Cambiare idea. Ma anche no

imperatoreLo confesso, prima di iniziare a scrivere questo post mi vergognavo un po’. Un po’ perché fare il bilancio di un anno di rimuginamenti e borborigmi mentali mi è sempre apparso futile e autoreferenziale. Un po’ perché ammetto di essere schiavo della mia ostinazione, che spesso cerco di spacciare per coerenza. Insomma, scrivere di avere cambiato idea su alcuni caposaldi di quest’anno a me, Prometeo ipotetico, appariva un po’ come abiurare a degli imperativi esistenziali e quindi trasformarmi in un più banale Don Abbondio. Poi, però, mi sono detto, ma chi se ne frega per davvero, i problemi della vita sono ben altri che perdere ipoteticamente una faccia ancor più ipotetica, se mai effettivamente esistita. Lasciamo queste preoccupazioni ai malati di fighismo. E ordunque.

thCominciamo con quello che è forse il romanzo più discusso dell’ultimo trimestre, quell’Impero Restaurato di Sandro Battisti che all’autore deve continuare a fruttare dei ronzii auricolari e dei tinniti niente male. Recensioni sarcastiche sui social, battute al limite della caserma su certe discutibili scelte stilistiche o ideologiche, il tutto che forse si può sintetizzare nell’ammirevole contributo che qui vi linko. Anch’io, confesso, pubblicano tra i pubblicani, fariseo tra i farisei, mi unii alla lapidazione, invocando il test di Bechdel per il Battisti che ci propone una protagonista femminile, l’imperatrice Teodora moglie di Giustiniano, schiava del sesso elefantiaco dell’altro protagonista imperiale, il Connettivo Totka, il nephilim che si esprime come Vittorio Gassman o Carmelo Bene quando recitavano Dante o come Thor quando parla in runico.

Sbagliavo. Signore e signori, lo ammetto. Ma come ho fatto, o Candide redivivo,  a non capire che il vero bambino che indica le nudità dell’Imperatore vestito di nuovo è proprio quel Battisti che nel 2015 ci propone un romanzo volutamente provocatorio, illeggibile, sessista, pompier, autoreferenziale, marinettiano, ombelicale? Proprio come fece il grandissimo Lou Reed con Metal Machine Music tanti anni fa: alla faccia dei critici americani che lo massacravano comunque, proporre un pastiche, un blob di suoni inascoltabile. Beccatevi questo e adesso analizzatevelo un po’. Così ha fatto Battisti, destinando la sua opera a tutti i nasini storti della sf italiana, per provare che basta una provocazione ben congegnata – e la sua lo è davvero – per svettare sopra un panorama di miserevoli macerie. E onore a Giuseppe Lippi, che tale grido di orgoglio e dolore ha raccolto e – non lapidatemi! – giustamente premiato. Di meno si comprende l’associazione de l’Impero Restaurato al più convenzionale Bloodbusters dell’ottimo Francesco Verso, ma la sf italiana oggi è così: qualche buon autore, a tratti anche qualche ottimo autore e poi il deserto, sul quale si pianta il fulgido vessilo di Battisti, che a questo punto può davvero assurgere a caposaldo storico del genere, proprio come quelle quattro facciate di rumore puro confezionate da Lou Reed o l’ancor più discusso Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Una preghiera: nell’approcciare L’Impero Restaurato fate come me: a un certo punto mettete da parte l’irrefrenabile voglia di pernacchia che vi darà e trasformatela in stimolo, in solletico: siate un po’ zen, vi divertirà un mondo. A un certo punto, se sarete in pace con voi stessi e l’universo, vi sembrerà di girare qualche pagina del vecchio Frigidaire, con un Totka che a tratti assomiglia parecchio a RanXerox.

Primo petalo strappato, primo debito d’onore saldato.

ancillary_1b8a3367be3348eb1c36a41bd0e8c2563decdbfa-s6-c30E adesso veniamo al secondo petalo, che per me vale un’intera fioriera: il ciclo ancillare di Ann Leckie. Altro pasticcio pressoché illeggibile, e con in più la presunzione, assente in Battisti, di volerci fare una morale gender facendoci guardare a uomini e donne con gli occhi di una IA, per l’appunto un’intelligenza che non riesce a distinguere tra i sessi dei suoi interlocutori, perché per essa la differenza è irrilevante. Non ho bisogno del predicozzo politically correct, mi sono detto subito, irrigidendomi come mio costume di fronte a quella che spesso mi appare come aggressività esterna.

Insomma, mi attacchi e mi catechizzi? Manco mi conosci e mi dai (quasi) dell’omofobo? E io ti prendo a calci nel sedere. Di qui la mia avversione a pelle per Leckie e tutti coloro che le sono andati dietro entusiasti nel commentare, oh, sì, ancora, ancora, dateci altri periodi incomprensibili in cui ti perdi fra soggetto, io narrante, punto di vista, uso del pronome accusativo e altre futilità della lingua inglese come di quella italiana. Che importanza ha? L’essenziale è far passare il concetto che il nostro mondo, specie quello italiano, è anni luce indietro rispetto all’uguaglianza dei sessi e che un romanzo di space opera finalmente rompa questo velo proponendo eroi la cui collocazione nella sfera dei generi vada sovvertita. Se ti piacerà il ciclo ancillare della Leckie, sarai insomma un vero progressista e soprattutto un figo. L’equazione del figo-comunismo insomma per me era completa. Non capivo il genio della Leckie, ero fuori dai giochi e mi si poteva pure criticare per passatismo e conservatorismo, rimettendomi allegramente in quel ghetto dove qualcuno mi aveva cacciato quando osai scrivere romanzi ucronici sul fascismo.

Sensibilizzato da questo trattamento, lo ammetto, mea culpa, errai nel giudicare solo politically correct Ann Leckie. Non allo stesso livello del pirotecnico Battisti, l’autrice americana cerca convinta la provocazione, ma soprattutto la sperimentazione. Potrà essere pesante, ma lo sforzo letterario c’è, trovare una via per descrivere il punto di vista di un’intelligenza non umana. E questa, signori, è fantascienza. Una sfida che non riesce sempre, d’accordo, il romanzo è pesante, pretenzioso, a tratti strizza l’occhio a una Lois McMaster Bujold che di certo era più convenzionale ma molto più abituata a una narrazione diretta, accattivante e soprattutto non ideologizzata.

E tuttavia con questi petali-fioriera sono arrivato a una conclusione: che se Battisti parla una lingua che, sia pur a condizione di ascendere all’Empireo, a tratti la mia modesta sospensione dell’incredulità può consentirmi di comprendere per assonanze – un po’ come un remigino può sillabare l’Ulisse di Joyce – Ann Leckie tenta di costruire una lingua mai parlata dal genere sf; operazione che sposta il livello del ciclo ancillare su un piano letterario completamente diverso. Sforzo immane quello di entrambi gli autori, insomma, creare un collegamento fra cultura alta e letteratura popolare e proprio per questo da segnalare come squillo significativo di questo 2015, altrimenti davvero noioso per gli appassionati del genere che ci piace di più.

Dimenticami-Trovami-Sognami-Cop-663x900Con un’eccezione, che però per me è fuori tema oggi perché non ho mai cambiato idea su questo romanzo: Dimenticami, Trovami, Sognami di Andrea Viscusi, opera complessa e insieme semplice, piccolo grande capolavoro dickiano ed eganiano della fantascienza italiana, che avrebbe bisogno di una traduzione adeguata per conquistare finalmente il successo internazionale che merita.

Come ogni margherita sfogliata che si rispetti, rimane però un unico petalo superstite che spero di sfogliare prima o poi: con Giovanni De Matteo ci siamo lasciati proprio male. Un po’ per colpa mia, torno ad ammetterlo, sono un rissoso e un rigido su alcune questioni che mi paiono di principio, e certi suoi toni e atteggiamenti mi sembrano tuttora ben sopra le righe. Colpa mia, dunque, quella di stare sempre alla ricerca del pelo nell’uovo, troppo animus pugnandi, di sicuro, ma colpa anche un po’ sua, forse, se ci rileggiamo a mente fredda ciò che fu scritto giusto un annetto fa, compresi certi suoi giudizi un po’ paternalistici e addirittura la “damnatio memoriae” che si può trovare tra i commenti di questo articolo. Ma chissà, magari un giorno si riuscirà di nuovo a comunicare in modo tranquillo e sereno, facendo entrambi qualche passo indietro.

Insomma, un anno denso di letture, pareri, opinioni, riflessioni. Nella certezza, mai abiurata, che alla fine solo storie scriviamo e solo di storie parliamo. Nessuno si offenda, e buon anno.

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Lasciare il segno

imageMi imbatto twittando in questo articolo dell’Espresso, leggo e trasecolo. La prima che mi viene da dire, la mando all’uccellino social e scrivo bè, mentre noi pensiamo a sopravvivere alla psicosi della barba lunga, in Siria si pensa a sopravvivere e basta.

Non è la prima volta che succede, non sarà purtroppo l’ultima. L’Espresso, testata per altri motivi benemerita, dagli anni ’70 in poi ha sviluppato questa coté fatua e radical chic, come si sarebbe detto allora, attenta alle mode e al loro intersecarsi con i fatti, anche dolorosi, di ogni giorno.

Niente di male, verrebbe da dire, niente di male se i tempi non fossero cambiati, e a furia di sdrammatizzare ogni cosa si stia finendo per togliere il legittimo pathos a ogni cosa.

thIl cadavere di un bimbo si spiaggia in Turchia? Tutti a condividere immagine – prima di tutto, ovviamente – e poi il cordoglio, e in contemporanea parte la salva di contributi da parte dell’intellighenzia di Twitter, pseudonimi marinettiani o dannunziani che fanno pure giochi di parole stile Agorà su tragedie indicibili, così che il prossimo corpicino ci apparirà desolatamente banale e poco interessante. Alla faccia di chi dice che a furia di ripetere un messaggio, questo rimanga impresso.

Impressa rimane un’immagine che fa riferimento a un fatto che ormai è talmente mediato da diventare metafatto, un po’ come quel John Travolta disorientato di Pulp Fiction che gira ossessivamente in versione GIF sui desktop,  sui palmari e sugli smartphone del mondo intero, la sua incongruità totale lo autorizza a mischiarsi ormai con ogni cosa, magari anche con un bel barcone di migranti mezzi morti o del tutto defunti. Tanto, ormai, di morti se ne è visti tanti.

Tanto, ormai, se uno viene ammazzato più dell’evento conta il commento, la banalità – di nuovo – confezionata e servita non solo più dalla casalinga di Voghera, ma anche dal giovane col sopracciglio scolpito e il mezzo sorriso dell’emozione di avere davanti un microfono e i suoi due potenziali secondi di notorietà. O, e torniamo all’immagine iniziale, dal giovane, di certo più acculturato e magari anche politically correct, che ci elargisce la sua dall’alto di una barba nazarena o sunnita che al mattino si sarà spuntato con cura per almeno mezz’ora al fine di avere il look giusto.

Vero è che stiamo parlando sempre delle stesse cose, e che già da tempo osservatori neutrali come l’Istat stanno rilevando la preoccupante crescita di un impoverimento etico nel nostro Paese: non solo i vecchi e i nuovi razzismi, ma persone investite in auto e guidatori che di regola scappano senza soccorrere i feriti, la gente che si fa i selfie sul luogo di incidenti stradali o di sanguinosi fatti di cronaca. I giovani sempre più alienati e isolati coi loro smartphone come unico interfaccia con il mondo. E potrei proseguire a lungo.

Soli al mondo, tante piccole monadi spaurite. L’antidoto? Lasciare una traccia. Seguire un flusso. Non essere lasciati fuori.

Ma da cosa? Da un mondo immaginario, pensato a tavolino da chi vuole farci comprare un prodotto, guadagnare in due secondi netti la nostra attenzione sempre più labile sfruttando una sensibilità sempre più bassa, brutalizzata dalla nostra storica vigliaccheria culturale, quel conformismo trasversale, che porta a salmodiare qualsiasi litania venga intonata dal guru di riferimento.

Portare uniformi, che siano quelle stravaganti ma a loro modo sempre uguali, bretelle, occhialoni, cilindri e giarrettiere per chi fa lo steampunk, barbe verbigrazia sagomate su completo di Armani per chi ritiene di dover coltivare insieme mascolinità e raffinatezza, scolpirsi sopracciglia e depilarsi con cura il corpo per chi invece, Apollo residuale, si pompa in palestra. Fare mandria per non essere schiacciati come individui. Delegare la concezione di un pensiero originale a chi se lo può permettere, generalmente il capobranco di turno, perché lo sforzo relativo, da compiersi generalmente da soli, come controindicazione ha il riflettere su tutto il resto. E se il capobranco ci rimedia appena un mal di testa, o ha comunque abbastanza corifei per farsi curare, la donna o l’uomo qualunque aborre il confronto con se stessi come il vampiro l’acqua santa.

Dunque, vai col futile. Con il mai più senza. Barbe e sopracciglia da sagomare, che se assomigli a al Baghdadi, magari sei anche figo. Magari un giorno, come lui, se farai i passi giusti, anche tu entrerai nell’empireo degli uomini influenti stilato da Forbes.

E sarai fighissimo, come fighissimi sono quegli allegri tipi degli Eagles of Death Metal, band sconosciuta ai più fino a una certa serata al Bataclan del 13 novembre del 2015. Adesso li conosce il mondo e piangono il loro cordoglio on stage insieme con gli U2.

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L’anno dei naniti

imagesDalle mie ceneri è un romanzo del 2007, che curiosamente è ambientato nel 2015, cioè proprio l’anno in corso. E tratta di un tema, le nanotecnologie, che proprio in questi giorni si sta sviluppando in sanità. Per di più di questo romanzo ho trovato la traduzione in inglese del primo capitolo. La propongo agli anglofoni. Buona lettura.

FROM MY ASHES

A novel by Giampietro Stocco

Mi Buenos Aires querido,cuando yo te vuelva a ver,no habrá más penas ni olvido.

(Alfredo Le Pera, 1934) 1

1. Capital Federal, summer 2015

The couple of tangueros2 ended the figure dance surrounded by applauses, remaining at the end tightly wrapped; her tiny body was bending backwards, and her left leg around her partner’s flank; his languid and grasping face stretching out just a few inches from the woman’s face. Feign passion for a street performance on a red hot Caminito3 as a result of the summer season: the January sun hit on the dusty pavement and on the painted tinplates of the Boca, while a gloomy Maradona carton winked to a asado (grill) restaurant’s menu. At the nth stink of grilled meat cooked just right by meticulous mechanic chefs, Rico felt a lump of nausea. That smell seemed to be everywhere, since when the city became a kind of a southern Paris. Organized groups of Chilean and Brazilian tourists crossed their paths and idioms, as if instead of being in the Gran Buenos Aires they were on the flat Abu Simbel. All of them eager to visit what remained of the neighborhood of the Argentine artists, and no one was able to distinguish the flavor of a local speciality that by now every bar prepared exactly the same way.

Rico floundered in the moisty air brought by the La Plata River4. The mist hid the crystalline top of the metropolis towers, and from the large river rose a haze full of steam. He felt a strong pain on the right hand. Instinct made him consider rubbing the sore fingers.

Immediately he sneered to himself. The best he could have done was to press lovingly the other palm on the end of a stump, cut off at the height of the elbow by a sharp blade of a kukri5. On Mount William, Malvinas Island, the 14th June 1982. Thirty-three years before. This memory made him clenched his teeth: he still had a vivid and blinding torment. He gathered all his courage and grabbed the tip by then softened end of the bone. It didn’t take him a big effort to assume an expression of pain. He sighted and approached the Brazilian group.

Charity, senhor, for a veteran of the South Atlantic… Charity, por favorObrigado6!

Experience taught Rico that only a few would listen to a beggar. Even less people, in the middle of all that shoulder, back and hips squeeze would have noticed though, that the panhandling hand would as well help itself emptying pockets and bags with fast ability. Obviously, he raked together little money but credit cards could quickly double it, guaranteeing a week span to strip the bank accounts of those moneybags. And, spend it all. This was how a former hero from the Malvinas7 survived in the streets of Boca, he was one of the six hundred Italian volunteers who increased the rows of the Argentine army.

Hey, you, crippled one. What are you doing?

The police officer had materialized out of thin air, standing near to Maradona’s caricature. He beat up the palm of the hand with a long black nightstick, undoubtly one of those with built-in taser. Then, he got near Rico, plunging his fingers on the stump, right where the nerves had been cut. The phantom hand reacted as if cut once again. A pain pang exploded right in the brain.

What are you doing now, scrounger, why have you stopped? ― asked the cop with a cruel smile. Big drops of cold sweat began flowing down Rico’s face. ― Move along, ladies and gentlemen ― urged the police officer addressing the crowd which had gathered around them. ― The police monitors so that citizens from the Southern Cone can enjoy the Gran Buenos Aires. Pay attention when you go into the alleys! Keep your steps on the green holo lane. Here, that’s it. In the meanwhile — kept addressing Rico — this son of a bitch comes with me to the police station.

Still with Rico firmly held by the stump, the policeman went through the sleaziest streets flanking the harbor. No 3D signs for tourists, no fast track, just the characteristic neglection of the seediest part of the city a few steps away from the fine neighborhoods. The smell of cheap cologne released from the pomaded hair of the cop wreaked in Rico a new retch, which he struggled to smother back.

The bitter gall taste had invaded his mouth right when he crossed the squalid doorstep of a building in bad shape. The Liberty facade, once white, was by now completely disfigured by the smog and filthiness: nearby the splendor of the Boca, the Recoleta8 or from the modern Puerto Madero9 districts, Buenos Aires was always the old same shabby whore. Two scuzzy stair flights, a quick walk through an open space that regurgitated police officers with ear-buds and video camera-partners roosted on the shoulder, most of them sat in front of virtual consoles operating just by slight moves of their hands. Finally, Rico was escorted into an office as bright as devoid to the appearance, of electronic tools. Besides the wide window, the sight over the docks and the warehouses along the La Plata River made him ridiculously recall of the Genoa harbor. A new and violent sharp pain and tug made him take a seat on a lurching chair. In front of him was a wide desk. The agent who had arrested him whispered a few words in the new guy’s ear. This one had an olive-colored complexion showing off his dated pencil mustache. He was seated behind a light blue plastic surface reading an obsolete paper report. Rico recognized the color slightly luminescent of the table: it was enough to scribble something on it with the right pen, or even a nail, and the built-in software would translate the signs into digital notes. Surely the least technology an officer not very used to modernity could afford. Inside of him, Rico grumbled with sufficiency. That local cop could bear a grudge.

It’s ok, Alvárez. You can stay — said at last the cop making a vague gesture near him. The Argentine policeman sat on the left of his superior with his arms crossed behind his back, in the stand at ease position.

So, pal — started the man, passing his fingers over the mustache. — You lighten tourists’ pockets, right?

The accent wasn’t porteño10, for sure.

Chief…— started Rico. He didn’t know which hierarchical degree he was facing, but chief was a good title to use with any Argentine police officer.

Shut up, don’t interrupt. I do the questions. And call me captain Salinas.

Chilean, fuck. Rico understood from the sharpened inflection, even before his arrogance. With a sudden fear, he rose his eyes up to the photos, authentic and expensive reproductions on carbonless paper, which ruled on the wall besides the desk: on the left, a man with glasses with a heavy frame and pure white hair. El compañero Presidente Salvador Allende, 1908-1988 was written in nice letters. Next, on the other photo, more common in public offices, was depicted a man in uniform. El general Leopoldo Galtieri, presidente de la Republica Argentina 1981-1985. Both are smiling, Galtieri in the last year of his mandate. So, he is in front of a Chilean police officer working in Buenos Aires. It wasn’t rare, but only if they were high ranks. In a country like Argentina, where despite the new order, prejudices were stiff and the Chilean and their rough manners weren’t well seen.

Documents, please ― ordered the Chilean. ― No, not that bad imitation in carbon fibber, which Alvárez has confiscated ― added with a sneer reading Rico’s mind. He stretched out a callous hand over the table surface. ― Hand me the Document.

Rico hesitated; he translated to himself and then understood. Salinas had used the word papél11. Of course. The document par excellence. How didn’t I understand? Rico handed mechanically his old discharge papers, four pages of wear out paper where it was hardly possible to read it. The challenge didn’t discourage Salinas, who instead smiled when handling the old pages.

De Luca Enrico… A nice Italian name. Aren’t you ashamed? Son of a well-known and our friend nation, and in addition you are a war hero. And you have ended pick-pocketing?

With the retirement funds the government pays! — burst out Rico while massaging the stump. — Do you read the newspapers, or not? Inflation…

What inflation and inflation! ― interrupted Salinas. ― Apathy doesn’t affect me. The Yankees, and the damned Brits that stifle us, like they did yesterday and still do today.

For years anti-British confession of faith had became as common among Chileans as a bombilla for the mate12. Not always, however it was this way, and Salina’s hoisted sneer was eloquent.

However — insisted the cop — inflation is not a good reason to steal.

Salinas calmly leaned over the desk. — Oh, of course. I understood — added, punching his bony indicator on the temple. — To make me forget you are an ordinary thief, you will now start saying bad things about the government, right?

No, of course not, captain — quickly Rico denied, raising the palm of his left hand, lifting as well the right stump due to the habit. — Ours is the best government we could have!

Absolutely — pleased, Salinas answered back, leaning once again on the seatback. Rico saw for an instance he was evaluating if the answer had been sarcastic, and removing that thought with a smirk of the pencil mustache. The attention of the Chilean returned to the desk. With the nail of the indicator wrote something, underlining it more than once. Then, he joined the tips of his fingers at his nose height. This gesture would remain impressed in Rico’s mind forever, and he started hating it.

Hence, De Luca ― restarted Salinas while Alvárez was still standing, static, next to him. ― I’ll tell you something, and for your own good open your ears. In its great nobility, our government still believes to have an honor debit with all those who rushed to fight in order to join the Malvinas Islands to the Argentine nation, known today as Southern Cone. So, we, guardians of the order are forced to turn a blind eye to bad eggs. Not forever, though.

He took a break and lightened a brown and smelly cigarette. Rico quivered. For the first time in many years he saw someone smoking. He had lost the bad habit after the war, and the prohibition arrived from the United States did the rest. To use tobacco in a public office was worst than strip in front of the Casa Rosada13.

Transmission genius, that’s what’s written in this sheet of paper — read Salinas rising with two fingers Rico’s discharge paper.

I have been enlisted in that division. But I only saw the training camp of Chacabuco14, you know what I mean?

Of course. A delightful town in my country.

The Chilean smiled, winking at the agent next to him.

Yap — whispered Rico. — Nearby were brought English war prisoners. They looked, and we marched. It was there where I had a taste of the Chilean and Cuban instructors…

And thanks to them you became a front-rank warrior. A pity for that — commented Salinas glancing towards the stump.

Rico in turn stared at the appendage. With a vacant look in his eyes, he saw himself prisoner again, then on a base hospital bed at Port Stanley15. The dormitory was covered with the front pages of the Nación and the Clarín16. South Atlantic heroes ward off at a very high price the offensive hurled by the Gurkhas17. The Malvinas remain Argentine thanks to the sacrifice of the Italians. That was what was written on the Buenos Aires newspapers, and nevertheless the ache and fever consuming Rico, he shared the atmosphere of triumph: tens of volunteers from the Italian International Brigade had been massacred by the Nepalese ill-famed soldiers armed with kukri, that horrible sword they used in close combat.

However, they had continued to flood over the enemy, managing to surround and then, with a ferocious clash to obtain their surrender. Who bothered to know if the Gurkhas surrendered because just fifteen were left, circled by Italians and by the mined fields left behind, or only because in the meanwhile, an improbable news arrived: the knocking down, not very faraway, of the helicopter where prince Andrew, duke of York and son of the hated queen Elizabeth II of England, was on board. The fact is that the Latin American press had given the Italians, and among them the by now mutilated Rico, the credit of having repelled the key offensive which was about to bring back the British to Port Stanley, two months after that on the Falklands renamed Malvinas Islands fluttered again the Argentine banner.

De Luca? Are you still with us? — It was Salinas’ voice. Rico jolted and took his hand under his shirt, lightly touching the gold medal on his chest, sent by the Military Junta twenty years earlier. He looked at the Argentine sun: it smiled as much as the Leopoldo Galtieri general when it was announced that the French Exocet18 have sunk the Argonaut frigate, the Brilliant destroyer, and lastly, the Invincible aircraft carrier with three devastating crashes. Finally his glance stopped on Salinas’ electronical desk: it was almost jammed with new drafts the policeman must have quickly done.

As much as it might seem amazing — articulated the Chilean — you believe this Country owe you something. You still think, in some way, to be a hero. But let someone who knows very well parasites like you tell you, our government has been too magnanimous with the survivors. It’s almost twenty years you are sponging on us, and now it would be the moment you become somewhat useful, like we all do. Laziness corrupts, and the government often forgets there must be order. It’s on order that true social democracy is based, or am I wrong?

Salinas giggled for a second, it was a strange sound, like a rattle. Almost embarrassed by that sound, he hesitated and then he went back to normal, while tightening the tie knot. Deadpan, he once again joined the tips of his fingers under the tip of his nose.

What did you exactly do during the war?

You have my discharge papers, read it again — mumbled Rico.

I told you to answer! ― uttered Salinas, hitting noisily with the palm of his hand on the desk. The graffiti on the surface trembled for a moment and vanished. The policeman swore in a low voice. His thick eyebrows arched. To Rico they resembled the hairy legs of a spider. Spiderman is having you for dinner tonight… He threw away the nightmare image that verse of an old song had evoked and tried to gather his thoughts.

You already know I have been placed at the Genius — replied — You had to fortify the southern flank of Mount William, from where the Nepalese would have attacked, and…

This is history, De Luca. Everyone knows it. ― Impatient, the spider legs stretched. ― The heroes of the South Atlantic. Bare hands against the kukri, bla, bla, bla…

Listen to me — interrupted Rico, exasperated. — I am a pickpocket, it’s true. Why don’t you just put me in jail and throw away the key? Otherwise stop chatting and come to the point!

Careful Italian — chastised Salinas, a steel tip with an amusing tone. — Don’t make me regret for choosing you. Alvárez is working his ass off for days to keep an eye on you. — Glanced towards the other policeman, who lifted his chin proudly.

You were among those who decrypted the codes of the British missiles, right? — suddenly asked the Chilean.

It was so long ago… — replied Rico. He started to be alarmed for real. One thing was to be blocked at the police station for a common pickpocket, another was to find a cop that knew everything about you.

― So? — insisted Salinas. The spider legs began dangerously climbing once again his face. Rico shivered.

Your memory needs some help? ― mocked the cop. ― Here you are. During the spring of 1982 there was a restricted group of Italian volunteers. All of them very young, they were true enfants prodige specialized in communications, who worked closely with the Chilean counter-espionage. Among those surveilling them was I. The mission they had received from the La Moneda Palace19 was to intercept British code messages and translate them for the high Argentine command. President Allende wanted Argentina to win that war by all means. It was the only way to get our two governments close, and to avoid those fascists, Pinochet and Merino to try it again.

The Chilean giggled when recalling of his compatriots generals and the failed coup on September 1973.

It went like this — continued inspecting his right hand nails on purpose, the one Rico didn’t have. He glimpsed the hatred gaze on his prisoner and sniggered, then continued his story. — That group of Italian young men, very motivated politically and technically well-prepared, was welcomed on May 1982 as a blessing from heaven. In a few days the codes of the British missiles were decrypted.

These are common stories the newspapers make up — hit again Rico raising inflamed his arm and stump. — I just know we were thrown into the fray after a few weeks of military training. I saw the Chileans and the Cubans only there, in Chacabuco, near the prisoner camp for the British. A Russian and then again I don’t even know how he looks like.

You don’t lose that much ― sniggered the cop. ― Yet, De Luca… ― Salinas frowned his face and closed his dark black eyes up to a crack.― Your face is not completely new to me. ― For long instances the pupils of the Chilean probed Rico like gimlets, then they released the grip. ― You want to make me believe you don’t even have a personal console at home?

I have a personal computer, yes — admitted Rico, resigned.

What ugly words you use! But maybe you are a bit Yankee, De Luca. You empty the pockets of the Brazilian companions, ain’t that right? — Salinas laughed to himself, pleased with the drift. — Which sites do you visit on the Internet? No, don’t answer, I don’t want to know. And, by the way, how is it to do a hand-job with the left hand? Is it true it seems it’s another one doing you the job?

Salinas burst laughing, this time heartily, engaging agent Alvárez too. He glanced towards the front wall, where stood out another big portrait, the one of the Brazilian president.

The federal president, the companion Luis Inácio Lula da Silva — read with dignity, — he is for years doing an enormous job to assure the future for all of us. — Like the Prime Minister, companion Nestór Kirchner — added frowning again the hairy spider legs. — And the Economy Minister, companion Michelle Bachelet. All work for one Latin America which will tear down at last all the borders!

Salinas spit the word companion as a spoof, or an insult. Rico looked at him interdicted, but the Chilean averted him, by gazing on his turn. He just batted the eyelids. — Grab — said tossing a little ball over the desk.

What is it inside? — asked Rico. He had grabbed immediately the object, recognizing the compactness of graphite.

You are a genius in transmissions, right? Well, find out yourself. And, watch out. Speak to no one, otherwise agent Alvárez could remember you are an expert pickpocket. And, me too, I could remember of it. I will be waiting for your call tomorrow.

Chief…

Capitan. You want to know the conditions, right? It’s fair. Thirty thousand dollars now, and seven thousand at end of the job. Along with a brand new passport to disappear anywhere you want. The best possible offer for the best.

A hundred thousand American dollars?

To the last dime. It can buy you a new arm. But before starting making plans about your new capitalist life, let’s make a toast.

The Chilean extracted a bayonet from a drawer and under the desk a bundle that looked like protective boxes for bottles. What game are you playing now? thought Rico, worn out. Salinas winked, tore out the carton and lifted the expensive sample of red from Tarapacá20.

Nectar from my land — stated the Chilean with dignity, broaching the bottle and holding it in front of him. — Drink to me.

Capitan, hear me…

Drink! — ordered the Chilean.

Rico sighted. He had just started to earn them, those hundred thousand dollars. Grabbed the bottle and started to pour the content in a deep stem glass. Lost in thought, he was almost tasting the fruity bouquet, when…

What is this stuff?

Surprise! — warbled Salinas. — I knew you wouldn’t be disappointed. But the best part is still to come!

Rico stared with disgust to a kind of greyish mush filling in the stem glass. Incredulous, he saw it brim over with a will of its own, a trembling shape that climbed down the crystal walls of the glass to fall down with a liquid plop on the desk. Electrical discharges swept the sky blue level, while the lump stayed static as a rotten pancake, once and a while shaken like a shiver.

For God sake, what is this obscenity? — screamed Rico.

Nanomolecular jelly — answered Salinas with affected careless. It was as if he had learnt a script by heart. — It’s front-rank stuff, do you know? Iranian patent, developed in Israel and stolen by the Americans. And we have lifted from them. Come on, touch it…

Not in a thousand years!

Touch it, I said!

Salinas’ holler shocked Rico. Carefully he approached the surviving tip of his index to the trembling lump. The jelly stopped shivering and began shaking. The dirty greyish color transformed in bright chrome paint. Looking like a mercury pound, the substance rised up. At the beginning was uncertain how to behave, then with major confidence extended a kind of tentacle towards Rico’s hand. Disgusted, tried to take it off him, but the fluid was faster. It covered all the five fingers, one after the other, then it extended up, covering the forearm like a metal glove. Short of breath, Rico saw his good arm transforming in that of a superhero.

As if satisfied with the outcome obtained, the jelly folded at last, and keeping the new shape fell on the table.

Rico didn’t have time to sight with relieve. He looked at Salinas who stared during the entire process, he was thrilled, then he stared again the pseudo-forearm: it raised, this time over the chromed fingers, and almost aiming like an Aries, fitted on the right stump, melting with what remained of the elbow.

Rico shouted with ache and horror. It wasn’t finished yet.

The thumb of the new right hand, grotesquely protuberant on the wrong side of the palm, unplugged from the joint with a cluck. Then it started scrolling on the meat like a cream dessert. A sound similar to a suck, and the finger set on the right place, while the other ones, almost as if were worms on the bait, shook and changed until the thumb and the pinkie hadn’t swapped place so as the middle finger and the annular. With a strange buzz under the skin the bones of the new hand adjusted to the right form.

Wow, eh? — comment Salinas, smoothing his mustache. His eyes were bright. — That jelly is able to read your genetic code and to reply any organ or missing limb. The first time you use it takes your breath away. Then you thank God for the gift result of progress.

I…

No need to say anything, De Luca. This is just a small reward. Just to make you understand what you can get from this deal. Who knows, maybe that arm could be yours forever, just if…

A new arm. A new life. Rico looked breathless to the new limb, the metal color skin which slowly picked a more natural pink shade. With tears on his eyes he saw on the skin between index and thumb blooming again the old brown birthmark he had forgot about.

1 My dear Buenos Aires, When I see you again There will be no more pity Nor forgetting. (Alfredo La Pera, 1934).

2 Tango dancers.

3 A street museum and a traditional alley, located in La Boca, a neighborhood of Buenos Aires.

4 Is the estuary formed by the confluence of the Uruguay River and the Paraná River on the border between Argentina and Uruguay. It forms part of the border between Argentina and Uruguay, with the major ports and capital cities of Buenos Aires and Montevideo on its western and northern shores, respectively.

5 A Nepalese knife with an inwardly curved edge, used both as a tool and as a weapon.

6 In Portuguese “senhor” means “sir”; “por favor” means “please” and “obrigado” means “thank you”.

7 Malvinas Islands, known in English as Falkland Islands. On April 1982 Argentina invaded the Falkland Islands and the UK sent their military force to retake the territory.

8 Recoleta is a downtown residential neighborhood, is an area of great historical and architectural interest in Buenos Aires.

9 Puerto Madero is a district occupying a significant portion of the La Plata River riverbank and representing the latest architectural trends in the city of Buenos Aires.

10 Porteño in Spanish is used to refer to a person who is from or lives in a port city. In Buenos Aires, since the end of the 19th century it has come to be the name of the people from that city due to the great immigration waves from Europe.

11 Papél in Spanish means the document; in English it would be Document.

12 Bombilla and Mate. Mate is a traditional South American infused drink, particularly in Argentina, Uruguay, Paraguay. It is prepared from steeping dried leaves of yerba mate. Mate is served with a metal straw from a shared hollow calabash gourd. The straw is called a bombilla in some countries.

13 Casa Rosada, in English would be the Pink House, is the executive mansion and office of the President of Argentina. Officially is known as Casa de Gobierno, which means “House of Government”.

14 Chacabuco is one of the many abandoned nitrate or “saltpeter” towns in the Atacama Desert of northern Chile.

15 Port Stanley is the capital of the Falkland Islands.

16 La Nación and Clarín are Argentine daily newspapers. Today, Clarín is the largest newspaper in Argentina.

17 Gurkhas are military units in the British or the Indian army (Gorkhas) enlisted in Nepal.

18 Exocet is a French-built anti-ship missile whose various versions can be launched from surface vessels, submarines, helicopters and fixed wing aircraft.

19 Palacio de la Moneda or just La Moneda, is the seat of the President of the Republic of Chile. In English literally is Coin Palace.

20 Tarapacá is one of Chile’s 15 first order administrative divisions. It’s one of the most northern regions of Chile.

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Il protocollo Turconi

imageGianluca Turconi e’ una persona molto rara. Disponibile fino all’inverosimile, e come autore attento, rigoroso e avvincente. Le nostre strade si sono intrecciate anni fa ai tempi del premio Oltrecosmo e quando lui ancora si interessava principalmente di fantascienza. Più volte finalista al vecchio premio Alien, ha saputo sempre reinventarsi con stile e cura. Adesso è con vero piacere che vi consiglio di leggere la sua ultima creatura, di cui vi fornisco trama e link all’acquisto. Divertitevi!

Inseguimenti e arresti, senza clamore.
Iulian Osprea non ha fatto altro da quando è entrato nell’Unità Speciale di Intervento (USI) della Polizia romena, una squadra catturandi impegnata nella ricerca dei criminali del vecchio regime comunista fuggiti all’estero dopo la rivoluzione popolare del 1989, per i quali le autorità del suo paese non vogliono l’attenzione dei media internazionali. A salvaguardia della riservatezza del proprio lavoro, Iulian deve viaggiare sotto la protezione di un passaporto diplomatico, cambiando continuamente tesserino di riconoscimento, città e conoscenze.
Tuttavia, il caso che lo ha ora condotto a Macao, in Cina, per indagare sui ricercatori della sede locale della Lenzi Pharmaceuticals, una grande multinazionale farmaceutica svizzera, è più pericoloso di qualsiasi altro avuto in precedenza, in quanto riguarda direttamente la sua infanzia e l’incontro – avvenuto pochi giorni prima della caduta del regime di Nicolae Ceausescu con agenti della Securitate, la spietata polizia politica del dittatore – nel quale ha scoperto l’esistenza del Protocollo Aurora, un progetto segreto che ha segnato la sua intera vita.
Proprio a causa degli individui e delle organizzazioni coinvolte nel Protocollo, Iulian sarà obbligato a mentire e manipolare la legge, per proteggersi e continuare le indagini, perché molta gente ad alti livelli politici e finanziari preferirebbe che le verità conosciute dall’uomo che insegue rimanessero sepolte in quel lontano passato rivoluzionario, ormai quasi dimenticato.
Chi vuole il silenzio su determinati fatti è disposto a tutto, anche a uccidere senza scrupoli.
In un mondo criminale dalle molte facce, la tappa asiatica sarà per Iulian solo il primo passo su una strada irta di ostacoli e pericoli, tra politica, violenza, odio razziale, sesso e amore, legati da un filo di follia delirante, fino a tornare in Italia, dove ha trascorso la sua turbolenta adolescenza. Lì scoprirà che la verità, per quanto possa essere spaventosa, è sempre meglio che non sapere.

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Il caos e la sua Dea

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Bè, eccoci qui anche con lei, anzi con Lei: la vecchia amica-nemesi che torna dal passato per animare il seguito di Nero Italiano. Dea del Caos esce per i tipi di Delos Digital – e di questo devo ringraziare l’amico Silvio Sosio – e questo mi riporta a qualche annetto fa, quando, con Alessandro Vietti, le nostre consorti, Milena Debenedetti e qualche altro amico demmo vita a quell’avventura che fu FantasticaMente. Perché metto in relazione Dea del caos con quel single shot che fu il primo e finora unico festival della fantascienza organizzato a Genova? Perché sebbene il romanzo risalga al 2005 nel 2007, anno di FantasticaMente, Dea del Caos fu rappresentata al Teatro Garage di via Paggi, dopo il precedente passaggio a Finalborgo. Una faticaccia, ma ne valse la pena. Buona lettura, dunque, e buona Maria De Carli a tutti! 🙂

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Eroe dello schermo

isLo confesso, sono un ludopate. Ma di quelli che per loro fortuna sprecano solo tempo e non anche soldi; il mio tempo libero spesso se lo risucchia Football Manager, uno storico gioco di calcio che simula una carriera da allenatore. Insomma, metto insieme sullo schermo di un computer la passione per le figurine e il Subbuteo che avevo da bambino e da ragazzo e quella per la storia alternativa che ho maturato da uomo. Perché con Football Manager puoi prendere, che so io, il Viggiù Inferiore e se sei bravo te lo porti in serie A. Più ucronia di questa… Di qui l’idea di questo racconto, che si interseca anche con il tema delle nevrosi e del difficile vivere di oggi. L’alienazione e i paradisi artificiali, compresi i mondi persistenti di un gioco del tipo ipotizzato qui, una sorta di MMORPG dentro un arcade dentro un manageriale. Risultato? Un sogno psichedelico. Buon divertimento!

EROE DELLO SCHERMO

  1. Partita 1.

– E dai, cazzo. Possibile che sei così scemo?

Vittorio schiacciò e schiacciò il tasto D, ma contrariamente al suo alter ego di carne, anziché caricare il destro, il Totti elettronico si intestardì nell’uno contro uno e perse pietosamente il contrasto con lo sconosciuto difensore argentino. Cadde a terra, tenendosi il ginocchio in una parodia di dolore stereotipata. Subito i diciannove pollici di schermo si accesero di luci e colori: il pubblico spalmato sugli spalti mimò scandalo e sconcerto, mentre due anonimi infermieri, la cappa bianca svolazzante, accorrevano con la barella a soccorrere il campione. Questi, la bocca chiusa e i capelli scolpiti come fosse ancora in discoteca, continuava a contorcersi sul prato verde.

– Eccolo lì. Mi è costato una fortuna e non si regge in piedi. Ma vai a quel paese.

Vittorio cliccò sul menù di sostituzione e si congedò in fretta con il suo beniamino. Al suo posto in campo fece ingresso un anonimo trequartista generato dall’A.I., il volto privo di fisionomia al pari dell’avversario in maglia bianco-celeste che aveva spedito Totti negli spogliatoi.

La semifinale dei mondiali riprese su WORLDMANAGER con un calcio di punizione per i sudamericani. L’avatar di Messi calciò a effetto di sinistro, aggirando con grazia la fitta barriera azzurra e andando a insaccare il pallone nell’angolino alla sinistra di un immobile Buffon.

Uno a zero all’ottantesimo. E, dopo avere tentato e ritentato per almeno una trentina di volte, Vittorio ne era certo, il punteggio non sarebbe cambiato. Il copione era sempre quello: Totti o si infortunava, o veniva espulso per fallo su quell’anonimo centrale. Il tasso tecnico italiano scendeva e l’Argentina immancabilmente vinceva la partita, senza riuscire ad arrivare a quei rigori che, Vittorio lo sapeva, potevano dargli il successo.

Fremette di ira e frustrazione, ma lasciò comunque che il cronometro scorresse fino alla fine. Lasciati all’A.I., i suoi giocatori contenerono i danni: a parte la curiosa disposizione a salvare qualsiasi pallone si avvicinasse alla linea laterale regalandolo spesso agli avversari – un baco storico del gioco – non ci furono colpi di scena. L’avversario si limitò a controllare la gara nell’ormai familiare e odiosa melina. Ancora una volta uno a zero, di nuovo fuori dalla Coppa del Mondo.

– … ma insomma, possibile che adesso non mi rispondi nemmeno più? – gli arrivò da molto distante la voce di sua moglie. – La cena è in tavola, accidenti!

Vittorio si alzò, le vertebre che crocchiavano una dopo l’altra. Stava diventando un’ossessione. Se non avesse vinto quei Mondiali – ed era possibile, WORLDMANAGER gli proponeva sempre come altra finalista un abbordabilissimo Uruguay – non sarebbe riuscito a sbloccare il bonus che gli avrebbe consentito di ricostruire lo stadio, e se non l’avesse fatto, alla prossima stagione lo avrebbero multato e la direzione licenziato. No, era fuori discussione. Troppo simile alla vita vera. Doveva capire come andare avanti. E se ci fosse riuscito, avrebbe postato la strategia su Internet, sarebbe diventato una celebrità. Sarebbe uscito finalmente da quel culo di sacco che era diventata la sua vita negli ultimi due anni.

2. Interludio e rivelazione

Sorrise tra sé, mentre addentava una fetta di pizza.

– Ti piace? – azzardò Maura – L’ho fatta bella croccante come piace a te.

Vittorio levò occhi color azzurro pallido, le sclere iniettate di sangue. La moglie lo fissò, stavolta senza allegria.

– Guardati, che occhi che hai. E la barba lunga. Sembri uno di quei maniaci che adescano le bambine sul web. Da quanto tempo non cerchi lavoro?

Vittorio sobbalzò come se fosse stato schiaffeggiato. Aveva quasi rimosso la cassa integrazione, due anni di limbo dopo cinque di pannelli fotovoltaici. Poi, la lettera che lo mandava a spasso. La disperazione stimolava le idee e così lui e l’ex caporeparto Alberto, più un gruppetto di operai avevano provato la strada della cooperativa. Invano. Ne avevano parlato anche i giornali e la televisione, lui e altri cinque erano saliti su una gru e ci erano rimasti a oltranza. Poi, vinti dal freddo e dalla fame, erano tornati a casa. E a casa, Vittorio aveva trovato ad aspettarlo il computer nuovo di zecca comprato con l’ultima liquidazione. Ovviamente Maura non aveva approvato quella spesa, ma quando mai, negli ultimi cinque anni, era successo il contrario?

E poi, adesso Maura aveva intensificato gli orari di lavoro. A casa non c’era mai, e con i nuovi turni riusciva a fatica a mantenere entrambi. All’inizio, vuoi per puntiglio, vuoi per dignità, Vittorio aveva cercato qualcosa, ma poi si era stancato. Su quella meraviglia di computer, insieme con l’ultima versione di un famoso sistema operativo, avevano caricato anche il nuovissimo WORLDMANAGER. Era forse colpa sua se ne era rimasto stregato?

Dalla prima schermata, l’entrata in campo delle squadre, era tutto così realistico. I fili d’erba che si muovevano al vento. Il fango che macchiava il fondo dei pantaloncini di chi cadeva nei contrasti. Le urla della folla e le imprecazioni dei giocatori. Il fischietto dell’arbitro. E poi, la gestione societaria. Vittorio era un grande manager. Trattava al meglio i contratti dei giocatori, aveva fiuto per gli affari nel calciomercato ed era un ottimo tattico. Altro che la cooperativa. WORLDMANAGER gli sorrise dall’inizio.

Ecco cosa avrei dovuto fare nella vita, si ripeteva spesso, mentre i bilanci della sua Roma schizzavano in alto e la squadra si faceva largo nella Champions League, spedendo in nazionale nomi famosi e nuove e ignote leve generate dall’A.I.

Fino a quella maledetta Coppa del Mondo. Aveva esagerato con gli investimenti, lo sapeva, e il gioco non permetteva se non l’ultima ricarica. Quel che era fatto era fatto, e l’alternativa alla sconfitta e alla bancarotta pareva essere ricominciare da capo con una nuova partita.

Batté un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Maura e la pizza ormai fredda.

– Devo risolvere questo problema! – esclamò.

– Devi tornare a lavorare – tornò a dire Maura. – Lascia stare quel gioco. Ti sta fumando il cervello.

– No, devo solo insistere. Sento che la strada giusta è qui vicino… – Vittorio aprì e chiuse le mani, cercando di afferrare invisibili farfalle. – E se la troverò, diventerò qualcuno. Ci guadagnerò dei soldi!

– Vittorio, ti prego. Non scappare via. Ogni volta è più difficile tornare indietro.

– Tornare indietro? E chi vuole tornare indietro? Io voglio una soluzione!

Si alzò facendo cadere la sedia e tornò nello studio, planando sulla poltroncina. Il colpetto di una nocca e riavviò il computer dallo stand-by in cui era entrato, e tornò su WORLDMANAGER. Udì appena Maura vestirsi e truccarsi con gesti rabbiosi, uscire e sbattere la porta. Quando sentì l’auto allontanarsi sul viale tirò un sospiro di sollievo. Quella donna ormai gli riusciva sempre più difficile sopportarla. Era inquieta, e non capiva il perché. A lui bastava aprire la complessa schermata della gestione societaria della Roma per sentirsi come un banchiere. Anzi, no, come un pilota alla guida di un Jumbo. Tutto sotto controllo. Tutto gestibile con due click del mouse.

Fino a quel cazzo di partita.

Totti. Quel pupone di merda…

Vittorio rifletté. Prima che il gioco salvasse in automatico poteva ancora uscire sconfitto dalla semifinale, andare al postpartita e avviare una conversazione col suo capitano. Le riviste specializzate avevano scritto fiumi d’inchiostro virtuale sulle simulazioni di WORLDMANAGER. Tutti sapevano che a un certo punto, a margine di eventi particolari, sarebbe stato possibile uscire dallo schema di una conversazione stereotipata con le solite quattro domande e quattro risposte possibili, parlando davvero con il proprio beniamino, imbeccato finalmente a tono dall’A.I. del gioco. A lui non era mai capitato, ma a quattro leggendari campioni di WORLDMANAGER sì, e il resoconto postato su Internet delle loro chiacchierate con Rooney, Gerrard, Messi e Ronaldinho aveva fatto il giro dell’intero mondo nerd. Con i campioni virtuali si poteva scambiare una vera conversazione. Oppure no? Vittorio incrociò le dita. Se il fantasma esisteva nella macchina, doveva per forza manifestarsi ora. Richiamò l’avatar di Totti, schiacciò il tasto consolle e digitò “chat”.

Sobbalzò.

Anziché presentare l’ambientazione standard degli spogliatoi, lo schermo mostrava un salotto in tutto simile a quello di una nota pubblicità. Con insolito realismo Totti si scombinò la chioma non più impeccabile come quella di un manichino e si grattò il naso, lasciando seduta sul divano una popputa figurina bionda molto somigliante alla sua famosa moglie. Il capitano della Roma era vestito in borghese, con maglietta bianca a maniche lunghe e pantaloni neri. Sul volto, una smorfia molto simile all’imbarazzo.

La consolle mostrò due alternative: comandi a tastiera e comandi verbali.

Mai successo!

Vittorio si eccitò e scelse la modalità vocale. Subito risuonò il familiare accento romano.

    • Sì, mister? Me dispiace…

Quell’accidenti parlava! E mentre l’avatar del calciatore faceva una faccia da cane bastonato, la sua donna cincischiava sullo sfondo con un telefonino.

Vittorio rise. Troppo, troppo realistico! Poi si scosse. In tutta evidenza Totti aspettava che il suo allenatore lo sgridasse. Indossò al volo la cuffia-microfono e scandì.

– Così non va, Francesco…

La pseudo-Illary e Totti sobbalzarono all’unisono.

– Così me spaventa mi moije, mister. E’ incinta. Nun strilli. Lo so, ho giocato male. Però…

Incinta. Cristo. Un avatar incinto. Vittorio sbuffò.

– Però un cazzo – sbottò abbassando la voce a un sussurro. – Tu sei molto più bravo di quell’Hernandez!

– ‘N’cio’o’sa’, mister, che quer pischello c’ha venti de potenziale su quasi tutti i parametri? Quello diventa un mostro! – Totti alzò palme prive di linee e inarcò sopracciglia appena accennate. – Anzi, je consijerei de faije un precontratto alla Roma, visto che io penserei de ritiramme…

– Tu hai un dovere verso la tua maglia – cominciò Vittorio ricordando il profilo personale di Totti, la fedeltà di bandiera come tratto principale.

– E ce lo so, mica no, ma io ‘n’ce la faccio più. Me menano sempre, e fa sempre più male. Indicò la gamba sinistra, rimboccò pantaloni che al contrario delle palme che li maneggiavano avevano un aspetto assai realistico. Come quello della brutta contusione, marrone e verde, che campeggiava sotto la rotula. – Ecco perché so’ dovuto uscì, mister, nun se l’era data?

Sì, diavolo, aveva capito che si era fatto male, ma la bravura del suo avversario non bastava a spiegare perché il suo beniamino avesse deciso la prova di forza.

– Perché hai tentato l’uno contro uno, France’? I riflessi sono quello che sono, e se mi dici pure che Hernandez è così bravo…

– E’ perché è ‘na testa calda. Lo potevamo neutralizza’ solo co’ ‘n cartellino rosso. Cosi’ c’ho provato. Ma me so’ fatto male. La prossima vorta, mister…

– Sì? Le orecchie di Vittorio divennero enormi.

– La prossima vorta che giocamo la semifinale, provi a raddoppià e a fallo marca’ a omo pure da Gattuso.

Ma certo. Ringhio era la scelta giusta. Avrebbe provocato il giovane dal sangue caliente e insieme con Totti gli avrebbero fatto perdere le staffe, fino all’inevitabile espulsione. Con un uomo in meno di quella caratura, Messi o non Messi, l’Argentina sarebbe arrivata ai rigori e avrebbe perso.

– Ricarico, allora?

– Seeh, mister ricarichi, ricarichi – rise Totti. – Pure mi moije sta’ a ricarica’. Sta sempre attaccata a quer telefono… Scherzi a parte, faccia così. Me la faccia vince n’antra vorta ‘sta coppa, prima de appenne li scarpini ar chiodo…

Vittorio chiuse la schermata di chat e osservò l’anziano fuoriclasse tornare verso il simulacro di divano, sedersi vicino all’avatar di sua moglie e assestarle una gran pacca su una natica. La figurina bionda strillò di giubilo. Il gioco gli aveva appena proposto una Easter Egg, un divertente imprevisto di quelli che segnavano i punti cruciali di una partita. Vittorio lo considerò di buon auspicio, e riavviò WORLDMANAGER senza salvare.

  1. Riavvio

Si accorse dalla schermata introduttiva che nel gioco c’era qualcosa di insolito. Tanto per cominciare, i colori. Al familiare bianco e rosso della casa produttrice, si era sostituito un curioso verde e viola, come se la scheda video fosse andata in tilt. Fu però questione di un attimo. Il menù generico appariva normale, salvo una curiosa linguetta in un menù a tendina: “enter private chat”, stava scritto fra “tactics” e “board room”. Scelse quella nuova possibilità, e si ritrovò a districarsi con tanti possibili colloqui quanti erano i giocatori della nazionale. O quasi, visto che, a guardare meglio, poteva conferire davvero solo con Pirlo, Gattuso e Totti, cioè con metà centrocampo e con il capitano della squadra. Gli altri nomi, si acorse, non erano attivabili. Per un attimo disperò, lanciando uno sguardo al telefonino sopra il mobile d’ingresso. Ancora muto. Maura doveva essere davvero furiosa. Ma uno sfarfallio dello schermo lo richiamò a sé. Era proprio lui, Totti, che indicava Pirlo. Doveva dunque parlare per primo con il grande tessitore del centrocampo italiano.

Sono o non sono un grande tattico? Si chiese sorridendo, e attivò la consolle di colloquio. Pirlo girò subito verso di lui gli occhi grandi e intelligenti, ravviandosi la ciocca ribelle che gli ricadeva sul volto.

– Sì, mister?

Uno sguardo a Totti, che rimaneva in secondo piano. L’avatar non rimase però immobile come gli altri. Levò davanti a sé un grande palmo rosa, per andarlo a scavalcare con tre dita dell’altra mano.

Ma certo.

Riferì l’istruzione a Pirlo, che inalberò un cipiglio meravigliato.

– Preferirei scavalcare il loro centrocampo, mister – rispose infine. Le palle filtranti che vuole lei sono rischiose con una linea mediana fatta di giocatori che hanno tutti oltre diciotto di media nei parametri di anticipo e lettura del gioco.

– Proprio per questo, Andrea – rispose Vittorio. – Non se lo aspetteranno. E sarà la nostra arma vincente.

Totti annuì in secondo piano.

-Mister, questo gioco è solo matematica! – replicò Pirlo, frustrato.

– No, è anche la scelta giusta nella casualità favorevole!

Pirlo esitò qualche istante, e infine annuì pensoso. Curioso come gli sviluppatori di WORLDMANAGER fossero riusciti a rendere su schermo la riflessione di un avatar.

Con Gattuso fu più semplice. Una luce maliziosa si accese nei virtuali occhi neri quando Vittorio propose la marcatura asfissiante in raddoppio sul giovane Hernandez.

– Come Gentile su Maradona, mister? – ridacchiò Ringhio pregustando il contatto fra i suoi tacchetti e le carni elettroniche del fuoriclasse argentino.

Lo hanno programmato con i controcoglioni, pensò Vittorio, chiedendosi dove quella figurina avesse posto per un dato così specifico come la partita Argentina-Italia ai mondiali veri dell”82 in Spagna. Si domandò che cos’altro i suoi giocatori potevano dire, se stimolati a dovere.

Aprì la linguetta di Totti e il capitano lo sorprese di nuovo.

– Ce semo già detti tutto prima, mister.

– Ma come, prima? Ho ricaricato il gioco senza salvare!

– Lei deve da ave’ fiducia nei suoi ommini, mister! – sorrise ambiguo il Pupone. – Ma adesso me faccia canta’ l’inno nazionale, che me sento una sensazione bbona… Lei stia solo a guarda’, nun deve da fa’ gnente.

La simulazione ripartì come decine di altre volte, il catino dello stadio del Gremio affollato di spettatori, i sudamericani a cantare a squarciagola con la mano sul cuore, gli azzurri a tenersi per le spalle e a storpiare l’inno di Mameli.

Poi l’arbitro diede via ai giochi. l’Argentina teneva il pallino, col suo gioco fatto di una ragnatela di passaggi corti e improvvise, brucianti accelerazioni, l’Italia pressava a centrocampo e quando poteva ripartiva in contropiede sulle fasce. A metà ripresa, quando sembrava che il copione della gara non potesse più cambiare, Gattuso e Totti entrarono una volta di più in forbice su Hernandez. Il giovane in maglia biancoceleste stese a sua volta il capitano azzurro con una rischiosa entrata da dietro. L’arbitro esitò appena, poi fissò bellicoso il giocatore argentino e tirò fuori il cartellino rosso. Disperazione tra le fila sudamericane, esultanza tra quelle azzurre, tripudio tra la folla brasiliana sugli spalti. Tutto decisamente fuori copione per il gioco.

Pirlo batté la punizione, una palla radente che filtrò in mezzo alla barriera per il tocco smorzato di Totti. Portiere da una parte, palla dall’altra. Uno a zero, ma stavolta per l’Italia, al 67′. Senza Hernandez l’Argentina si ritrovò con una voragine in mezzo al campo. Una nuova palla filtrante all’80’ e ora Gattuso, libero da ogni controllo, fissò sul due a zero il punteggio. Il fischio finale salutò la festa degli azzurri, un tripudio tricolore nell’attesa del più malleabile Uruguay nella finalissima.

Il telefonino all’ingresso era ancora muto e Vittorio, trionfante, salvò la partita nel bel mezzo dell’apoteosi.

      1. Inizia il viaggio

Subito dopo il salvataggio, Vittorio premette il tasto “spazio”, mandando avanti il gioco. Anziché la familiare schermata progressiva che indicava lo scorrere delle ore di allenamento e di tattica in vista della finalissima, si aprì un video. Gli azzurri festeggiavano nello spogliatoio, bottiglie di spumante rigorosamente uguali che si aprivano, spuma poco renderizzata che scorreva su corpi dai dettagli appena abbozzati, in contrasto con fisionomie facciali fin troppo riconoscibili, rese caricaturali dalle espressioni di giubilo.

– Mister, viene pure lei? – chiese l’avatar di Totti, staccandosi dal groviglio eccitato dei compagni. – E’ tutto merito suo, lo sa? E’ un risultato storico!

Vittorio indossò di nuovo la cuffia-microfono.

– Mi piacerebbe, ma come si fa? – rispose più a se stesso che al capitano della nazionale, che era rimasto come in attesa di una risposta che in tutta evidenza doveva arrivare, ma non in forma vocale. Totti rimaneva in piedi, le mani sui fianchi, le sopracciglia che andavano in su e in giù, mentre la routine dei festeggiamenti riprendeva daccapo, ancora e ancora.

– Tu mi vuoi dire qualcosa, ma come faccio a capirti? – Vittorio appoggiò il mento sulle mani, studiando lo schermo. Eppure doveva esserci una spiegazione. Da quel filmato non si usciva, se non forse premendo il tasto “esc”. In qualche modo, però, Vittorio sapeva che esisteva un’altra risposta.

Oh, già. Lo sai. Come lo sapevi due anni fa , quando credesti ciecamente nel futuro dei pannelli solari e rimanesti a fare la cooperativa con Alberto e quegli altri scemi… Vittorio e le sue brillanti intuizioni…

Scosse il capo scacciando la depressione. La fabbrica e la cooperativa erano ormai fasi chiuse del suo passato. Adesso quel che contava stava lì, in quelle curiose variazioni elettroniche sul tema.

Variazioni, uhm…

Vittorio si lanciò verso il ripostiglio. In pochi istanti lo svuotò di involucri e scatole, fino a trovare la custodia di WORLDMANAGER. Teneva il DVD sempre nel PC, e aveva dimenticato quella piccola chiave USB che aveva acquistato insieme con il gioco. Contenuti 3D, stava stampigliato sopra la penna. La inserì nell’apposita porta, e inforcò gli occhiali. Con un certo scetticismo: non aveva mai gradito quegli effetti speciali da circo Barnum che trasformavano il gioco più bello del mondo in un’esibizione da funamboli del joy-pad.

Quello che a un tratto lo circondò era però tutt’altro che lo scenario di un saltimbanco.

Si trovò da solo, nello spogliatoio dell’ Estádio Olímpico Monumental di Porto Alegre, lo stadio del Gremio. Lo conosceva a memoria, l’impianto in cui per decine di volte aveva giocato la semifinale di coppa del mondo. Il colore azzurro della squadra di casa che si ripeteva in motivi frattali, gli armadietti e le panche, gli asciugamani lasciati dai suoi ragazzi.

Già, ma dove erano andati a finire? Nella visione convenzionale, non stereoscopica dei festeggiamenti da fine partita erano sempre lì, che si abbracciavano e cantavano, facce note e fisionomie anonime. Qui, invece, era come essere arrivati in ritardo, dopo che l’ultima bottiglia era stata stappata e i protagonisti ripuliti, rivestiti e partiti per chissà dove. Con in più il disorientamento da 3D.

Vittorio si guardò intorno, poi, stordito, portò una mano al volto. Se la vide paffuta e colorata come in un fumetto. Scosso, si girò indietro. Esterrefatto, non si trovò più di fronte la vecchia scaffalatura di casa dove i giochi facevano a pugni coi libri, ma un muro alto istoriato con scritte pubblicitarie brasiliane e il logo della Coppa del Mondo, e in cima una stretta finestra da cui scendeva una lama di sole. Continuando a chiedersi a quali risorse attingesse una simulazione così sofisticata, mosse qualche incerto passo verso la porta dello spogliatoio, e con una grossa mano rosa abbassò la maniglia.

Fuori, impazzava la notte brasiliana. Auto rivestite di tricolori italiani intrecciati col vessillo verdeoro del Brasile improvvisavano cortei e caroselli intorno allo stadio fin nel centro della città. La gente festeggiava la nazionale azzurra che aveva vendicato quella di casa, sconfitta ai rigori dall’Argentina. La nazionale che ora avrebbe incontrato nella finalissima l’altra rivale storica, quell’Uruguay che aveva umiliato i cariocas proprio a Rio più di mezzo secolo prima. Ragazze poppute dall’età indefinibile agitavano tondi posteriori in cima a pickup che procedevano come carri di carnevale. Statuarie ballerine nere eseguivano coreografie perfette, agitando gagliardetti da scuola di samba. Luci e ombre in strada palpitavano al ritmo con i neon che si accendevano e si spegnevano sui palazzi della grande città I colori erano virati al massimo, come su una televisione regolata male, o su un cartone animato.

Il clamore era assordante. Sopraffatto, Vittorio si portò le mani alle orecchie. Strinse le palpebre, e quando riaprì gli occhi, intravide in lontananza una macchia azzurra più ampia. Erano i suoi ragazzi, caricati a loro volta su un pickup, circondati da danzatrici che si agitavano come bisce.

Qualcuno lì sopra lo indicò, e il mezzo invertì la marcia, con una manovra repentina che ne mise a dura prova l’assetto.

Quando, con rumoroso stridore di freni, l’auto inchiodò al suo fianco, il panorama era del tutto cambiato. Lo stadio era solo una macchia luminosa all’orizzonte, e il panorama urbano era sovrastato da alte colline panoramiche, su cui incombeva una colorata bidonville. Sulla cima più alta stava ritta, illuminata a giorno, una statua dalle braccia aperte.

Rio de Janeiro? Ma non eravamo a Porto Alegre?

– Nun te chiede come, mister, stanotte se realizzano tutti i desideri! – gridò eccitato Totti dal cassone del pickup. Stretto fra due ambigui e ridenti donnoni, il capitano della nazionale mostrava un volto più dettagliato che nella simulazione tradizionale e insieme alieno, come fosse un manga.

Sono in un dannato cartone HD, pensò Vittorio.

– Che stai a aspetta’? Vieni su, dai! – lo incitò la versione aggiornata dell’avatar del Pupone.

Ma sì, vediamo dove va a parare questa commedia…

Vittorio si fece tirare su da un robusto braccio brunito. Un po’ troppo mascolina per una semplice ballerina di samba, osservò tra sé. Accettò comunque di buon grado di sistemarsi a fianco del suo calciatore preferito, stretto nell’abbraccio delle sue nerborute ammiratrici. Il pickup imboccò un’erta salita e procedette a sobbalzi per qualche chilometro, inseguito da una torma di bambini urlanti e vestiti di stracci, per poi arrestarsi, di fronte a quella che sembrava una teoria di portici scavata nella roccia.

– Daje, mister, annamo, qui ce stanno li mejo locali de Rio!

I giocatori della nazionale italiana scesero dal cassone del pickup e si involarono verso l’entrata di quella che appariva una Disneyland tropicale, incorniciata da altissime volte naturali e con ai piedi uno strapiombo che si affacciava, centinaia di metri più in basso, su un mare azzurro e cristallino, bordeggiato da mezzelune di sabbia chiara.

Vittorio si guardò nel riflesso di uno specchietto dell’automezzo. Portava una maglietta azzurra come i suoi ragazzi e un paio di pantaloncini bianchi, ed era rosso in viso, a causa dell’intenso calore irradiato da un sole color arancio che ardeva in un cielo violetto, quasi nero. L’astro illuminava a giorno colline e mare, generando ombre più nere dell’inchiostro. Nella bizzarra prospettiva, pareva di poter toccare i bagnanti, simili a formichine nere che si muovevano sulla sabbia dorata e in mezzo alle onde dell’oceano.

A Vittorio mancava l’aria. Una volta aveva visto un documentario sulle prime missioni umane sulla luna, e la luce sembrava la stessa che si diffondeva su corpi celesti senza atmosfera, con la differenza di un sole più gentile e misericordioso.

E comunque non è aria quella che stai respirando? Avanti, fatti coraggio, questa è solo una simulazione psichedelica molto riuscita.

Vittorio drizzò le spalle, si calcò sulla fronte quello che all’improvviso si era materializzato come un cappello alla moda a stretta tesa e oltrepassò la soglia dai titanici voltoni di pietra.

      1. Rio, e oltre l’infinito.

Il calore scemò non appena passata la soglia, lasciando spazio a una frescura da caverna che Vittorio salutò come benvenuta. Man mano che si allontanava dall’ingresso, la luce si faceva sempre più soffusa, generata da una teoria di fiaccole sparse un po’ ovunque. Una rete di illuminazione naturale che sembrava sconfinata, al pari di quel dedalo di gallerie e sterminate piazze che con ogni evidenza la natura – di nuovo – aveva scavato nella roccia. Un mondo che definire sotterraneo appariva decisamente riduttivo, visto che si scendeva e si saliva e i livelli sembravano sovrapporsi senza soluzione di continuità. E in quale mondo sotterraneo, poi, ci sarebbe stata una folla simile? Gente di ogni razza e colore che si incrociava sorridendo per strada, i vestiti dal taglio informale e dai colori allegri: qui un professionista in gessato rosa, in mano una seriosa borsa di cuoio, sulla spalla un grande pappagallo rosso e blu, si affrettava a piedi nudi verso chissà quale appuntamento di lavoro; là un quintetto di ragazzine provava balletti e sincronie, muovendo all’unisono nastri gialli e verdi; sullo sfondo robusti uomini dalla pelle bronzea e turbanti color cannella impartivano ordini a strane tigri dal manto bianco e nero.

Contrariamente a quanto ci si poteva immaginare, il dettaglio aumentava con la vicinanza e più di una volta una pelle in apparenza lucida si rivelò al tatto madida di sudore nella calca dei corpi. Vittorio continuava a chiedersi a quale ignoto database la simulazione stesse attingendo: la chiavetta non era poi così capiente, a meno che non si trattasse di quei nuovi software paravirali che si spacchettavano a catena, diramandosi per tutto l’hard disk.

Poco male, quando non ci sarà più spazio sul disco tornerò alla realtà, pensò con una scrollata di spalle. E poi stavolta ho salvato in tempo.

Sorrise malizioso al ricordo, ma il buonumore svanì quando, sempre all’inseguimento dei suoi ragazzi, che lo precedevano in un corteo rutilante di bambini e di danzatrici, si inerpicò per una ripida salita. La galleria era più bassa e la luce delle torce più diretta evidenziava, su entrambi i lati della strada, una lunga fila di botteghe che apparivano chiuse da anni, le finestre e le porte serrate da saracinesche rugginose e spezzate: carpenterie, studi legali, ferramenta, alimentari, frutta e verdura, ma anche sedi di aziende per lo più meccaniche, cantieristiche e perfino una compagnia di crociere.

Dai vicoli laterali giungeva puzzo di orina e di gente disperata. Qualcuno lo invitò alla carità, per favore. Occhi febbrili comparvero nel buio e qualche mano sfiorò i suoi vestiti, cercando invano di fermarlo. Vttorio abbassò gli occhi e accelerò il passo. Percorse una ventina di metri guadagnando terreno sul corteo festoso della nazionale, ma finì per scontrarsi duramente con un corpo che gli si era parato davanti all’improvviso.

– Ma che diavolo?… Alberto? Ma tu cosa ci fai qui?

L’apparizione del suo collega e compagno d’avventura nella storia finita male della cooperativa era decisamente sbagliata. Cosa ci faceva il suo ex caporeparto nella simulazione di WORLDMANAGER? Dov’è che aveva sentito che certe sostanze che attivavano gli occhiali 3D potevano dare effetti allucinatori?

– Vittorio, ce l’hai mica qualche soldo per un amico?

La visione era fin troppo realistica e prosaica.

– Cosa vuoi da me? Vattene! – rispose, la voce stridula.

– I miei soldi, però li hai ben voluti e sperperati quando ti sono serviti! – incalzò lo pseudo-Alberto, levando una mano sporca e piagata e stringendo il braccio di Vittorio in una morsa. – E adesso che sei ricco e famoso, niente? Dammi cinquanta euro, ti prego!

– Toglimi le mani di dosso!

– Non voglio farti del male. Sono tuo amico. Maura come sta? Te l’ho presentata io alla camera del lavoro, ti ricordi? Usciva insieme con mia moglie… Adesso che la cooperativa è fallita facciamo la fame… E dammi questi cinquanta euro!

Vittorio artigliò la mano che lo bloccava, graffiandola a fondo e spillando sangue che alla luce delle torce apparì nero come catrame.

Non sta succedendo davvero.

Graffiò e strattonò, finché lo pseudo-Alberto mollò la presa, tenendosi la mano insanguinata con l’altra.

– Cosa saranno mai, cinquanta euro per il commissario tecnico della nazionale? Bastardo! Non fosse stato per me saresti morto di stenti! E non avresti mai fatto una scopata vera!

Vittorio corse e corse fino a perdere il fiato, finché l’oscuro quartiere di botteghe serrate non sparì all’orizzonte lasciando il campo a un’elegante distesa di negozi di abbigliamento. Nessuno pareva essersi accorto del suo incidente, salvo il cuore che gli martellava nel petto. Continuò a salire per quella che si era trasformata in una stradina degna di Portofino, un’erta in cui alle boutique di lusso si alternavano, sempre più di frequente, tratti più ampi, simili a piazzette coperte, con finestroni che affacciavano, decine e decine di metri più in basso, su spiagge ancora più belle ed esclusive di quella da cui era partito. Era come muoversi in un club privato.

Dei suoi ragazzi, però, ancora nessuna traccia. Da quando li aveva persi di vista mentre cercava di liberarsi dallo pseudo-Alberto non aveva più nemmeno sentito i cori dei bambini.

Maura.

Lo pseudo-Alberto aveva destato un ricordo dolce, ma inspiegabilmente amaro. Cosa c’era che non andava con sua moglie? Perché continuava a sentire una portiera d’auto che sbatteva e un motore che andava su di giri?

Qui, non c’erano auto neanche a pagarle un miliardo. Vittorio salì e salì, fino a ritrovarsi su una specie di belvedere. Una piazza ampia, in cui la galleria si allargava al punto da far sembrare che si fosse all’aperto. Sentì un clamore, e si avvicinò alla fonte del suono. Fu preso dalla vertigine. Giù da uno dei lati della piazza si stendeva un ripido anfiteatro dalle alte gradinate gremite di pubblico. In fondo, molto più in basso, distingueva piccole figure nuotare avanti e indietro in uno specchio di mare trasparente come ai Caraibi. Ci mise un po’ a capire che si trattava di una partita di pallanuoto. Si allontanò con prudenza da quello strapiombo per imbattersene in un altro: dalla parte opposta della piazza un identico anfiteatro radunava una folla altrettanto sterminata. Oggetto dello spettacolo, una lotta tra testuggini giganti. Gente in costume e pareo scommetteva sui grandi rettili, che si affrontavano sbuffando e cozzando tra loro gli enormi carapaci, cercando di cavarsi gli occhi con becchi massicci e acuminati.

Che mondo è questo? Maura! invocò. Disorientato, arretrò di nuovo, trovando uno sentiero che stavolta discendeva, ma senza la protezione della galleria. Fu colto dalle vertigini. Per evitare di cadere si chinò, abbassando il baricentro. In lontananza distinse un chiarore soffuso e un altro dedalo di caverne. Sapeva di dovervi arrivare, ma lo terrorizzava l’idea di attraversare quel sentiero stretto gettato su chissà quale abisso.

– Mister! E daje! Aspettamo solo te! – echeggiò una voce familiare. – Sapessi che bambine ce stanno, da questa parte…

La grande mano rosea di Totti faceva ampi cenni d’invito in lontananza. La festa, Vittorio lo sapeva, lo attendeva al di là di quei cinquanta metri, più non dovevano essere, di passerella sull’ignoto.

Ma certo, si disse menandosi una pacca sulla fronte. Deve essere una specie di gioco nel gioco, una Easter Egg molto sofisticata. Guadagno prestigio se attraverso il sentiero. Mi avevi quasi fregato, WORLDMANAGER!

Vittorio! Fermati, Vittorio!

Maura? No, è solo la mia immaginazione.

E il sentiero davanti a lui era di solido selciato. Vittorio lasciò da parte ogni indugio, e attraversò quei cinquanta metri sopra l’ignoto. Sotto, molto lontano, udiva l’oceano frangersi su quelle che di sicuro erano aspre scogliere. Strinse le palpebre, forzandosi a procedere senza fermarsi, ignorando quella vocina che lo invitava invece ad affacciarsi per godere dello splendido panorama.

Varcò un’ulteriore soglia. Ritrovò la familiare atmosfera festosa, gallerie che si incrociavano con altre gallerie e si sviluppavano su più livelli. Roccia rivestita di preziose stoffe multicolori, sfumature che si ritrovavano sulle livree di uccelli che scorrazzavano in libertà per i cunicoli, lunghe code e ali vaporose che sfioravano teste, piume che si strinavano sulle fiamme delle torce. Bancarelle odorose di spezie e decorate da batik di ogni dimensione affollavano ogni metro. Mercanti di ogni razza invitavano al grande affare. L’afrore era ubriacante. Vittorio si fece largo nella folla di questuanti. Gli bastò seguire il ritmo dei tamburi per trovare il centro della festa, una sorta di immenso palcoscenico che dominava il centro di un’ancora più immensa piattaforma situata nella più grande caverna che avesse mai visto. Un vero e proprio stadio creato dalla natura, in cui finalmente ritrovò tutti i suoi ragazzi, compreso Totti. L’avatar era sempre stretto fra le sue ambigue ammiratrici.

Mister, vieni su, ce devi da parla’, domani sera ce sta la finalissima!

La voce del Pupone era amplificata da un impianto tanto invisibile quanto potente. La frase del capitano della nazionale si spense in un fischio lacerante. Per una breve intermittenza Vittorio, volgendosi indietro, intravide la familiare scaffalatura di casa. E un volto pallido, illuminato da due occhi bruni.

Maura?

Poi l’immagine sbiadì in un confuso mare oscuro che si agitava nella sua direzione. Erano migliaia di teste che si giravano, in attesa di ascoltare il discorso del commissario tecnico della nazionale italiana.

Levò d’istinto le braccia al cielo e procedette, muovendosi al ritmo ossessivo del samba. Altro che fabbrica, altro che cooperativa, lui era nato per questo! Si beò del clamore ritmico, migliaia di voci che invocavano il suo nome.

O Grande, o Mago!

Lui era il Grande, lui era il Mago! Non aveva bisogno di nessuno. Nemmeno di…

Maura?

Una fugace sensazione di vertigine, un’idea nella coda dell’occhio, come due mani che lo scuotessero con forza per le spalle, tentando di…

Svegliati, per l’amor di Dio!

– Mister, vieni su, aspettano tutti a te!

La mano di Totti era tesa, grossa e rosa, gli occhi tondi e dolci come quelli di un fumetto. Le ballerine si muovevano senza posa, i denti che splendevano in sorrisi moltiplicati fino all’estremo.

SVEGLIATI!

Non più travaglio, non più sacrificio…

SVEGLIATI, ADESSO!

Uno schiocco secco, gli occhiali 3D volarono via. Vittorio fu strappato al suo momento di gloria, in tempo per vedere la sofisticata periferica infrangersi in mille pezzi contro la parete dello studio di casa.

Davanti a lui, ansante, le spalle che andavano su e giù, i capelli crespi rovesciati sulla fronte, Maura.

– Dio mio, Vittorio, dove sei stato?

Sullo schermo del computer solo l’innocua schermata tattica di WORLDMANAGER, e…

Ma la preparazione alla partita che vedeva non era quella della finalissima contro l’Uruguay, bensì l’odiosa eterna semifinale contro l’Argentina.

– Io… Io non lo so… C’era Totti che… Ma cosa hai fatto?

– Tu la devi smettere con questo gioco. Ti farà venire l’epilessia prima o poi. E, senti…

– Cosa c’è? – Vittorio rispose secco, smanettando tra i menù, cercando di capire. Infine si arrese, abbandonandosi contro lo schienale.

Maura rimase in piedi davanti a lui, mordendosi un labbro.

– Senti, ci ho pensato. Io… Noi… Io credo che dovremmo ricominciare. Mio padre… Mio padre mi ha proposto una partecipazione al suo ristorante. Potremmo…

Ma sì. Aveva buttato anni della sua vita, poteva cacciarne nel cesso altri ancora. E questo stupido gioco…

Proveremo anche questa – rispose infine, con il sorriso degli anni belli.

Maura si ravviò i capelli. Per un attimo sembrò la donna bella e intelligente e vivace che aveva sposato vent’anni addietro.

Con l’indice, solennemente, Vittorio si apprestò a spegnere la simulazione calcistica.

Fermò il gesto a mezz’aria.

Dietro di sé, appoggiato al vano della porta, un roseo Totti scuoteva a sua volta un indice roseo come un osceno wurstel, e sorrideva. Il ghigno salì di tono, ancora e ancora, fino a trasformarsi in un urlo che Vittorio, in verità senza alcuno stupore, riconobbe infine come il proprio.

Epilogo.

– Proprio come ci aspettavamo, vero?

– Bè abbiamo ricostruito apposta un pattern abbastanza usuale: frustrazione, evasione e delusione.

– Guarda qui, i tracciati neurali sono alterati. Le capacità di giudizio inquinate. Non sa più distinguere la realtà dalla fantasia!

Un indice dall’unghia curatissima batté ripetutamente contro lo schermo a cristalli liquidi di un tablet. I due uomini in camice bianco confabulavano fitti sullo sfondo di un lettino che ospitava un uomo collegato a decine di cateteri e sensori.

– E’ un esperimento tanto costoso quanto inutile: una simulazione nella simulazione. Mi chiedo ancora perché lo stiamo continuando – commentò il secondo uomo in camice, seguendo lo schema che gli indicava il collega.

– Ma è ovvio, no? Ricercare la quadra tra sogno e realtà, fra aspirazione e realizzazione. Se ci riesce con lui, con l’esperienza che ha avuto, figurarci con gli altri.

– Mandare i cassaintegrati a ubriacarsi nel cyberspazio? E’ davvero tutto qui? E guarda che è successo: prima o poi lo schema torna sempre lì. Qualcuno lo richiama alla realtà. E lui crolla. Come tutti gli altri. No, no. Dobbiamo rassegnarci. Non può esserci una risposta virtuale alla conflittualità sociale.

– E se invece agissimo sulle famiglie? Su chi gli sta vicino? Guarda un po’ questa app…

Il primo uomo cavò dalla tasca un palmare. Su uno schermo ad alta risoluzione comparve l’avatar di un lattante, disteso sulla schiena. La figuretta piangeva disperata, le braccia e le gambe che mulinavano in aria.

– Su, su, frugoletto, che adesso si mangia.

Col pollice l’uomo sfregò sulla pancia del bambino, poi con l’indice selezionò un biberon immaginario. L’avatar iniziò a ciucciare e si addormentò – o qualsiasi altra cosa che fosse – all’istante.

– Vedi? Fa già furore tra il 60% delle donne sposate e senza figli oltre i 35 anni. E bastano poche migliorie al software per…

– Per cosa? – chiese il secondo uomo in camice?

– Guarda qui. – Il primo uomo ricaricò la simulazione poco prima dell’irruzione della Maura virtuale sulla scena dell’allucinazione psichedelica di Vittorio. Una suoneria angelica interruppe il volo della mano che stava per strappare gli occhiali 3D dal volto dell’ex operaio.

– Povero piccino! Stavo per dimenticarmelo! – scandì la cyber-Maura, dimenticandosi di suo marito e cominciando subito ad accudire la creatura virtuale. Vittorio continuava intanto la sua avventura psichedelica. Un sorriso si disegnò sul volto dell’uomo steso sul lettino, riflettendosi sul volto del primo uomo in camice.

– Ma è solo un avatar che si prende cura di un avatar! – protestò il secondo uomo.

– Funzionerà, invece – garantì il primo uomo – Un click al momento giusto: all’ora di cena, prima di andare a letto, alla sveglia del mattino. Basterà un minuscolo chip da inserire nel collo durante la periodica visita medica, una leggera scarica che attivi la routine e tutto sarà sotto controllo. Ah, e un telefonino della nostra compagnia come benefit gratis per ogni famiglia di cassaintegrati. L’uovo di Colombo!

Tornò a fissare Vittorio, che steso sul lettino sembrava ronfare come un gatto soddisfatto.

– Vedi? Sono sicuro che adesso, tra le mani, sta stringendo la sua coppa del Mondo!

Nello stesso tempo, in un’enorme caverna Vittorio si affollava ringhiando insieme con una torma di uomini e donne dai vestiti tropicali laceri e dalle unghie adunche intorno a un giovane uomo biondo dai lineamenti scultorei e dalla capigliatura scolpita. Fu il primo a gridare di giubilo mentre gli apriva la gola.

– Rivoluzione… – ruggiva la folla. – Rivoluzione!

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Anubis

AnubiAnubis_standings è un racconto che ha avuto una certa fortuna, essendo stato a un passo dal Lovecraft e pubblicato anche all’estero. Se vogliamo, ancora attuale per un certo tipo di retroterra sociale, i terrori irrazionali esistono perché dietro c’è qualcosa di molto più tangibile.

Ma anche no, vero Zio?

Quel rubinetto di merda… Siamo proprio sicuri di averlo girato a sinistra e non a destra? Come ogni sera, Giacomo fece dietrofront sui due metri quadrati che dividevano la sua stanza dalla cucina. Per l’ottava volta aveva controllato se davvero aveva spento il gas.
Un vero guaio essere arrivati a otto. Perché secondo la legge inviolabile che regolava il suo tormento, una volta che Giacomo avesse superato la mistica soglia di sette, il rito si sarebbe prolungato fino a ventuno, primo multiplo dispari di sette. Già, perché se sette era il numero che salvava, tre era il numero da salvare, e cioè Giacomo, sua madre e suo padre.
Disturbo ossessivo-compulsivo, lo aveva chiamato il dottore, raccomandando ai genitori di non essere troppo protettivi e di avere pazienza. Se fosse peggiorato, beh, si poteva pensare a una cura, ma per adesso non bisognava preoccuparsi troppo: in fondo si trattava di un adolescente e d erano solo un paio di manie in croce.

Mania, pensò amaro Giacomo. Sarebbe meglio chiamarla ossessione. Come gli fosse venuta, non se lo sapeva spiegare. A un tratto si era trovato lì, a fare giravolte in corridoio. Aveva compiuto da poco quindici anni, e il rito notturno gli si era presentato così, spontaneo, insieme alle frenetiche masturbazioni, dopo che…
– …Vuoi spiegarmi insomma cosa vuoi da me? – Improvviso, il tono esasperato di suo padre, di là della porta chiusa della camera da letto dei genitori. Stava cercando di non alzare la voce. Come tutte le sere, ormai da un anno a quella parte.
– Lo sai benissimo, cosa voglio… – Sua madre, perentoria come sempre.
Oh, beh da quando papà ha perso il lavoro…
– Non hai più né arte né parte, – insisteva dura la mamma – e la cosa peggiore è che adesso non sembra più fregartene un cazzo. Cosa puoi dire che sei, eh?
– Sono un lavoratore socialmente utile, Anna, – rispose il papà, la voce più alta di un tono. – Ma senza le raccomandazioni degli altri. Ecco perché…
– Ecco perché, cosa? Ecco perché ti hanno cacciato? Sei un fallito, ma non sei raccomandato? Davvero una bella consolazione.
Oh, no. No, vi prego. Non ricominciate. Giacomo avvertì familiari i primi brividi. Quando le voci si fossero alzate fino a far vibrare i bicchieri nella vetrinetta in corridoio, anche i suoi denti avrebbero cominciato a battere. Nononononono. In una sorta di balletto Giacomo cominciò velocemente a fare avanti e indietro fra soglia della cucina e soglia della sua camera. I suoi sarebbero usciti tra breve a continuare la lite proprio in cucina. Guai se lo avessero visto intento ai suoi riti.
Spentospentospento. Il gas è spento. Alla diciottesima giravolta cominciò a girargli la testa. Doveva mantenere il controllo. Guai se fosse arrivato ai ventuno giri senza la certezza che il dannato rubinetto fosse stato rivolto verso sinistra. Venti-Vent…uno! Chiuso. In punta di piedi Giacomo, stremato, varcò la soglia della sua camera, si richiuse dietro la porta, spense la luce e si infilò nel letto. Quasi in un unico movimento fluido, come si era imposto di fare. La lite fra sua mamma e suo papà arrivava più attutita, ma era questione di pochi minuti. Come la sua ossessione, anche la guerra fra i suoi genitori aveva precise regole. Ogni battaglia seguiva scrupolosamente gli stessi ritmi d’ingaggio, svolgimento e conclusione. Tra poco papà comincerà a giustificarsi…
– Non c’è molto che possa fare con una laurea in ingegneria presa al quinto anno fuori corso…
– E allora ti chiudi in casa? Oh, beh, finché c’è questa stronza a guadagnare i soldi! Ma guarda che non posso mandare avanti da sola quel maledetto studio legale! E Giacomo? Hai pensato a lui? Hai pensato all’opinione che si sta facendo di suo padre?
Sua madre lo aveva già tirato in ballo. In genere avveniva dopo. Giacomo si tirò le coperte sopra la testa. Lo faceva da quando era bambino. Gli sembrava così di mettere un diaframma invalicabile fra sé e…
Un cigolìo, quasi impercettibile. Giacomo sentì le orecchie drizzarsi quasi fisicamente. Si scoprì la testa nel buio. In sottofondo, le voci di mamma e papà erano diventate più distinte, e un distinto odore di catrame stava invadendo la stanza. Si sono messi tutti e due a fumare in cucina, sbuffò Giacomo.
Fece per rimettere la testa sotto le coltri per sfuggire al cattivo odore, quando con la coda dell’occhio colse il particolare. Quella gruccia si sta muovendo. Girò di nuovo lo sguardo verso l’armadio: l’oggetto, al quale in genere Giacomo appoggiava il suo cappotto, era appeso come al solito a una maniglia. Ma stavolta era vuoto, e stava, incontestabilmente, oscillando piano piano, proprio come se qualcuno avesse appena preso il capo di vestiario che lo appesantiva. Dov’è il mio cappotto? E mentre i genitori continuavano imperterriti a litigare in cucina, Giacomo infine lo vide. Il suo cappotto era appeso a un’altra gruccia, sospesa al bordo superiore dell’armadio. Io non l’ho messo lì, fece appena in tempo a pensare, e il suo sguardo fu di nuovo catturato dal pigro oscillare dell’altra gruccia. Così vicina a quella… mano?
Sì, anche qui incontestabilmente era una lunga mano adunca quell’ombra che sembrava accarezzare, muovendola ancora piano, la gruccia appesa alla maniglia. Una lunga mano adunca che pendeva a sua volta da un lungo braccio scimmiesco, portato in avanti, fin quasi all’altezza dei piedi, zampe bestiali attaccate a gambe tozze e storte. Il torso possente si indovinava appena, abbozzato appena tra il cappotto di Giacomo e l’anta a specchio socchiusa dell’armadio, così come la testa pelosa dal muso prognato, in attesa di spalancare fauci che…
No. Non può essere. Nonononono. Ho chiuso il gas. Ho contato fino a ventuno. Perché, allora? Mise di scatto la testa sotto le coltri. Gocce di sudore freddo gli imperlarono la fronte e le gote. In sottofondo, come se niente fosse, continuava la lite in cucina. Erano anni che quell’incubo non tornava a visitarlo. In un istante Giacomo si rivide bambino, piangere disperato e chiamare il papà a liberarlo dall’orrore dell’armadio. Ecco suo padre, coi capelli più folti e più scuri, accendere la luce e mostrargli come i giochi di luce e di ombra tra il cappotto di sua madre e l’anta a specchio del mobile potessero suggerire una figura mostruosa che esisteva solo nella sua mente, e…
Un ringhio. Sommesso, ma distinto, nella petulante colonna sonora proveniente dalla cucina. E ancora, lo sbattere della gruccia contro l’anta dell’armadio, che si alternava con un altro battere ritmico, che Giacomo identificò con quello dei propri denti. Stavolta, però, non erano state le urla dei suoi genitori a spaventarlo. Con un dito abbassò la cortina che lo difendeva. Sul soffitto, nel riquadro di luce proiettato dalla finestra, intravide agitarsi l’ombra di una testa massiccia dotata di orecchie appuntite. Non è reale. Non è possibile. Devo pensare ad altro. Devo… Ecco, sì. Com’è che si chiama quella della seconda F? Chiara. Sì Chiara. Le tette di Chiara… Giacomo portò la mano destra al pene e cominciò a masturbarsi. Ecco. Così. Funziona. Le tette di Chiara. Chiara che me lo prende in bocca, e… L’odore nella stanza era cambiato. Mentre si strofinava vigorosamente un’erezione maturata in pochi secondi di fantasie, Giacomo si accorse che il sentore di catrame si era trasformato di un afrore… selvatico?
Adesso basta. Tenendosi il pene con la mano destra, con la sinistra si scoprì di colpo. E lo vide, di nuovo. Stavolta l’essere si era staccato dal suo mondo schiacciato tra specchio, armadio e cappotto, e se ne stava lì, gigantesco, a incombere sopra il suo letto. Le lunghissime braccia pendevano lungo un corpo tozzo e peloso. Giacomo contemplò senza fiato la massiccia testa da lupo, le fauci che scoprivano zanne lunghe e gialle, l’alito puzzolente da carnivoro… Gli occhi color brace, fosforescenti, percorsero il suo corpo. L’erezione venne meno all’istante. Il mostro, dal canto suo, inclinò il capo di lato in una paurosa parodia di stupore canino.
– A… a… a… – Giacomo tentò di chiamare aiuto, ma non riusciva a emettere nulla se non un’unica sillaba spezzata. Mentre dalla cucina continuavano ad arrivare le voci della lite, l’essere si rizzò in tutta la sua gigantesca statura, e sollevò lentamente un lungo braccio. Intravisti gli artigli luccicare nel buio, Giacomo portò d’istinto le braccia a coprire il volto. Il mostro, tuttavia, si limitò a sollevare un lungo indice adunco davanti alle labbra. Silenzio, fece una voce nella testa di Giacomo.
– C… c… chi sei? – riuscì infine a sputare, in un tono chioccio che faticò a riconoscere come il proprio.
Tu sai chi sono.
– Io n… non so proprio niente. E tutto questo non è reale! – Terrorizzato, Giacomo fece per alzarsi. Una zampa dai lunghi artigli si posò sul suo petto e lo costrinse a sdraiarsi di nuovo. Sul davanti della maglietta rimasero dei tagli, dai quali filtrò qualche goccia di sangue. Vedi bene quanto sia reale, continuò la voce dentro la testa. E non potrebbe essere diversamente. Sei tu che mi hai chiamato.
– Io non ho chiamato proprio nessuno! – esclamò Giacomo, sottovoce.
Ne sei sicuro? chiese la voce d’ombra nella sua testa, mentre un indice artigliato si tendeva stavolta verso la porta chiusa.
– Ah questa è buona! – arrivò sferzante dall’altra parte la voce della madre. – Tu staresti studiando? Tu credi davvero a cinquant’anni che il mondo ti stia ancora aspettando?
– Questa è la volta buona, Anna!
– Hah! La volta buona. Ma fammi il piacere…
– Un tempo saresti stata felice di vedermi dare da fare!
– Finiscila, Fulvio! Smettila di giocare. E’ una vita che giochi! – L’essere girò il muso verso la porta e mosse due goffi passi verso di essa. Una zampa si strinse intorno alla maniglia.
– Non lo fare. – si sentì sussurrare Giacomo.
Perché? Tu vuoi che tutto questo finisca o no?
– Cosa… Cosa dici? Sono i miei genitori. Io li amo.
No, tu li odi. Li hai sempre odiati.
– Cosa ti stai inventando?
Tu mi hai chiamato per loro.
– Non è vero!
Ho aspettato finché tu non fossi abbastanza forte…
– Non è vero. Non sta succedendo.
Finché l’energia non fluisse dentro di te… Quell’energia che ti ho visto usare prima… L’indice animalesco indicò il suo basso ventre. Giacomo si accorse di starsi ancora tenendo il pene, e lo mollò di scatto.
E’ questa forza che mi ha fatto uscire dal mio mondo…
– Basta!
Dovevi solo disegnare di nuovo la mia forma sullo specchio… L’essere staccò la zampa dalla maniglia della porta e si fece avanti fino al bordo inferiore del letto. Le due braccia scivolarono lungo i fianchi di Giacomo, finché gli artigli non si poggiarono ai due lati del cuscino e il muso da lupo non gli si fermò a mezzo palmo dal naso. Quegli occhi color della brace. La pelle, nera sotto una pelliccia grigio scura. Le orecchie, dritte coi padiglioni rivolti in avanti. Il linguaggio del corpo diceva a Giacomo che quel mostro non ce l’aveva con lui. Almeno per il momento.
Impazzirò. Lo sento. Un pensiero lo colpì improvviso. – Sei mica il dio Anubi?
Le fauci zannute si allungarono verso l’alto in un’accettabile approssimazione di sorriso. Mi hanno chiamato con molti nomi. Ma il mio scopo è sempre stato lo stesso.
– Tu… tu giudichi chi deve morire?
No. Io eseguo una sentenza già pronunciata. E’ il corso della tua vita a decidere come sarà la tua morte. Una lunga lingua canina saettò fuori dal muso del mostro, e leccò da sotto in su il viso di Giacomo.
Il tuo sapore è forte. Ti stai affacciando solo adesso alla vita, ne stai cominciando a gustare i segreti. Ma la tua esistenza è minacciata.
– Che cosa accidenti dici?
Ti stai consumando per niente.
– Io non capisco.
Sei convinto che la tua volontà, se male incanalata, possa fare del male a chi ti è caro. I tuoi riti hanno questo senso.
– Tu come fai a sapere…? Oh, Dio, sto impazzendo. Parlo con un mostro che è solo nella mia mente!
Un suono cupo e ritmico si ripercosse per la stanza di Giacomo. L’essere stava ridendo. Il letto si muoveva per le vibrazioni che quella gola sovrannaturale trasmetteva all’aria. Di là, il papà e la mamma continuavano a litigare come se niente fosse.
Se credi che la tua volontà possa sfuggire al tuo controllo, come fai a non credere che possa aprire una soglia fra i mondi?
– Dunque sei reale?
Diciamo che ora sono qui.
– Come posso fare per farti tornare da dove sei venuto?
L’essere tornò a sorridere. Lasciandomi fare quello per cui mi hai chiamato… Si staccò dal letto di Giacomo e tornò ad avvicinarsi alla porta.
– Ti prego. Non farlo.
Sei tu a volerlo. Lo hai sempre voluto.
La certezza scivolò nella mente di Giacomo come quella voce fatta di ombra eppure così tangibile. Sì. L’ho sempre voluto. Seppe, con assoluta sicurezza, che quei riti serali avevano avuto l’unico scopo di difendere la sua pace dalla fine dell’amore tra i suoi genitori. L’essere annuì verso di lui, i padiglioni auricolari ancora ritti sul capo. E Giacomo seppe anche che quando quelle orecchie inumane si fossero abbassate, il mostro sarebbe uscito di lì e sarebbe andato in cucina da papà e mamma.
No.
Perché no? Niente più conteggi alla sera. Niente più rubinetto del gas. Niente più avanti e indietro. Sarai finalmente libero. E lo sai.
– Perché non prendi me, invece? – chiese Giacomo con un filo di voce.
Perché non è il tempo. Tu non hai ancora vissuto una vita che giustifichi quello che tu chiami morte. E io non posso dare la morte di mia iniziativa.
Giacomo si guardò intorno, disperato. Eppure la sua stanza aveva l’aspetto di sempre. Non fosse stato per la mole di quella assurda creatura, la zampa adunca posata sulla maniglia della porta, i suoi vestiti erano ancora posati ordinatamente su una sedia, accuratamente impilati come aveva imparato a fare nell’ultimo anno. Il riflesso delle luci sulla strada si proiettava ancora in un quadrato sul soffitto. Il cappotto appeso alla gruccia pendeva ancora davanti all’anta a specchio dell’armadio. Lo specchio. Non ci aveva fatto caso, prima, ma da quando l’essere ne era uscito, un riflesso come di brace ne veniva fuori. La stessa luce che ardeva negli occhi della creatura. L’intera stanza ora ne era illuminata.
– Cosa c’è là dietro? – chiese Giacomo, indicando lo specchio infuocato.
Tutti i mondi possibili. E tutti quelli che non lo saranno mai.
– E’ lì che vuoi portare mamma e papà?
“Lì” non è esatto. Ma varcheranno quella soglia. Perché tu lo vuoi.
– Cosa gli succederà?
Abbandoneranno questo mondo. Moriranno, come dite voi.
– Li farai soffrire?
Sofferenza. Paura. Morte. Tutte parole che indicano una transizione. Attraverso la sofferenza si capisce la propria fragilità. Attraverso la paura si comprendono i propri limiti. Attraverso la morte si raggiunge una nuova vita.
– Non mi hai risposto.
Sì che l’ho fatto. Vuoi che sia più esplicito? Certo che soffriranno. Loro non si sentono pronti ad abbandonare questo mondo. Ascoltali, adesso.
– …Dio del cielo, Fulvio! Dovrei morire qui, in questo istante, per farti capire qual è la nostra situazione? Io non posso più prendermi un giorno dal lavoro. Non posso più ammalarmi. Con quello che guadagno a studio, ne abbiamo a malapena per sopravvivere. Lo capisci questo?
– Anna, ti prego. E’ importante per me. Non capisci che è proprio riprendendo a studiare che posso avere una possibilità? Basterebbero pochi soldi. Appena…
– Non lo dire nemmeno! Prima la macchina. Poi la moto. Incredibilmente, adesso, questo stramaledetto corso di formazione. E io pago. Basta, Fulvio. Io non pago più. Ne andasse fin della tua vita!
Strano, vero? fece la voce, pensierosa. Li senti, parlare di vita e di morte? Alle volte, la cortina fra i mondi è tanto sottile quanto impenetrabile.
– Vuoi dire che se… se tu andassi di là non ti vedrebbero neppure? – Un filo di speranza si affacciò nella cupa disperazione di Giacomo.
Io non posso varcare questa soglia finché tu non lo vorrai. E finché tu non lo vorrai, loro non mi vedranno.
– E io non lo voglio! – esclamò Giacomo trionfante, la voce ben alta.
– Giacomo? Cosa c’è? – Di là dalla porta, la voce preoccupata di sua madre.
– Lo vedi? Lo hai svegliato! – Suo padre, amaro.
La creatura scosse la testa lupina. La zampa artigliata si serrò sulla maniglia. L’anta sembrò muoversi di qualche millimetro.
– Giacomo? Hai bisogno di qualcosa? – Ancora sua madre.
Rispondi.
– N… No, mamma. E’ stato solo un incubo. Sto bene adesso.
– Vuoi che ti porti una camomilla? – La voce del padre, in colpa.
– No, papà. Grazie. Ho sonno. Andate… andate a dormire, voi due.
Ben fatto.
– Adesso andiamo, amore. Finiamo solo un discorso. – Sua madre, sollevata, i pensieri già altrove.
Capisci adesso? Il loro destino è già scritto. Ma passeranno la soglia solo quando sarà il tempo. Quando il momento verrà, sarai tu a dirmi di aprire questa porta. E allora loro mi vedranno.
– Quindi io non posso cambiare la… la mia decisione?
Cominci a capire. No, infatti. Tu hai già deciso la morte dei tuoi genitori. Devi solo decidere quando. Solo in quel momento tu sarai davvero pronto. E anche io.
– Perché ho questo potere?
Dovresti chiederti piuttosto perché ne sei cosciente. Hai usato comunque la parola giusta. Ti è stato concesso un potere. Quello di decidere in pieno della tua vita. Di eliminare tutti gli ostacoli. E il tuo libero arbitrio ha deciso che tua madre e tuo padre fossero un ostacolo.
– Ma questo è… è mostruoso. Io…
Non è né mostruoso, né niente altro. E’ così. Tu hai preso la tua decisione, senza curarti d’altro. E tua la scelta è quella giusta. Io non sarei qui.
– Ma questo è… male!
La creatura tornò a scuotere il capo. Bene.. Male… Per millenni la vostra specie ha discusso del dualismo tra ciò che è da farsi e ciò che è di ostacolo. Qualcuno di voi ha intuito che la verità è al di là di tutto questo, e che non ha importanza come si giudica il raggiungimento di uno scopo, ma lo scopo stesso.
All’improvviso Giacomo ricordò il catechismo studiato qualche anno prima. – Sei il diavolo?
Un’altra risata, cupa e vibrante.
– Tesoro? Spegni lo stereo! E’ tardi! – Ancora sua madre, appena al di sopra del borbottio in cui si era trasformata la discussione.
Hai notato? Mi ha sentito ridere. Siamo vicini al momento.
– Devi essere per forza il diavolo. – disse quasi tra sé Giacomo.
Te l’ho detto prima. Sono stato chiamato con molti nomi.
– Non mi hai detto cosa sarà di me… dopo.
Dopo che avrò ucciso i tuoi genitori?
Giacomo soffocò un conato di vomito. La creatura sembrava sempre più reale e determinata. Era come se la luce d’inferi che veniva dallo specchio le desse pian piano corpo e tangibilità. Il suo corpo, fino a quel momento a tratti traslucido, stava guadagnando profondità e spessore. Sta diventando reale. Devo fare qualcosa.
– S… Sì. Dopo che li avrai portati… dall’altra parte.
Te l’ho detto. Sarai libero. Avrai il potere di fare ciò che vuoi.
– E tu cosa vorrai in cambio?
Non capisco la tua domanda.
– Se tu mi darai il potere, vorrai bene qualcosa per te come contropartita.
Sei un ragazzo acuto. Ma dovresti avere già capito che la mia contropartita sta già per arrivare.
– La tua contropartita sono… io?
Il tuo cuore. I tuoi desideri. Il tuo modo di essere. La tua vita.
Giacomo si sentì perso. Rifletti! si ripeté. Deve esserci un modo.
La creatura abbandonò per un istante la presa sulla maniglia della porta e si mise le zampe adunche sui fianchi. Per un momento a Giacomo ricordò la posa di sfida di uno dei supereroi dei suoi fumetti.
E’ inutile che ci pensi. Le cose stanno così. Non puoi cambiare il tuo destino. Puoi solo accompagnarlo.
– Cos’è che mi dicevi, prima, della paura?
Cosa? La voce suonò, per la prima volta, sorpresa.
– Cos’è che scopriamo attraverso la paura?
I nostri limiti. Ma farmi domande non ti servirà a guadagnare tempo. Anzi. Più ti avvicini a capire del tutto, più reale divento io nel tuo mondo.
– Vale anche per me, allora…
Che cosa, ragazzino? Un filo d’inquietudine, in quell’indifferenza?
– Affrontare la paura mi farà capire, no? Non è quello che tu stesso vuoi?
La creatura abbassò le braccia lungo il corpo massiccio. Le mani artigliate cominciarono ad aprirsi e chiudersi. Le orecchie presero ad abbassarsi lungo il capo. Muovendosi con attenzione, Giacomo tirò da parte le coltri e si alzò in piedi, fronteggiando l’incubo che torreggiava su di lui.
Cos’hai intenzione di fare? Tanto pesante da parere un carico di piombo, il sospetto della creatura si trasformò visibilmente in minaccia.
Aspetta e vedrai. Giacomo lanciò la frase come una freccia nella mente dell’essere. Questi cominciò a tremare, prima le gambe e le braccia, poi il torso. Rovesciò indietro il capo, e muggì. Un suono che fece vibrare l’intera casa, fino alle fondamenta.
– Giacomo! Che succede lì dentro? – Suo padre, allarmato.
– Papà! Corri! C’è… qualcosa qui con me!
Pazzo ragazzo. Pazzo. Cosa ti sei messo in testa di fare? La pagherai. La pagheraiiiiiiiii…
La porta si aprì dall’esterno nel medesimo istante in cui la creatura si voltò verso di essa, protendendo gli artigli.
Oh, mio Dio. No. Giacomo chinò la testa e chiuse gli occhi.
– Giacomo! Ma che diavolo? Oh, Dio! – Il mondo impazzì in un trambusto che suonava di vetri e lamiere. Una cacofonia che arrivò fino a un parossismo insopportabile. Dopo quella che gli parve un’infinità, due mani, soffici e senza artigli, si posarono sulle spalle di Giacomo.
Aprì gli occhi. La luce ora era accesa. Vide la faccia di suo padre, il suo corpo. Illeso. Poco più indietro, sua madre. Negli occhi un riflesso di brace che si andava spegnendo. Giacomo si guardò intorno. Della creatura, più nessuna traccia. Lo sguardo corse allo specchio. Il cristallo era in mille pezzi, come esploso dall’interno, i frammenti ovunque. Il più grosso era conficcato nel letto di Giacomo. Il cappotto appeso alla gruccia ondeggiava.
– Cos’hai visto? Dimmelo! – chiese Giacomo frenetico a suo padre.
– Io… non sono sicuro, ma…
– Appena siamo entrati è esploso lo specchio, – disse sua madre – e si è spalancata la finestra.
– C’era come una nebbia, e… – Suo padre continuava a guardare sua madre.
– Tesoro, se volevi attenzione da parte nostra, ti garantisco che ci sei riuscito. – disse lei alla fine, inarcando un sopracciglio. E ammiccò verso un pesante martello posato sul pavimento e semisepolto dalle schegge dello specchio. – E quello chi ce l’ha messo?
– Ma mamma, io… – Giacomo si interruppe subito. Non aveva importanza chi avesse preso o usato quel martello. O quello che sua madre pensasse. Gli bastava vedere come guardava, adesso, suo padre. La paura ti fa capire i tuoi limiti. Grazie, Anubis, o chiunque tu fossi. Giacomo sorrise.
– E, Giacomo…
– Sì, papà?
– Da oggi basta con quella sciocchezza del gas, vuoi? – Suo padre si rivolse a sua madre. – E con tutto il resto – aggiunse.
– Già. Con tutto il resto – sorrise la mamma di rimando. – Adesso, tesoro, ti aiutiamo a ripulire. – Allacciati ai fianchi, il papà e la mamma uscirono dalla sua stanza. Giacomo si sentì arrossire. Si voltò di colpo a guardare, attraverso la finestra aperta, il cielo notturno. Proprio davanti a lui si andava disfacendo una nuvola dalla testa di lupo.

( l’opera è stata finalista alla XII edizione 2005 del Premio Lovecraft per la narrativa fantastica)

 

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