows very well parasites like you tell you, our government has been too magnanimous with the survivors. It’s almost twenty years you are sponging on us, and now it would be the moment you become somewhat useful, like we all do. Laziness corrupts, and the government often forgets there must be order. It’s on order that true social democracy is based, or am I wrong?

Salinas giggled for a second, it was a strange sound, like a rattle. Almost embarrassed by that sound, he hesitated and then he went back to normal, while tightening the tie knot. Deadpan, he once again joined the tips of his fingers under the tip of his nose.

What did you exactly do during the war?

You have my discharge papers, read it again — mumbled Rico.

I told you to answer! ― uttered Salinas, hitting noisily with the palm of his hand on the desk. The graffiti on the surface trembled for a moment and vanished. The policeman swore in a low voice. His thick eyebrows arched. To Rico they resembled the hairy legs of a spider. Spiderman is having you for dinner tonight… He threw away the nightmare image that verse of an old song had evoked and tried to gather his thoughts.

You already know I have been placed at the Genius — replied — You had to fortify the southern flank of Mount William, from where the Nepalese would have attacked, and…

This is history, De Luca. Everyone knows it. ― Impatient, the spider legs stretched. ― The heroes of the South Atlantic. Bare hands against the kukri, bla, bla, bla…

Listen to me — interrupted Rico, exasperated. — I am a pickpocket, it’s true. Why don’t you just put me in jail and throw away the key? Otherwise stop chatting and come to the point!

Careful Italian — chastised Salinas, a steel tip with an amusing tone. — Don’t make me regret for choosing you. Alvárez is working his ass off for days to keep an eye on you. — Glanced towards the other policeman, who lifted his chin proudly.

You were among those who decrypted the codes of the British missiles, right? — suddenly asked the Chilean.

It was so long ago… — replied Rico. He started to be alarmed for real. One thing was to be blocked at the police station for a common pickpocket, another was to find a cop that knew everything about you.

― So? — insisted Salinas. The spider legs began dangerously climbing once again his face. Rico shivered.

Your memory needs some help? ― mocked the cop. ― Here you are. During the spring of 1982 there was a restricted group of Italian volunteers. All of them very young, they were true enfants prodige specialized in communications, who worked closely with the Chilean counter-espionage. Among those surveilling them was I. The mission they had received from the La Moneda Palace19 was to intercept British code messages and translate them for the high Argentine command. President Allende wanted Argentina to win that war by all means. It was the only way to get our two governments close, and to avoid those fascists, Pinochet and Merino to try it again.

The Chilean giggled when recalling of his compatriots generals and the failed coup on September 1973.

It went like this — continued inspecting his right hand nails on purpose, the one Rico didn’t have. He glimpsed the hatred gaze on his prisoner and sniggered, then continued his story. — That group of Italian young men, very motivated politically and technically well-prepared, was welcomed on May 1982 as a blessing from heaven. In a few days the codes of the British missiles were decrypted.

These are common stories the newspapers make up — hit again Rico raising inflamed his arm and stump. — I just know we were thrown into the fray after a few weeks of military training. I saw the Chileans and the Cubans only there, in Chacabuco, near the prisoner camp for the British. A Russian and then again I don’t even know how he looks like.

You don’t lose that much ― sniggered the cop. ― Yet, De Luca… ― Salinas frowned his face and closed his dark black eyes up to a crack.― Your face is not completely new to me. ― For long instances the pupils of the Chilean probed Rico like gimlets, then they released the grip. ― You want to make me believe you don’t even have a personal console at home?

I have a personal computer, yes — admitted Rico, resigned.

What ugly words you use! But maybe you are a bit Yankee, De Luca. You empty the pockets of the Brazilian companions, ain’t that right? — Salinas laughed to himself, pleased with the drift. — Which sites do you visit on the Internet? No, don’t answer, I don’t want to know. And, by the way, how is it to do a hand-job with the left hand? Is it true it seems it’s another one doing you the job?

Salinas burst laughing, this time heartily, engaging agent Alvárez too. He glanced towards the front wall, where stood out another big portrait, the one of the Brazilian president.

The federal president, the companion Luis Inácio Lula da Silva — read with dignity, — he is for years doing an enormous job to assure the future for all of us. — Like the Prime Minister, companion Nestór Kirchner — added frowning again the hairy spider legs. — And the Economy Minister, companion Michelle Bachelet. All work for one Latin America which will tear down at last all the borders!

Salinas spit the word companion as a spoof, or an insult. Rico looked at him interdicted, but the Chilean averted him, by gazing on his turn. He just batted the eyelids. — Grab — said tossing a little ball over the desk.

What is it inside? — asked Rico. He had grabbed immediately the object, recognizing the compactness of graphite.

You are a genius in transmissions, right? Well, find out yourself. And, watch out. Speak to no one, otherwise agent Alvárez could remember you are an expert pickpocket. And, me too, I could remember of it. I will be waiting for your call tomorrow.

Chief…

Capitan. You want to know the conditions, right? It’s fair. Thirty thousand dollars now, and seven thousand at end of the job. Along with a brand new passport to disappear anywhere you want. The best possible offer for the best.

A hundred thousand American dollars?

To the last dime. It can buy you a new arm. But before starting making plans about your new capitalist life, let’s make a toast.

The Chilean extracted a bayonet from a drawer and under the desk a bundle that looked like protective boxes for bottles. What game are you playing now? thought Rico, worn out. Salinas winked, tore out the carton and lifted the expensive sample of red from Tarapacá20.

Nectar from my land — stated the Chilean with dignity, broaching the bottle and holding it in front of him. — Drink to me.

Capitan, hear me…

Drink! — ordered the Chilean.

Rico sighted. He had just started to earn them, those hundred thousand dollars. Grabbed the bottle and started to pour the content in a deep stem glass. Lost in thought, he was almost tasting the fruity bouquet, when…

What is this stuff?

Surprise! — warbled Salinas. — I knew you wouldn’t be disappointed. But the best part is still to come!

Rico stared with disgust to a kind of greyish mush filling in the stem glass. Incredulous, he saw it brim over with a will of its own, a trembling shape that climbed down the crystal walls of the glass to fall down with a liquid plop on the desk. Electrical discharges swept the sky blue level, while the lump stayed static as a rotten pancake, once and a while shaken like a shiver.

For God sake, what is this obscenity? — screamed Rico.

Nanomolecular jelly — answered Salinas with affected careless. It was as if he had learnt a script by heart. — It’s front-rank stuff, do you know? Iranian patent, developed in Israel and stolen by the Americans. And we have lifted from them. Come on, touch it…

Not in a thousand years!

Touch it, I said!

Salinas’ holler shocked Rico. Carefully he approached the surviving tip of his index to the trembling lump. The jelly stopped shivering and began shaking. The dirty greyish color transformed in bright chrome paint. Looking like a mercury pound, the substance rised up. At the beginning was uncertain how to behave, then with major confidence extended a kind of tentacle towards Rico’s hand. Disgusted, tried to take it off him, but the fluid was faster. It covered all the five fingers, one after the other, then it extended up, covering the forearm like a metal glove. Short of breath, Rico saw his good arm transforming in that of a superhero.

As if satisfied with the outcome obtained, the jelly folded at last, and keeping the new shape fell on the table.

Rico didn’t have time to sight with relieve. He looked at Salinas who stared during the entire process, he was thrilled, then he stared again the pseudo-forearm: it raised, this time over the chromed fingers, and almost aiming like an Aries, fitted on the right stump, melting with what remained of the elbow.

Rico shouted with ache and horror. It wasn’t finished yet.

The thumb of the new right hand, grotesquely protuberant on the wrong side of the palm, unplugged from the joint with a cluck. Then it started scrolling on the meat like a cream dessert. A sound similar to a suck, and the finger set on the right place, while the other ones, almost as if were worms on the bait, shook and changed until the thumb and the pinkie hadn’t swapped place so as the middle finger and the annular. With a strange buzz under the skin the bones of the new hand adjusted to the right form.

Wow, eh? — comment Salinas, smoothing his mustache. His eyes were bright. — That jelly is able to read your genetic code and to reply any organ or missing limb. The first time you use it takes your breath away. Then you thank God for the gift result of progress.

I…

No need to say anything, De Luca. This is just a small reward. Just to make you understand what you can get from this deal. Who knows, maybe that arm could be yours forever, just if…

A new arm. A new life. Rico looked breathless to the new limb, the metal color skin which slowly picked a more natural pink shade. With tears on his eyes he saw on the skin between index and thumb blooming again the old brown birthmark he had forgot about.

1 My dear Buenos Aires, When I see you again There will be no more pity Nor forgetting. (Alfredo La Pera, 1934).

2 Tango dancers.

3 A street museum and a traditional alley, located in La Boca, a neighborhood of Buenos Aires.

4 Is the estuary formed by the confluence of the Uruguay River and the Paraná River on the border between Argentina and Uruguay. It forms part of the border between Argentina and Uruguay, with the major ports and capital cities of Buenos Aires and Montevideo on its western and northern shores, respectively.

5 A Nepalese knife with an inwardly curved edge, used both as a tool and as a weapon.

6 In Portuguese “senhor” means “sir”; “por favor” means “please” and “obrigado” means “thank you”.

7 Malvinas Islands, known in English as Falkland Islands. On April 1982 Argentina invaded the Falkland Islands and the UK sent their military force to retake the territory.

8 Recoleta is a downtown residential neighborhood, is an area of great historical and architectural interest in Buenos Aires.

9 Puerto Madero is a district occupying a significant portion of the La Plata River riverbank and representing the latest architectural trends in the city of Buenos Aires.

10 Porteño in Spanish is used to refer to a person who is from or lives in a port city. In Buenos Aires, since the end of the 19th century it has come to be the name of the people from that city due to the great immigration waves from Europe.

11 Papél in Spanish means the document; in English it would be Document.

12 Bombilla and Mate. Mate is a traditional South American infused drink, particularly in Argentina, Uruguay, Paraguay. It is prepared from steeping dried leaves of yerba mate. Mate is served with a metal straw from a shared hollow calabash gourd. The straw is called a bombilla in some countries.

13 Casa Rosada, in English would be the Pink House, is the executive mansion and office of the President of Argentina. Officially is known as Casa de Gobierno, which means “House of Government”.

14 Chacabuco is one of the many abandoned nitrate or “saltpeter” towns in the Atacama Desert of northern Chile.

15 Port Stanley is the capital of the Falkland Islands.

16 La Nación and Clarín are Argentine daily newspapers. Today, Clarín is the largest newspaper in Argentina.

17 Gurkhas are military units in the British or the Indian army (Gorkhas) enlisted in Nepal.

18 Exocet is a French-built anti-ship missile whose various versions can be launched from surface vessels, submarines, helicopters and fixed wing aircraft.

19 Palacio de la Moneda or just La Moneda, is the seat of the President of the Republic of Chile. In English literally is Coin Palace.

20 Tarapacá is one of Chile’s 15 first order administrative divisions. It’s one of the most northern regions of Chile.

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