Lasciare il segno

imageMi imbatto twittando in questo articolo dell’Espresso, leggo e trasecolo. La prima che mi viene da dire, la mando all’uccellino social e scrivo bè, mentre noi pensiamo a sopravvivere alla psicosi della barba lunga, in Siria si pensa a sopravvivere e basta.

Non è la prima volta che succede, non sarà purtroppo l’ultima. L’Espresso, testata per altri motivi benemerita, dagli anni ’70 in poi ha sviluppato questa coté fatua e radical chic, come si sarebbe detto allora, attenta alle mode e al loro intersecarsi con i fatti, anche dolorosi, di ogni giorno.

Niente di male, verrebbe da dire, niente di male se i tempi non fossero cambiati, e a furia di sdrammatizzare ogni cosa si stia finendo per togliere il legittimo pathos a ogni cosa.

thIl cadavere di un bimbo si spiaggia in Turchia? Tutti a condividere immagine – prima di tutto, ovviamente – e poi il cordoglio, e in contemporanea parte la salva di contributi da parte dell’intellighenzia di Twitter, pseudonimi marinettiani o dannunziani che fanno pure giochi di parole stile Agorà su tragedie indicibili, così che il prossimo corpicino ci apparirà desolatamente banale e poco interessante. Alla faccia di chi dice che a furia di ripetere un messaggio, questo rimanga impresso.

Impressa rimane un’immagine che fa riferimento a un fatto che ormai è talmente mediato da diventare metafatto, un po’ come quel John Travolta disorientato di Pulp Fiction che gira ossessivamente in versione GIF sui desktop,  sui palmari e sugli smartphone del mondo intero, la sua incongruità totale lo autorizza a mischiarsi ormai con ogni cosa, magari anche con un bel barcone di migranti mezzi morti o del tutto defunti. Tanto, ormai, di morti se ne è visti tanti.

Tanto, ormai, se uno viene ammazzato più dell’evento conta il commento, la banalità – di nuovo – confezionata e servita non solo più dalla casalinga di Voghera, ma anche dal giovane col sopracciglio scolpito e il mezzo sorriso dell’emozione di avere davanti un microfono e i suoi due potenziali secondi di notorietà. O, e torniamo all’immagine iniziale, dal giovane, di certo più acculturato e magari anche politically correct, che ci elargisce la sua dall’alto di una barba nazarena o sunnita che al mattino si sarà spuntato con cura per almeno mezz’ora al fine di avere il look giusto.

Vero è che stiamo parlando sempre delle stesse cose, e che già da tempo osservatori neutrali come l’Istat stanno rilevando la preoccupante crescita di un impoverimento etico nel nostro Paese: non solo i vecchi e i nuovi razzismi, ma persone investite in auto e guidatori che di regola scappano senza soccorrere i feriti, la gente che si fa i selfie sul luogo di incidenti stradali o di sanguinosi fatti di cronaca. I giovani sempre più alienati e isolati coi loro smartphone come unico interfaccia con il mondo. E potrei proseguire a lungo.

Soli al mondo, tante piccole monadi spaurite. L’antidoto? Lasciare una traccia. Seguire un flusso. Non essere lasciati fuori.

Ma da cosa? Da un mondo immaginario, pensato a tavolino da chi vuole farci comprare un prodotto, guadagnare in due secondi netti la nostra attenzione sempre più labile sfruttando una sensibilità sempre più bassa, brutalizzata dalla nostra storica vigliaccheria culturale, quel conformismo trasversale, che porta a salmodiare qualsiasi litania venga intonata dal guru di riferimento.

Portare uniformi, che siano quelle stravaganti ma a loro modo sempre uguali, bretelle, occhialoni, cilindri e giarrettiere per chi fa lo steampunk, barbe verbigrazia sagomate su completo di Armani per chi ritiene di dover coltivare insieme mascolinità e raffinatezza, scolpirsi sopracciglia e depilarsi con cura il corpo per chi invece, Apollo residuale, si pompa in palestra. Fare mandria per non essere schiacciati come individui. Delegare la concezione di un pensiero originale a chi se lo può permettere, generalmente il capobranco di turno, perché lo sforzo relativo, da compiersi generalmente da soli, come controindicazione ha il riflettere su tutto il resto. E se il capobranco ci rimedia appena un mal di testa, o ha comunque abbastanza corifei per farsi curare, la donna o l’uomo qualunque aborre il confronto con se stessi come il vampiro l’acqua santa.

Dunque, vai col futile. Con il mai più senza. Barbe e sopracciglia da sagomare, che se assomigli a al Baghdadi, magari sei anche figo. Magari un giorno, come lui, se farai i passi giusti, anche tu entrerai nell’empireo degli uomini influenti stilato da Forbes.

E sarai fighissimo, come fighissimi sono quegli allegri tipi degli Eagles of Death Metal, band sconosciuta ai più fino a una certa serata al Bataclan del 13 novembre del 2015. Adesso li conosce il mondo e piangono il loro cordoglio on stage insieme con gli U2.

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L’anno dei naniti

imagesDalle mie ceneri è un romanzo del 2007, che curiosamente è ambientato nel 2015, cioè proprio l’anno in corso. E tratta di un tema, le nanotecnologie, che proprio in questi giorni si sta sviluppando in sanità. Per di più di questo romanzo ho trovato la traduzione in inglese del primo capitolo. La propongo agli anglofoni. Buona lettura.

FROM MY ASHES

A novel by Giampietro Stocco

Mi Buenos Aires querido,cuando yo te vuelva a ver,no habrá más penas ni olvido.

(Alfredo Le Pera, 1934) 1

1. Capital Federal, summer 2015

The couple of tangueros2 ended the figure dance surrounded by applauses, remaining at the end tightly wrapped; her tiny body was bending backwards, and her left leg around her partner’s flank; his languid and grasping face stretching out just a few inches from the woman’s face. Feign passion for a street performance on a red hot Caminito3 as a result of the summer season: the January sun hit on the dusty pavement and on the painted tinplates of the Boca, while a gloomy Maradona carton winked to a asado (grill) restaurant’s menu. At the nth stink of grilled meat cooked just right by meticulous mechanic chefs, Rico felt a lump of nausea. That smell seemed to be everywhere, since when the city became a kind of a southern Paris. Organized groups of Chilean and Brazilian tourists crossed their paths and idioms, as if instead of being in the Gran Buenos Aires they were on the flat Abu Simbel. All of them eager to visit what remained of the neighborhood of the Argentine artists, and no one was able to distinguish the flavor of a local speciality that by now every bar prepared exactly the same way.

Rico floundered in the moisty air brought by the La Plata River4. The mist hid the crystalline top of the metropolis towers, and from the large river rose a haze full of steam. He felt a strong pain on the right hand. Instinct made him consider rubbing the sore fingers.

Immediately he sneered to himself. The best he could have done was to press lovingly the other palm on the end of a stump, cut off at the height of the elbow by a sharp blade of a kukri5. On Mount William, Malvinas Island, the 14th June 1982. Thirty-three years before. This memory made him clenched his teeth: he still had a vivid and blinding torment. He gathered all his courage and grabbed the tip by then softened end of the bone. It didn’t take him a big effort to assume an expression of pain. He sighted and approached the Brazilian group.

Charity, senhor, for a veteran of the South Atlantic… Charity, por favorObrigado6!

Experience taught Rico that only a few would listen to a beggar. Even less people, in the middle of all that shoulder, back and hips squeeze would have noticed though, that the panhandling hand would as well help itself emptying pockets and bags with fast ability. Obviously, he raked together little money but credit cards could quickly double it, guaranteeing a week span to strip the bank accounts of those moneybags. And, spend it all. This was how a former hero from the Malvinas7 survived in the streets of Boca, he was one of the six hundred Italian volunteers who increased the rows of the Argentine army.

Hey, you, crippled one. What are you doing?

The police officer had materialized out of thin air, standing near to Maradona’s caricature. He beat up the palm of the hand with a long black nightstick, undoubtly one of those with built-in taser. Then, he got near Rico, plunging his fingers on the stump, right where the nerves had been cut. The phantom hand reacted as if cut once again. A pain pang exploded right in the brain.

What are you doing now, scrounger, why have you stopped? ― asked the cop with a cruel smile. Big drops of cold sweat began flowing down Rico’s face. ― Move along, ladies and gentlemen ― urged the police officer addressing the crowd which had gathered around them. ― The police monitors so that citizens from the Southern Cone can enjoy the Gran Buenos Aires. Pay attention when you go into the alleys! Keep your steps on the green holo lane. Here, that’s it. In the meanwhile — kept addressing Rico — this son of a bitch comes with me to the police station.

Still with Rico firmly held by the stump, the policeman went through the sleaziest streets flanking the harbor. No 3D signs for tourists, no fast track, just the characteristic neglection of the seediest part of the city a few steps away from the fine neighborhoods. The smell of cheap cologne released from the pomaded hair of the cop wreaked in Rico a new retch, which he struggled to smother back.

The bitter gall taste had invaded his mouth right when he crossed the squalid doorstep of a building in bad shape. The Liberty facade, once white, was by now completely disfigured by the smog and filthiness: nearby the splendor of the Boca, the Recoleta8 or from the modern Puerto Madero9 districts, Buenos Aires was always the old same shabby whore. Two scuzzy stair flights, a quick walk through an open space that regurgitated police officers with ear-buds and video camera-partners roosted on the shoulder, most of them sat in front of virtual consoles operating just by slight moves of their hands. Finally, Rico was escorted into an office as bright as devoid to the appearance, of electronic tools. Besides the wide window, the sight over the docks and the warehouses along the La Plata River made him ridiculously recall of the Genoa harbor. A new and violent sharp pain and tug made him take a seat on a lurching chair. In front of him was a wide desk. The agent who had arrested him whispered a few words in the new guy’s ear. This one had an olive-colored complexion showing off his dated pencil mustache. He was seated behind a light blue plastic surface reading an obsolete paper report. Rico recognized the color slightly luminescent of the table: it was enough to scribble something on it with the right pen, or even a nail, and the built-in software would translate the signs into digital notes. Surely the least technology an officer not very used to modernity could afford. Inside of him, Rico grumbled with sufficiency. That local cop could bear a grudge.

It’s ok, Alvárez. You can stay — said at last the cop making a vague gesture near him. The Argentine policeman sat on the left of his superior with his arms crossed behind his back, in the stand at ease position.

So, pal — started the man, passing his fingers over the mustache. — You lighten tourists’ pockets, right?

The accent wasn’t porteño10, for sure.

Chief…— started Rico. He didn’t know which hierarchical degree he was facing, but chief was a good title to use with any Argentine police officer.

Shut up, don’t interrupt. I do the questions. And call me captain Salinas.

Chilean, fuck. Rico understood from the sharpened inflection, even before his arrogance. With a sudden fear, he rose his eyes up to the photos, authentic and expensive reproductions on carbonless paper, which ruled on the wall besides the desk: on the left, a man with glasses with a heavy frame and pure white hair. El compañero Presidente Salvador Allende, 1908-1988 was written in nice letters. Next, on the other photo, more common in public offices, was depicted a man in uniform. El general Leopoldo Galtieri, presidente de la Republica Argentina 1981-1985. Both are smiling, Galtieri in the last year of his mandate. So, he is in front of a Chilean police officer working in Buenos Aires. It wasn’t rare, but only if they were high ranks. In a country like Argentina, where despite the new order, prejudices were stiff and the Chilean and their rough manners weren’t well seen.

Documents, please ― ordered the Chilean. ― No, not that bad imitation in carbon fibber, which Alvárez has confiscated ― added with a sneer reading Rico’s mind. He stretched out a callous hand over the table surface. ― Hand me the Document.

Rico hesitated; he translated to himself and then understood. Salinas had used the word papél11. Of course. The document par excellence. How didn’t I understand? Rico handed mechanically his old discharge papers, four pages of wear out paper where it was hardly possible to read it. The challenge didn’t discourage Salinas, who instead smiled when handling the old pages.

De Luca Enrico… A nice Italian name. Aren’t you ashamed? Son of a well-known and our friend nation, and in addition you are a war hero. And you have ended pick-pocketing?

With the retirement funds the government pays! — burst out Rico while massaging the stump. — Do you read the newspapers, or not? Inflation…

What inflation and inflation! ― interrupted Salinas. ― Apathy doesn’t affect me. The Yankees, and the damned Brits that stifle us, like they did yesterday and still do today.

For years anti-British confession of faith had became as common among Chileans as a bombilla for the mate12. Not always, however it was this way, and Salina’s hoisted sneer was eloquent.

However — insisted the cop — inflation is not a good reason to steal.

Salinas calmly leaned over the desk. — Oh, of course. I understood — added, punching his bony indicator on the temple. — To make me forget you are an ordinary thief, you will now start saying bad things about the government, right?

No, of course not, captain — quickly Rico denied, raising the palm of his left hand, lifting as well the right stump due to the habit. — Ours is the best government we could have!

Absolutely — pleased, Salinas answered back, leaning once again on the seatback. Rico saw for an instance he was evaluating if the answer had been sarcastic, and removing that thought with a smirk of the pencil mustache. The attention of the Chilean returned to the desk. With the nail of the indicator wrote something, underlining it more than once. Then, he joined the tips of his fingers at his nose height. This gesture would remain impressed in Rico’s mind forever, and he started hating it.

Hence, De Luca ― restarted Salinas while Alvárez was still standing, static, next to him. ― I’ll tell you something, and for your own good open your ears. In its great nobility, our government still believes to have an honor debit with all those who rushed to fight in order to join the Malvinas Islands to the Argentine nation, known today as Southern Cone. So, we, guardians of the order are forced to turn a blind eye to bad eggs. Not forever, though.

He took a break and lightened a brown and smelly cigarette. Rico quivered. For the first time in many years he saw someone smoking. He had lost the bad habit after the war, and the prohibition arrived from the United States did the rest. To use tobacco in a public office was worst than strip in front of the Casa Rosada13.

Transmission genius, that’s what’s written in this sheet of paper — read Salinas rising with two fingers Rico’s discharge paper.

I have been enlisted in that division. But I only saw the training camp of Chacabuco14, you know what I mean?

Of course. A delightful town in my country.

The Chilean smiled, winking at the agent next to him.

Yap — whispered Rico. — Nearby were brought English war prisoners. They looked, and we marched. It was there where I had a taste of the Chilean and Cuban instructors…

And thanks to them you became a front-rank warrior. A pity for that — commented Salinas glancing towards the stump.

Rico in turn stared at the appendage. With a vacant look in his eyes, he saw himself prisoner again, then on a base hospital bed at Port Stanley15. The dormitory was covered with the front pages of the Nación and the Clarín16. South Atlantic heroes ward off at a very high price the offensive hurled by the Gurkhas17. The Malvinas remain Argentine thanks to the sacrifice of the Italians. That was what was written on the Buenos Aires newspapers, and nevertheless the ache and fever consuming Rico, he shared the atmosphere of triumph: tens of volunteers from the Italian International Brigade had been massacred by the Nepalese ill-famed soldiers armed with kukri, that horrible sword they used in close combat.

However, they had continued to flood over the enemy, managing to surround and then, with a ferocious clash to obtain their surrender. Who bothered to know if the Gurkhas surrendered because just fifteen were left, circled by Italians and by the mined fields left behind, or only because in the meanwhile, an improbable news arrived: the knocking down, not very faraway, of the helicopter where prince Andrew, duke of York and son of the hated queen Elizabeth II of England, was on board. The fact is that the Latin American press had given the Italians, and among them the by now mutilated Rico, the credit of having repelled the key offensive which was about to bring back the British to Port Stanley, two months after that on the Falklands renamed Malvinas Islands fluttered again the Argentine banner.

De Luca? Are you still with us? — It was Salinas’ voice. Rico jolted and took his hand under his shirt, lightly touching the gold medal on his chest, sent by the Military Junta twenty years earlier. He looked at the Argentine sun: it smiled as much as the Leopoldo Galtieri general when it was announced that the French Exocet18 have sunk the Argonaut frigate, the Brilliant destroyer, and lastly, the Invincible aircraft carrier with three devastating crashes. Finally his glance stopped on Salinas’ electronical desk: it was almost jammed with new drafts the policeman must have quickly done.

As much as it might seem amazing — articulated the Chilean — you believe this Country owe you something. You still think, in some way, to be a hero. But let someone who knows very well parasites like you tell you, our government has been too magnanimous with the survivors. It’s almost twenty years you are sponging on us, and now it would be the moment you become somewhat useful, like we all do. Laziness corrupts, and the government often forgets there must be order. It’s on order that true social democracy is based, or am I wrong?

Salinas giggled for a second, it was a strange sound, like a rattle. Almost embarrassed by that sound, he hesitated and then he went back to normal, while tightening the tie knot. Deadpan, he once again joined the tips of his fingers under the tip of his nose.

What did you exactly do during the war?

You have my discharge papers, read it again — mumbled Rico.

I told you to answer! ― uttered Salinas, hitting noisily with the palm of his hand on the desk. The graffiti on the surface trembled for a moment and vanished. The policeman swore in a low voice. His thick eyebrows arched. To Rico they resembled the hairy legs of a spider. Spiderman is having you for dinner tonight… He threw away the nightmare image that verse of an old song had evoked and tried to gather his thoughts.

You already know I have been placed at the Genius — replied — You had to fortify the southern flank of Mount William, from where the Nepalese would have attacked, and…

This is history, De Luca. Everyone knows it. ― Impatient, the spider legs stretched. ― The heroes of the South Atlantic. Bare hands against the kukri, bla, bla, bla…

Listen to me — interrupted Rico, exasperated. — I am a pickpocket, it’s true. Why don’t you just put me in jail and throw away the key? Otherwise stop chatting and come to the point!

Careful Italian — chastised Salinas, a steel tip with an amusing tone. — Don’t make me regret for choosing you. Alvárez is working his ass off for days to keep an eye on you. — Glanced towards the other policeman, who lifted his chin proudly.

You were among those who decrypted the codes of the British missiles, right? — suddenly asked the Chilean.

It was so long ago… — replied Rico. He started to be alarmed for real. One thing was to be blocked at the police station for a common pickpocket, another was to find a cop that knew everything about you.

― So? — insisted Salinas. The spider legs began dangerously climbing once again his face. Rico shivered.

Your memory needs some help? ― mocked the cop. ― Here you are. During the spring of 1982 there was a restricted group of Italian volunteers. All of them very young, they were true enfants prodige specialized in communications, who worked closely with the Chilean counter-espionage. Among those surveilling them was I. The mission they had received from the La Moneda Palace19 was to intercept British code messages and translate them for the high Argentine command. President Allende wanted Argentina to win that war by all means. It was the only way to get our two governments close, and to avoid those fascists, Pinochet and Merino to try it again.

The Chilean giggled when recalling of his compatriots generals and the failed coup on September 1973.

It went like this — continued inspecting his right hand nails on purpose, the one Rico didn’t have. He glimpsed the hatred gaze on his prisoner and sniggered, then continued his story. — That group of Italian young men, very motivated politically and technically well-prepared, was welcomed on May 1982 as a blessing from heaven. In a few days the codes of the British missiles were decrypted.

These are common stories the newspapers make up — hit again Rico raising inflamed his arm and stump. — I just know we were thrown into the fray after a few weeks of military training. I saw the Chileans and the Cubans only there, in Chacabuco, near the prisoner camp for the British. A Russian and then again I don’t even know how he looks like.

You don’t lose that much ― sniggered the cop. ― Yet, De Luca… ― Salinas frowned his face and closed his dark black eyes up to a crack.― Your face is not completely new to me. ― For long instances the pupils of the Chilean probed Rico like gimlets, then they released the grip. ― You want to make me believe you don’t even have a personal console at home?

I have a personal computer, yes — admitted Rico, resigned.

What ugly words you use! But maybe you are a bit Yankee, De Luca. You empty the pockets of the Brazilian companions, ain’t that right? — Salinas laughed to himself, pleased with the drift. — Which sites do you visit on the Internet? No, don’t answer, I don’t want to know. And, by the way, how is it to do a hand-job with the left hand? Is it true it seems it’s another one doing you the job?

Salinas burst laughing, this time heartily, engaging agent Alvárez too. He glanced towards the front wall, where stood out another big portrait, the one of the Brazilian president.

The federal president, the companion Luis Inácio Lula da Silva — read with dignity, — he is for years doing an enormous job to assure the future for all of us. — Like the Prime Minister, companion Nestór Kirchner — added frowning again the hairy spider legs. — And the Economy Minister, companion Michelle Bachelet. All work for one Latin America which will tear down at last all the borders!

Salinas spit the word companion as a spoof, or an insult. Rico looked at him interdicted, but the Chilean averted him, by gazing on his turn. He just batted the eyelids. — Grab — said tossing a little ball over the desk.

What is it inside? — asked Rico. He had grabbed immediately the object, recognizing the compactness of graphite.

You are a genius in transmissions, right? Well, find out yourself. And, watch out. Speak to no one, otherwise agent Alvárez could remember you are an expert pickpocket. And, me too, I could remember of it. I will be waiting for your call tomorrow.

Chief…

Capitan. You want to know the conditions, right? It’s fair. Thirty thousand dollars now, and seven thousand at end of the job. Along with a brand new passport to disappear anywhere you want. The best possible offer for the best.

A hundred thousand American dollars?

To the last dime. It can buy you a new arm. But before starting making plans about your new capitalist life, let’s make a toast.

The Chilean extracted a bayonet from a drawer and under the desk a bundle that looked like protective boxes for bottles. What game are you playing now? thought Rico, worn out. Salinas winked, tore out the carton and lifted the expensive sample of red from Tarapacá20.

Nectar from my land — stated the Chilean with dignity, broaching the bottle and holding it in front of him. — Drink to me.

Capitan, hear me…

Drink! — ordered the Chilean.

Rico sighted. He had just started to earn them, those hundred thousand dollars. Grabbed the bottle and started to pour the content in a deep stem glass. Lost in thought, he was almost tasting the fruity bouquet, when…

What is this stuff?

Surprise! — warbled Salinas. — I knew you wouldn’t be disappointed. But the best part is still to come!

Rico stared with disgust to a kind of greyish mush filling in the stem glass. Incredulous, he saw it brim over with a will of its own, a trembling shape that climbed down the crystal walls of the glass to fall down with a liquid plop on the desk. Electrical discharges swept the sky blue level, while the lump stayed static as a rotten pancake, once and a while shaken like a shiver.

For God sake, what is this obscenity? — screamed Rico.

Nanomolecular jelly — answered Salinas with affected careless. It was as if he had learnt a script by heart. — It’s front-rank stuff, do you know? Iranian patent, developed in Israel and stolen by the Americans. And we have lifted from them. Come on, touch it…

Not in a thousand years!

Touch it, I said!

Salinas’ holler shocked Rico. Carefully he approached the surviving tip of his index to the trembling lump. The jelly stopped shivering and began shaking. The dirty greyish color transformed in bright chrome paint. Looking like a mercury pound, the substance rised up. At the beginning was uncertain how to behave, then with major confidence extended a kind of tentacle towards Rico’s hand. Disgusted, tried to take it off him, but the fluid was faster. It covered all the five fingers, one after the other, then it extended up, covering the forearm like a metal glove. Short of breath, Rico saw his good arm transforming in that of a superhero.

As if satisfied with the outcome obtained, the jelly folded at last, and keeping the new shape fell on the table.

Rico didn’t have time to sight with relieve. He looked at Salinas who stared during the entire process, he was thrilled, then he stared again the pseudo-forearm: it raised, this time over the chromed fingers, and almost aiming like an Aries, fitted on the right stump, melting with what remained of the elbow.

Rico shouted with ache and horror. It wasn’t finished yet.

The thumb of the new right hand, grotesquely protuberant on the wrong side of the palm, unplugged from the joint with a cluck. Then it started scrolling on the meat like a cream dessert. A sound similar to a suck, and the finger set on the right place, while the other ones, almost as if were worms on the bait, shook and changed until the thumb and the pinkie hadn’t swapped place so as the middle finger and the annular. With a strange buzz under the skin the bones of the new hand adjusted to the right form.

Wow, eh? — comment Salinas, smoothing his mustache. His eyes were bright. — That jelly is able to read your genetic code and to reply any organ or missing limb. The first time you use it takes your breath away. Then you thank God for the gift result of progress.

I…

No need to say anything, De Luca. This is just a small reward. Just to make you understand what you can get from this deal. Who knows, maybe that arm could be yours forever, just if…

A new arm. A new life. Rico looked breathless to the new limb, the metal color skin which slowly picked a more natural pink shade. With tears on his eyes he saw on the skin between index and thumb blooming again the old brown birthmark he had forgot about.

1 My dear Buenos Aires, When I see you again There will be no more pity Nor forgetting. (Alfredo La Pera, 1934).

2 Tango dancers.

3 A street museum and a traditional alley, located in La Boca, a neighborhood of Buenos Aires.

4 Is the estuary formed by the confluence of the Uruguay River and the Paraná River on the border between Argentina and Uruguay. It forms part of the border between Argentina and Uruguay, with the major ports and capital cities of Buenos Aires and Montevideo on its western and northern shores, respectively.

5 A Nepalese knife with an inwardly curved edge, used both as a tool and as a weapon.

6 In Portuguese “senhor” means “sir”; “por favor” means “please” and “obrigado” means “thank you”.

7 Malvinas Islands, known in English as Falkland Islands. On April 1982 Argentina invaded the Falkland Islands and the UK sent their military force to retake the territory.

8 Recoleta is a downtown residential neighborhood, is an area of great historical and architectural interest in Buenos Aires.

9 Puerto Madero is a district occupying a significant portion of the La Plata River riverbank and representing the latest architectural trends in the city of Buenos Aires.

10 Porteño in Spanish is used to refer to a person who is from or lives in a port city. In Buenos Aires, since the end of the 19th century it has come to be the name of the people from that city due to the great immigration waves from Europe.

11 Papél in Spanish means the document; in English it would be Document.

12 Bombilla and Mate. Mate is a traditional South American infused drink, particularly in Argentina, Uruguay, Paraguay. It is prepared from steeping dried leaves of yerba mate. Mate is served with a metal straw from a shared hollow calabash gourd. The straw is called a bombilla in some countries.

13 Casa Rosada, in English would be the Pink House, is the executive mansion and office of the President of Argentina. Officially is known as Casa de Gobierno, which means “House of Government”.

14 Chacabuco is one of the many abandoned nitrate or “saltpeter” towns in the Atacama Desert of northern Chile.

15 Port Stanley is the capital of the Falkland Islands.

16 La Nación and Clarín are Argentine daily newspapers. Today, Clarín is the largest newspaper in Argentina.

17 Gurkhas are military units in the British or the Indian army (Gorkhas) enlisted in Nepal.

18 Exocet is a French-built anti-ship missile whose various versions can be launched from surface vessels, submarines, helicopters and fixed wing aircraft.

19 Palacio de la Moneda or just La Moneda, is the seat of the President of the Republic of Chile. In English literally is Coin Palace.

20 Tarapacá is one of Chile’s 15 first order administrative divisions. It’s one of the most northern regions of Chile.

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Il protocollo Turconi

imageGianluca Turconi e’ una persona molto rara. Disponibile fino all’inverosimile, e come autore attento, rigoroso e avvincente. Le nostre strade si sono intrecciate anni fa ai tempi del premio Oltrecosmo e quando lui ancora si interessava principalmente di fantascienza. Più volte finalista al vecchio premio Alien, ha saputo sempre reinventarsi con stile e cura. Adesso è con vero piacere che vi consiglio di leggere la sua ultima creatura, di cui vi fornisco trama e link all’acquisto. Divertitevi!

Inseguimenti e arresti, senza clamore.
Iulian Osprea non ha fatto altro da quando è entrato nell’Unità Speciale di Intervento (USI) della Polizia romena, una squadra catturandi impegnata nella ricerca dei criminali del vecchio regime comunista fuggiti all’estero dopo la rivoluzione popolare del 1989, per i quali le autorità del suo paese non vogliono l’attenzione dei media internazionali. A salvaguardia della riservatezza del proprio lavoro, Iulian deve viaggiare sotto la protezione di un passaporto diplomatico, cambiando continuamente tesserino di riconoscimento, città e conoscenze.
Tuttavia, il caso che lo ha ora condotto a Macao, in Cina, per indagare sui ricercatori della sede locale della Lenzi Pharmaceuticals, una grande multinazionale farmaceutica svizzera, è più pericoloso di qualsiasi altro avuto in precedenza, in quanto riguarda direttamente la sua infanzia e l’incontro – avvenuto pochi giorni prima della caduta del regime di Nicolae Ceausescu con agenti della Securitate, la spietata polizia politica del dittatore – nel quale ha scoperto l’esistenza del Protocollo Aurora, un progetto segreto che ha segnato la sua intera vita.
Proprio a causa degli individui e delle organizzazioni coinvolte nel Protocollo, Iulian sarà obbligato a mentire e manipolare la legge, per proteggersi e continuare le indagini, perché molta gente ad alti livelli politici e finanziari preferirebbe che le verità conosciute dall’uomo che insegue rimanessero sepolte in quel lontano passato rivoluzionario, ormai quasi dimenticato.
Chi vuole il silenzio su determinati fatti è disposto a tutto, anche a uccidere senza scrupoli.
In un mondo criminale dalle molte facce, la tappa asiatica sarà per Iulian solo il primo passo su una strada irta di ostacoli e pericoli, tra politica, violenza, odio razziale, sesso e amore, legati da un filo di follia delirante, fino a tornare in Italia, dove ha trascorso la sua turbolenta adolescenza. Lì scoprirà che la verità, per quanto possa essere spaventosa, è sempre meglio che non sapere.

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Il caos e la sua Dea

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Bè, eccoci qui anche con lei, anzi con Lei: la vecchia amica-nemesi che torna dal passato per animare il seguito di Nero Italiano. Dea del Caos esce per i tipi di Delos Digital – e di questo devo ringraziare l’amico Silvio Sosio – e questo mi riporta a qualche annetto fa, quando, con Alessandro Vietti, le nostre consorti, Milena Debenedetti e qualche altro amico demmo vita a quell’avventura che fu FantasticaMente. Perché metto in relazione Dea del caos con quel single shot che fu il primo e finora unico festival della fantascienza organizzato a Genova? Perché sebbene il romanzo risalga al 2005 nel 2007, anno di FantasticaMente, Dea del Caos fu rappresentata al Teatro Garage di via Paggi, dopo il precedente passaggio a Finalborgo. Una faticaccia, ma ne valse la pena. Buona lettura, dunque, e buona Maria De Carli a tutti! 🙂

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Eroe dello schermo

isLo confesso, sono un ludopate. Ma di quelli che per loro fortuna sprecano solo tempo e non anche soldi; il mio tempo libero spesso se lo risucchia Football Manager, uno storico gioco di calcio che simula una carriera da allenatore. Insomma, metto insieme sullo schermo di un computer la passione per le figurine e il Subbuteo che avevo da bambino e da ragazzo e quella per la storia alternativa che ho maturato da uomo. Perché con Football Manager puoi prendere, che so io, il Viggiù Inferiore e se sei bravo te lo porti in serie A. Più ucronia di questa… Di qui l’idea di questo racconto, che si interseca anche con il tema delle nevrosi e del difficile vivere di oggi. L’alienazione e i paradisi artificiali, compresi i mondi persistenti di un gioco del tipo ipotizzato qui, una sorta di MMORPG dentro un arcade dentro un manageriale. Risultato? Un sogno psichedelico. Buon divertimento!

EROE DELLO SCHERMO

  1. Partita 1.

– E dai, cazzo. Possibile che sei così scemo?

Vittorio schiacciò e schiacciò il tasto D, ma contrariamente al suo alter ego di carne, anziché caricare il destro, il Totti elettronico si intestardì nell’uno contro uno e perse pietosamente il contrasto con lo sconosciuto difensore argentino. Cadde a terra, tenendosi il ginocchio in una parodia di dolore stereotipata. Subito i diciannove pollici di schermo si accesero di luci e colori: il pubblico spalmato sugli spalti mimò scandalo e sconcerto, mentre due anonimi infermieri, la cappa bianca svolazzante, accorrevano con la barella a soccorrere il campione. Questi, la bocca chiusa e i capelli scolpiti come fosse ancora in discoteca, continuava a contorcersi sul prato verde.

– Eccolo lì. Mi è costato una fortuna e non si regge in piedi. Ma vai a quel paese.

Vittorio cliccò sul menù di sostituzione e si congedò in fretta con il suo beniamino. Al suo posto in campo fece ingresso un anonimo trequartista generato dall’A.I., il volto privo di fisionomia al pari dell’avversario in maglia bianco-celeste che aveva spedito Totti negli spogliatoi.

La semifinale dei mondiali riprese su WORLDMANAGER con un calcio di punizione per i sudamericani. L’avatar di Messi calciò a effetto di sinistro, aggirando con grazia la fitta barriera azzurra e andando a insaccare il pallone nell’angolino alla sinistra di un immobile Buffon.

Uno a zero all’ottantesimo. E, dopo avere tentato e ritentato per almeno una trentina di volte, Vittorio ne era certo, il punteggio non sarebbe cambiato. Il copione era sempre quello: Totti o si infortunava, o veniva espulso per fallo su quell’anonimo centrale. Il tasso tecnico italiano scendeva e l’Argentina immancabilmente vinceva la partita, senza riuscire ad arrivare a quei rigori che, Vittorio lo sapeva, potevano dargli il successo.

Fremette di ira e frustrazione, ma lasciò comunque che il cronometro scorresse fino alla fine. Lasciati all’A.I., i suoi giocatori contenerono i danni: a parte la curiosa disposizione a salvare qualsiasi pallone si avvicinasse alla linea laterale regalandolo spesso agli avversari – un baco storico del gioco – non ci furono colpi di scena. L’avversario si limitò a controllare la gara nell’ormai familiare e odiosa melina. Ancora una volta uno a zero, di nuovo fuori dalla Coppa del Mondo.

– … ma insomma, possibile che adesso non mi rispondi nemmeno più? – gli arrivò da molto distante la voce di sua moglie. – La cena è in tavola, accidenti!

Vittorio si alzò, le vertebre che crocchiavano una dopo l’altra. Stava diventando un’ossessione. Se non avesse vinto quei Mondiali – ed era possibile, WORLDMANAGER gli proponeva sempre come altra finalista un abbordabilissimo Uruguay – non sarebbe riuscito a sbloccare il bonus che gli avrebbe consentito di ricostruire lo stadio, e se non l’avesse fatto, alla prossima stagione lo avrebbero multato e la direzione licenziato. No, era fuori discussione. Troppo simile alla vita vera. Doveva capire come andare avanti. E se ci fosse riuscito, avrebbe postato la strategia su Internet, sarebbe diventato una celebrità. Sarebbe uscito finalmente da quel culo di sacco che era diventata la sua vita negli ultimi due anni.

2. Interludio e rivelazione

Sorrise tra sé, mentre addentava una fetta di pizza.

– Ti piace? – azzardò Maura – L’ho fatta bella croccante come piace a te.

Vittorio levò occhi color azzurro pallido, le sclere iniettate di sangue. La moglie lo fissò, stavolta senza allegria.

– Guardati, che occhi che hai. E la barba lunga. Sembri uno di quei maniaci che adescano le bambine sul web. Da quanto tempo non cerchi lavoro?

Vittorio sobbalzò come se fosse stato schiaffeggiato. Aveva quasi rimosso la cassa integrazione, due anni di limbo dopo cinque di pannelli fotovoltaici. Poi, la lettera che lo mandava a spasso. La disperazione stimolava le idee e così lui e l’ex caporeparto Alberto, più un gruppetto di operai avevano provato la strada della cooperativa. Invano. Ne avevano parlato anche i giornali e la televisione, lui e altri cinque erano saliti su una gru e ci erano rimasti a oltranza. Poi, vinti dal freddo e dalla fame, erano tornati a casa. E a casa, Vittorio aveva trovato ad aspettarlo il computer nuovo di zecca comprato con l’ultima liquidazione. Ovviamente Maura non aveva approvato quella spesa, ma quando mai, negli ultimi cinque anni, era successo il contrario?

E poi, adesso Maura aveva intensificato gli orari di lavoro. A casa non c’era mai, e con i nuovi turni riusciva a fatica a mantenere entrambi. All’inizio, vuoi per puntiglio, vuoi per dignità, Vittorio aveva cercato qualcosa, ma poi si era stancato. Su quella meraviglia di computer, insieme con l’ultima versione di un famoso sistema operativo, avevano caricato anche il nuovissimo WORLDMANAGER. Era forse colpa sua se ne era rimasto stregato?

Dalla prima schermata, l’entrata in campo delle squadre, era tutto così realistico. I fili d’erba che si muovevano al vento. Il fango che macchiava il fondo dei pantaloncini di chi cadeva nei contrasti. Le urla della folla e le imprecazioni dei giocatori. Il fischietto dell’arbitro. E poi, la gestione societaria. Vittorio era un grande manager. Trattava al meglio i contratti dei giocatori, aveva fiuto per gli affari nel calciomercato ed era un ottimo tattico. Altro che la cooperativa. WORLDMANAGER gli sorrise dall’inizio.

Ecco cosa avrei dovuto fare nella vita, si ripeteva spesso, mentre i bilanci della sua Roma schizzavano in alto e la squadra si faceva largo nella Champions League, spedendo in nazionale nomi famosi e nuove e ignote leve generate dall’A.I.

Fino a quella maledetta Coppa del Mondo. Aveva esagerato con gli investimenti, lo sapeva, e il gioco non permetteva se non l’ultima ricarica. Quel che era fatto era fatto, e l’alternativa alla sconfitta e alla bancarotta pareva essere ricominciare da capo con una nuova partita.

Batté un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Maura e la pizza ormai fredda.

– Devo risolvere questo problema! – esclamò.

– Devi tornare a lavorare – tornò a dire Maura. – Lascia stare quel gioco. Ti sta fumando il cervello.

– No, devo solo insistere. Sento che la strada giusta è qui vicino… – Vittorio aprì e chiuse le mani, cercando di afferrare invisibili farfalle. – E se la troverò, diventerò qualcuno. Ci guadagnerò dei soldi!

– Vittorio, ti prego. Non scappare via. Ogni volta è più difficile tornare indietro.

– Tornare indietro? E chi vuole tornare indietro? Io voglio una soluzione!

Si alzò facendo cadere la sedia e tornò nello studio, planando sulla poltroncina. Il colpetto di una nocca e riavviò il computer dallo stand-by in cui era entrato, e tornò su WORLDMANAGER. Udì appena Maura vestirsi e truccarsi con gesti rabbiosi, uscire e sbattere la porta. Quando sentì l’auto allontanarsi sul viale tirò un sospiro di sollievo. Quella donna ormai gli riusciva sempre più difficile sopportarla. Era inquieta, e non capiva il perché. A lui bastava aprire la complessa schermata della gestione societaria della Roma per sentirsi come un banchiere. Anzi, no, come un pilota alla guida di un Jumbo. Tutto sotto controllo. Tutto gestibile con due click del mouse.

Fino a quel cazzo di partita.

Totti. Quel pupone di merda…

Vittorio rifletté. Prima che il gioco salvasse in automatico poteva ancora uscire sconfitto dalla semifinale, andare al postpartita e avviare una conversazione col suo capitano. Le riviste specializzate avevano scritto fiumi d’inchiostro virtuale sulle simulazioni di WORLDMANAGER. Tutti sapevano che a un certo punto, a margine di eventi particolari, sarebbe stato possibile uscire dallo schema di una conversazione stereotipata con le solite quattro domande e quattro risposte possibili, parlando davvero con il proprio beniamino, imbeccato finalmente a tono dall’A.I. del gioco. A lui non era mai capitato, ma a quattro leggendari campioni di WORLDMANAGER sì, e il resoconto postato su Internet delle loro chiacchierate con Rooney, Gerrard, Messi e Ronaldinho aveva fatto il giro dell’intero mondo nerd. Con i campioni virtuali si poteva scambiare una vera conversazione. Oppure no? Vittorio incrociò le dita. Se il fantasma esisteva nella macchina, doveva per forza manifestarsi ora. Richiamò l’avatar di Totti, schiacciò il tasto consolle e digitò “chat”.

Sobbalzò.

Anziché presentare l’ambientazione standard degli spogliatoi, lo schermo mostrava un salotto in tutto simile a quello di una nota pubblicità. Con insolito realismo Totti si scombinò la chioma non più impeccabile come quella di un manichino e si grattò il naso, lasciando seduta sul divano una popputa figurina bionda molto somigliante alla sua famosa moglie. Il capitano della Roma era vestito in borghese, con maglietta bianca a maniche lunghe e pantaloni neri. Sul volto, una smorfia molto simile all’imbarazzo.

La consolle mostrò due alternative: comandi a tastiera e comandi verbali.

Mai successo!

Vittorio si eccitò e scelse la modalità vocale. Subito risuonò il familiare accento romano.

    • Sì, mister? Me dispiace…

Quell’accidenti parlava! E mentre l’avatar del calciatore faceva una faccia da cane bastonato, la sua donna cincischiava sullo sfondo con un telefonino.

Vittorio rise. Troppo, troppo realistico! Poi si scosse. In tutta evidenza Totti aspettava che il suo allenatore lo sgridasse. Indossò al volo la cuffia-microfono e scandì.

– Così non va, Francesco…

La pseudo-Illary e Totti sobbalzarono all’unisono.

– Così me spaventa mi moije, mister. E’ incinta. Nun strilli. Lo so, ho giocato male. Però…

Incinta. Cristo. Un avatar incinto. Vittorio sbuffò.

– Però un cazzo – sbottò abbassando la voce a un sussurro. – Tu sei molto più bravo di quell’Hernandez!

– ‘N’cio’o’sa’, mister, che quer pischello c’ha venti de potenziale su quasi tutti i parametri? Quello diventa un mostro! – Totti alzò palme prive di linee e inarcò sopracciglia appena accennate. – Anzi, je consijerei de faije un precontratto alla Roma, visto che io penserei de ritiramme…

– Tu hai un dovere verso la tua maglia – cominciò Vittorio ricordando il profilo personale di Totti, la fedeltà di bandiera come tratto principale.

– E ce lo so, mica no, ma io ‘n’ce la faccio più. Me menano sempre, e fa sempre più male. Indicò la gamba sinistra, rimboccò pantaloni che al contrario delle palme che li maneggiavano avevano un aspetto assai realistico. Come quello della brutta contusione, marrone e verde, che campeggiava sotto la rotula. – Ecco perché so’ dovuto uscì, mister, nun se l’era data?

Sì, diavolo, aveva capito che si era fatto male, ma la bravura del suo avversario non bastava a spiegare perché il suo beniamino avesse deciso la prova di forza.

– Perché hai tentato l’uno contro uno, France’? I riflessi sono quello che sono, e se mi dici pure che Hernandez è così bravo…

– E’ perché è ‘na testa calda. Lo potevamo neutralizza’ solo co’ ‘n cartellino rosso. Cosi’ c’ho provato. Ma me so’ fatto male. La prossima vorta, mister…

– Sì? Le orecchie di Vittorio divennero enormi.

– La prossima vorta che giocamo la semifinale, provi a raddoppià e a fallo marca’ a omo pure da Gattuso.

Ma certo. Ringhio era la scelta giusta. Avrebbe provocato il giovane dal sangue caliente e insieme con Totti gli avrebbero fatto perdere le staffe, fino all’inevitabile espulsione. Con un uomo in meno di quella caratura, Messi o non Messi, l’Argentina sarebbe arrivata ai rigori e avrebbe perso.

– Ricarico, allora?

– Seeh, mister ricarichi, ricarichi – rise Totti. – Pure mi moije sta’ a ricarica’. Sta sempre attaccata a quer telefono… Scherzi a parte, faccia così. Me la faccia vince n’antra vorta ‘sta coppa, prima de appenne li scarpini ar chiodo…

Vittorio chiuse la schermata di chat e osservò l’anziano fuoriclasse tornare verso il simulacro di divano, sedersi vicino all’avatar di sua moglie e assestarle una gran pacca su una natica. La figurina bionda strillò di giubilo. Il gioco gli aveva appena proposto una Easter Egg, un divertente imprevisto di quelli che segnavano i punti cruciali di una partita. Vittorio lo considerò di buon auspicio, e riavviò WORLDMANAGER senza salvare.

  1. Riavvio

Si accorse dalla schermata introduttiva che nel gioco c’era qualcosa di insolito. Tanto per cominciare, i colori. Al familiare bianco e rosso della casa produttrice, si era sostituito un curioso verde e viola, come se la scheda video fosse andata in tilt. Fu però questione di un attimo. Il menù generico appariva normale, salvo una curiosa linguetta in un menù a tendina: “enter private chat”, stava scritto fra “tactics” e “board room”. Scelse quella nuova possibilità, e si ritrovò a districarsi con tanti possibili colloqui quanti erano i giocatori della nazionale. O quasi, visto che, a guardare meglio, poteva conferire davvero solo con Pirlo, Gattuso e Totti, cioè con metà centrocampo e con il capitano della squadra. Gli altri nomi, si acorse, non erano attivabili. Per un attimo disperò, lanciando uno sguardo al telefonino sopra il mobile d’ingresso. Ancora muto. Maura doveva essere davvero furiosa. Ma uno sfarfallio dello schermo lo richiamò a sé. Era proprio lui, Totti, che indicava Pirlo. Doveva dunque parlare per primo con il grande tessitore del centrocampo italiano.

Sono o non sono un grande tattico? Si chiese sorridendo, e attivò la consolle di colloquio. Pirlo girò subito verso di lui gli occhi grandi e intelligenti, ravviandosi la ciocca ribelle che gli ricadeva sul volto.

– Sì, mister?

Uno sguardo a Totti, che rimaneva in secondo piano. L’avatar non rimase però immobile come gli altri. Levò davanti a sé un grande palmo rosa, per andarlo a scavalcare con tre dita dell’altra mano.

Ma certo.

Riferì l’istruzione a Pirlo, che inalberò un cipiglio meravigliato.

– Preferirei scavalcare il loro centrocampo, mister – rispose infine. Le palle filtranti che vuole lei sono rischiose con una linea mediana fatta di giocatori che hanno tutti oltre diciotto di media nei parametri di anticipo e lettura del gioco.

– Proprio per questo, Andrea – rispose Vittorio. – Non se lo aspetteranno. E sarà la nostra arma vincente.

Totti annuì in secondo piano.

-Mister, questo gioco è solo matematica! – replicò Pirlo, frustrato.

– No, è anche la scelta giusta nella casualità favorevole!

Pirlo esitò qualche istante, e infine annuì pensoso. Curioso come gli sviluppatori di WORLDMANAGER fossero riusciti a rendere su schermo la riflessione di un avatar.

Con Gattuso fu più semplice. Una luce maliziosa si accese nei virtuali occhi neri quando Vittorio propose la marcatura asfissiante in raddoppio sul giovane Hernandez.

– Come Gentile su Maradona, mister? – ridacchiò Ringhio pregustando il contatto fra i suoi tacchetti e le carni elettroniche del fuoriclasse argentino.

Lo hanno programmato con i controcoglioni, pensò Vittorio, chiedendosi dove quella figurina avesse posto per un dato così specifico come la partita Argentina-Italia ai mondiali veri dell”82 in Spagna. Si domandò che cos’altro i suoi giocatori potevano dire, se stimolati a dovere.

Aprì la linguetta di Totti e il capitano lo sorprese di nuovo.

– Ce semo già detti tutto prima, mister.

– Ma come, prima? Ho ricaricato il gioco senza salvare!

– Lei deve da ave’ fiducia nei suoi ommini, mister! – sorrise ambiguo il Pupone. – Ma adesso me faccia canta’ l’inno nazionale, che me sento una sensazione bbona… Lei stia solo a guarda’, nun deve da fa’ gnente.

La simulazione ripartì come decine di altre volte, il catino dello stadio del Gremio affollato di spettatori, i sudamericani a cantare a squarciagola con la mano sul cuore, gli azzurri a tenersi per le spalle e a storpiare l’inno di Mameli.

Poi l’arbitro diede via ai giochi. l’Argentina teneva il pallino, col suo gioco fatto di una ragnatela di passaggi corti e improvvise, brucianti accelerazioni, l’Italia pressava a centrocampo e quando poteva ripartiva in contropiede sulle fasce. A metà ripresa, quando sembrava che il copione della gara non potesse più cambiare, Gattuso e Totti entrarono una volta di più in forbice su Hernandez. Il giovane in maglia biancoceleste stese a sua volta il capitano azzurro con una rischiosa entrata da dietro. L’arbitro esitò appena, poi fissò bellicoso il giocatore argentino e tirò fuori il cartellino rosso. Disperazione tra le fila sudamericane, esultanza tra quelle azzurre, tripudio tra la folla brasiliana sugli spalti. Tutto decisamente fuori copione per il gioco.

Pirlo batté la punizione, una palla radente che filtrò in mezzo alla barriera per il tocco smorzato di Totti. Portiere da una parte, palla dall’altra. Uno a zero, ma stavolta per l’Italia, al 67′. Senza Hernandez l’Argentina si ritrovò con una voragine in mezzo al campo. Una nuova palla filtrante all’80’ e ora Gattuso, libero da ogni controllo, fissò sul due a zero il punteggio. Il fischio finale salutò la festa degli azzurri, un tripudio tricolore nell’attesa del più malleabile Uruguay nella finalissima.

Il telefonino all’ingresso era ancora muto e Vittorio, trionfante, salvò la partita nel bel mezzo dell’apoteosi.

      1. Inizia il viaggio

Subito dopo il salvataggio, Vittorio premette il tasto “spazio”, mandando avanti il gioco. Anziché la familiare schermata progressiva che indicava lo scorrere delle ore di allenamento e di tattica in vista della finalissima, si aprì un video. Gli azzurri festeggiavano nello spogliatoio, bottiglie di spumante rigorosamente uguali che si aprivano, spuma poco renderizzata che scorreva su corpi dai dettagli appena abbozzati, in contrasto con fisionomie facciali fin troppo riconoscibili, rese caricaturali dalle espressioni di giubilo.

– Mister, viene pure lei? – chiese l’avatar di Totti, staccandosi dal groviglio eccitato dei compagni. – E’ tutto merito suo, lo sa? E’ un risultato storico!

Vittorio indossò di nuovo la cuffia-microfono.

– Mi piacerebbe, ma come si fa? – rispose più a se stesso che al capitano della nazionale, che era rimasto come in attesa di una risposta che in tutta evidenza doveva arrivare, ma non in forma vocale. Totti rimaneva in piedi, le mani sui fianchi, le sopracciglia che andavano in su e in giù, mentre la routine dei festeggiamenti riprendeva daccapo, ancora e ancora.

– Tu mi vuoi dire qualcosa, ma come faccio a capirti? – Vittorio appoggiò il mento sulle mani, studiando lo schermo. Eppure doveva esserci una spiegazione. Da quel filmato non si usciva, se non forse premendo il tasto “esc”. In qualche modo, però, Vittorio sapeva che esisteva un’altra risposta.

Oh, già. Lo sai. Come lo sapevi due anni fa , quando credesti ciecamente nel futuro dei pannelli solari e rimanesti a fare la cooperativa con Alberto e quegli altri scemi… Vittorio e le sue brillanti intuizioni…

Scosse il capo scacciando la depressione. La fabbrica e la cooperativa erano ormai fasi chiuse del suo passato. Adesso quel che contava stava lì, in quelle curiose variazioni elettroniche sul tema.

Variazioni, uhm…

Vittorio si lanciò verso il ripostiglio. In pochi istanti lo svuotò di involucri e scatole, fino a trovare la custodia di WORLDMANAGER. Teneva il DVD sempre nel PC, e aveva dimenticato quella piccola chiave USB che aveva acquistato insieme con il gioco. Contenuti 3D, stava stampigliato sopra la penna. La inserì nell’apposita porta, e inforcò gli occhiali. Con un certo scetticismo: non aveva mai gradito quegli effetti speciali da circo Barnum che trasformavano il gioco più bello del mondo in un’esibizione da funamboli del joy-pad.

Quello che a un tratto lo circondò era però tutt’altro che lo scenario di un saltimbanco.

Si trovò da solo, nello spogliatoio dell’ Estádio Olímpico Monumental di Porto Alegre, lo stadio del Gremio. Lo conosceva a memoria, l’impianto in cui per decine di volte aveva giocato la semifinale di coppa del mondo. Il colore azzurro della squadra di casa che si ripeteva in motivi frattali, gli armadietti e le panche, gli asciugamani lasciati dai suoi ragazzi.

Già, ma dove erano andati a finire? Nella visione convenzionale, non stereoscopica dei festeggiamenti da fine partita erano sempre lì, che si abbracciavano e cantavano, facce note e fisionomie anonime. Qui, invece, era come essere arrivati in ritardo, dopo che l’ultima bottiglia era stata stappata e i protagonisti ripuliti, rivestiti e partiti per chissà dove. Con in più il disorientamento da 3D.

Vittorio si guardò intorno, poi, stordito, portò una mano al volto. Se la vide paffuta e colorata come in un fumetto. Scosso, si girò indietro. Esterrefatto, non si trovò più di fronte la vecchia scaffalatura di casa dove i giochi facevano a pugni coi libri, ma un muro alto istoriato con scritte pubblicitarie brasiliane e il logo della Coppa del Mondo, e in cima una stretta finestra da cui scendeva una lama di sole. Continuando a chiedersi a quali risorse attingesse una simulazione così sofisticata, mosse qualche incerto passo verso la porta dello spogliatoio, e con una grossa mano rosa abbassò la maniglia.

Fuori, impazzava la notte brasiliana. Auto rivestite di tricolori italiani intrecciati col vessillo verdeoro del Brasile improvvisavano cortei e caroselli intorno allo stadio fin nel centro della città. La gente festeggiava la nazionale azzurra che aveva vendicato quella di casa, sconfitta ai rigori dall’Argentina. La nazionale che ora avrebbe incontrato nella finalissima l’altra rivale storica, quell’Uruguay che aveva umiliato i cariocas proprio a Rio più di mezzo secolo prima. Ragazze poppute dall’età indefinibile agitavano tondi posteriori in cima a pickup che procedevano come carri di carnevale. Statuarie ballerine nere eseguivano coreografie perfette, agitando gagliardetti da scuola di samba. Luci e ombre in strada palpitavano al ritmo con i neon che si accendevano e si spegnevano sui palazzi della grande città I colori erano virati al massimo, come su una televisione regolata male, o su un cartone animato.

Il clamore era assordante. Sopraffatto, Vittorio si portò le mani alle orecchie. Strinse le palpebre, e quando riaprì gli occhi, intravide in lontananza una macchia azzurra più ampia. Erano i suoi ragazzi, caricati a loro volta su un pickup, circondati da danzatrici che si agitavano come bisce.

Qualcuno lì sopra lo indicò, e il mezzo invertì la marcia, con una manovra repentina che ne mise a dura prova l’assetto.

Quando, con rumoroso stridore di freni, l’auto inchiodò al suo fianco, il panorama era del tutto cambiato. Lo stadio era solo una macchia luminosa all’orizzonte, e il panorama urbano era sovrastato da alte colline panoramiche, su cui incombeva una colorata bidonville. Sulla cima più alta stava ritta, illuminata a giorno, una statua dalle braccia aperte.

Rio de Janeiro? Ma non eravamo a Porto Alegre?

– Nun te chiede come, mister, stanotte se realizzano tutti i desideri! – gridò eccitato Totti dal cassone del pickup. Stretto fra due ambigui e ridenti donnoni, il capitano della nazionale mostrava un volto più dettagliato che nella simulazione tradizionale e insieme alieno, come fosse un manga.

Sono in un dannato cartone HD, pensò Vittorio.

– Che stai a aspetta’? Vieni su, dai! – lo incitò la versione aggiornata dell’avatar del Pupone.

Ma sì, vediamo dove va a parare questa commedia…

Vittorio si fece tirare su da un robusto braccio brunito. Un po’ troppo mascolina per una semplice ballerina di samba, osservò tra sé. Accettò comunque di buon grado di sistemarsi a fianco del suo calciatore preferito, stretto nell’abbraccio delle sue nerborute ammiratrici. Il pickup imboccò un’erta salita e procedette a sobbalzi per qualche chilometro, inseguito da una torma di bambini urlanti e vestiti di stracci, per poi arrestarsi, di fronte a quella che sembrava una teoria di portici scavata nella roccia.

– Daje, mister, annamo, qui ce stanno li mejo locali de Rio!

I giocatori della nazionale italiana scesero dal cassone del pickup e si involarono verso l’entrata di quella che appariva una Disneyland tropicale, incorniciata da altissime volte naturali e con ai piedi uno strapiombo che si affacciava, centinaia di metri più in basso, su un mare azzurro e cristallino, bordeggiato da mezzelune di sabbia chiara.

Vittorio si guardò nel riflesso di uno specchietto dell’automezzo. Portava una maglietta azzurra come i suoi ragazzi e un paio di pantaloncini bianchi, ed era rosso in viso, a causa dell’intenso calore irradiato da un sole color arancio che ardeva in un cielo violetto, quasi nero. L’astro illuminava a giorno colline e mare, generando ombre più nere dell’inchiostro. Nella bizzarra prospettiva, pareva di poter toccare i bagnanti, simili a formichine nere che si muovevano sulla sabbia dorata e in mezzo alle onde dell’oceano.

A Vittorio mancava l’aria. Una volta aveva visto un documentario sulle prime missioni umane sulla luna, e la luce sembrava la stessa che si diffondeva su corpi celesti senza atmosfera, con la differenza di un sole più gentile e misericordioso.

E comunque non è aria quella che stai respirando? Avanti, fatti coraggio, questa è solo una simulazione psichedelica molto riuscita.

Vittorio drizzò le spalle, si calcò sulla fronte quello che all’improvviso si era materializzato come un cappello alla moda a stretta tesa e oltrepassò la soglia dai titanici voltoni di pietra.

      1. Rio, e oltre l’infinito.

Il calore scemò non appena passata la soglia, lasciando spazio a una frescura da caverna che Vittorio salutò come benvenuta. Man mano che si allontanava dall’ingresso, la luce si faceva sempre più soffusa, generata da una teoria di fiaccole sparse un po’ ovunque. Una rete di illuminazione naturale che sembrava sconfinata, al pari di quel dedalo di gallerie e sterminate piazze che con ogni evidenza la natura – di nuovo – aveva scavato nella roccia. Un mondo che definire sotterraneo appariva decisamente riduttivo, visto che si scendeva e si saliva e i livelli sembravano sovrapporsi senza soluzione di continuità. E in quale mondo sotterraneo, poi, ci sarebbe stata una folla simile? Gente di ogni razza e colore che si incrociava sorridendo per strada, i vestiti dal taglio informale e dai colori allegri: qui un professionista in gessato rosa, in mano una seriosa borsa di cuoio, sulla spalla un grande pappagallo rosso e blu, si affrettava a piedi nudi verso chissà quale appuntamento di lavoro; là un quintetto di ragazzine provava balletti e sincronie, muovendo all’unisono nastri gialli e verdi; sullo sfondo robusti uomini dalla pelle bronzea e turbanti color cannella impartivano ordini a strane tigri dal manto bianco e nero.

Contrariamente a quanto ci si poteva immaginare, il dettaglio aumentava con la vicinanza e più di una volta una pelle in apparenza lucida si rivelò al tatto madida di sudore nella calca dei corpi. Vittorio continuava a chiedersi a quale ignoto database la simulazione stesse attingendo: la chiavetta non era poi così capiente, a meno che non si trattasse di quei nuovi software paravirali che si spacchettavano a catena, diramandosi per tutto l’hard disk.

Poco male, quando non ci sarà più spazio sul disco tornerò alla realtà, pensò con una scrollata di spalle. E poi stavolta ho salvato in tempo.

Sorrise malizioso al ricordo, ma il buonumore svanì quando, sempre all’inseguimento dei suoi ragazzi, che lo precedevano in un corteo rutilante di bambini e di danzatrici, si inerpicò per una ripida salita. La galleria era più bassa e la luce delle torce più diretta evidenziava, su entrambi i lati della strada, una lunga fila di botteghe che apparivano chiuse da anni, le finestre e le porte serrate da saracinesche rugginose e spezzate: carpenterie, studi legali, ferramenta, alimentari, frutta e verdura, ma anche sedi di aziende per lo più meccaniche, cantieristiche e perfino una compagnia di crociere.

Dai vicoli laterali giungeva puzzo di orina e di gente disperata. Qualcuno lo invitò alla carità, per favore. Occhi febbrili comparvero nel buio e qualche mano sfiorò i suoi vestiti, cercando invano di fermarlo. Vttorio abbassò gli occhi e accelerò il passo. Percorse una ventina di metri guadagnando terreno sul corteo festoso della nazionale, ma finì per scontrarsi duramente con un corpo che gli si era parato davanti all’improvviso.

– Ma che diavolo?… Alberto? Ma tu cosa ci fai qui?

L’apparizione del suo collega e compagno d’avventura nella storia finita male della cooperativa era decisamente sbagliata. Cosa ci faceva il suo ex caporeparto nella simulazione di WORLDMANAGER? Dov’è che aveva sentito che certe sostanze che attivavano gli occhiali 3D potevano dare effetti allucinatori?

– Vittorio, ce l’hai mica qualche soldo per un amico?

La visione era fin troppo realistica e prosaica.

– Cosa vuoi da me? Vattene! – rispose, la voce stridula.

– I miei soldi, però li hai ben voluti e sperperati quando ti sono serviti! – incalzò lo pseudo-Alberto, levando una mano sporca e piagata e stringendo il braccio di Vittorio in una morsa. – E adesso che sei ricco e famoso, niente? Dammi cinquanta euro, ti prego!

– Toglimi le mani di dosso!

– Non voglio farti del male. Sono tuo amico. Maura come sta? Te l’ho presentata io alla camera del lavoro, ti ricordi? Usciva insieme con mia moglie… Adesso che la cooperativa è fallita facciamo la fame… E dammi questi cinquanta euro!

Vittorio artigliò la mano che lo bloccava, graffiandola a fondo e spillando sangue che alla luce delle torce apparì nero come catrame.

Non sta succedendo davvero.

Graffiò e strattonò, finché lo pseudo-Alberto mollò la presa, tenendosi la mano insanguinata con l’altra.

– Cosa saranno mai, cinquanta euro per il commissario tecnico della nazionale? Bastardo! Non fosse stato per me saresti morto di stenti! E non avresti mai fatto una scopata vera!

Vittorio corse e corse fino a perdere il fiato, finché l’oscuro quartiere di botteghe serrate non sparì all’orizzonte lasciando il campo a un’elegante distesa di negozi di abbigliamento. Nessuno pareva essersi accorto del suo incidente, salvo il cuore che gli martellava nel petto. Continuò a salire per quella che si era trasformata in una stradina degna di Portofino, un’erta in cui alle boutique di lusso si alternavano, sempre più di frequente, tratti più ampi, simili a piazzette coperte, con finestroni che affacciavano, decine e decine di metri più in basso, su spiagge ancora più belle ed esclusive di quella da cui era partito. Era come muoversi in un club privato.

Dei suoi ragazzi, però, ancora nessuna traccia. Da quando li aveva persi di vista mentre cercava di liberarsi dallo pseudo-Alberto non aveva più nemmeno sentito i cori dei bambini.

Maura.

Lo pseudo-Alberto aveva destato un ricordo dolce, ma inspiegabilmente amaro. Cosa c’era che non andava con sua moglie? Perché continuava a sentire una portiera d’auto che sbatteva e un motore che andava su di giri?

Qui, non c’erano auto neanche a pagarle un miliardo. Vittorio salì e salì, fino a ritrovarsi su una specie di belvedere. Una piazza ampia, in cui la galleria si allargava al punto da far sembrare che si fosse all’aperto. Sentì un clamore, e si avvicinò alla fonte del suono. Fu preso dalla vertigine. Giù da uno dei lati della piazza si stendeva un ripido anfiteatro dalle alte gradinate gremite di pubblico. In fondo, molto più in basso, distingueva piccole figure nuotare avanti e indietro in uno specchio di mare trasparente come ai Caraibi. Ci mise un po’ a capire che si trattava di una partita di pallanuoto. Si allontanò con prudenza da quello strapiombo per imbattersene in un altro: dalla parte opposta della piazza un identico anfiteatro radunava una folla altrettanto sterminata. Oggetto dello spettacolo, una lotta tra testuggini giganti. Gente in costume e pareo scommetteva sui grandi rettili, che si affrontavano sbuffando e cozzando tra loro gli enormi carapaci, cercando di cavarsi gli occhi con becchi massicci e acuminati.

Che mondo è questo? Maura! invocò. Disorientato, arretrò di nuovo, trovando uno sentiero che stavolta discendeva, ma senza la protezione della galleria. Fu colto dalle vertigini. Per evitare di cadere si chinò, abbassando il baricentro. In lontananza distinse un chiarore soffuso e un altro dedalo di caverne. Sapeva di dovervi arrivare, ma lo terrorizzava l’idea di attraversare quel sentiero stretto gettato su chissà quale abisso.

– Mister! E daje! Aspettamo solo te! – echeggiò una voce familiare. – Sapessi che bambine ce stanno, da questa parte…

La grande mano rosea di Totti faceva ampi cenni d’invito in lontananza. La festa, Vittorio lo sapeva, lo attendeva al di là di quei cinquanta metri, più non dovevano essere, di passerella sull’ignoto.

Ma certo, si disse menandosi una pacca sulla fronte. Deve essere una specie di gioco nel gioco, una Easter Egg molto sofisticata. Guadagno prestigio se attraverso il sentiero. Mi avevi quasi fregato, WORLDMANAGER!

Vittorio! Fermati, Vittorio!

Maura? No, è solo la mia immaginazione.

E il sentiero davanti a lui era di solido selciato. Vittorio lasciò da parte ogni indugio, e attraversò quei cinquanta metri sopra l’ignoto. Sotto, molto lontano, udiva l’oceano frangersi su quelle che di sicuro erano aspre scogliere. Strinse le palpebre, forzandosi a procedere senza fermarsi, ignorando quella vocina che lo invitava invece ad affacciarsi per godere dello splendido panorama.

Varcò un’ulteriore soglia. Ritrovò la familiare atmosfera festosa, gallerie che si incrociavano con altre gallerie e si sviluppavano su più livelli. Roccia rivestita di preziose stoffe multicolori, sfumature che si ritrovavano sulle livree di uccelli che scorrazzavano in libertà per i cunicoli, lunghe code e ali vaporose che sfioravano teste, piume che si strinavano sulle fiamme delle torce. Bancarelle odorose di spezie e decorate da batik di ogni dimensione affollavano ogni metro. Mercanti di ogni razza invitavano al grande affare. L’afrore era ubriacante. Vittorio si fece largo nella folla di questuanti. Gli bastò seguire il ritmo dei tamburi per trovare il centro della festa, una sorta di immenso palcoscenico che dominava il centro di un’ancora più immensa piattaforma situata nella più grande caverna che avesse mai visto. Un vero e proprio stadio creato dalla natura, in cui finalmente ritrovò tutti i suoi ragazzi, compreso Totti. L’avatar era sempre stretto fra le sue ambigue ammiratrici.

Mister, vieni su, ce devi da parla’, domani sera ce sta la finalissima!

La voce del Pupone era amplificata da un impianto tanto invisibile quanto potente. La frase del capitano della nazionale si spense in un fischio lacerante. Per una breve intermittenza Vittorio, volgendosi indietro, intravide la familiare scaffalatura di casa. E un volto pallido, illuminato da due occhi bruni.

Maura?

Poi l’immagine sbiadì in un confuso mare oscuro che si agitava nella sua direzione. Erano migliaia di teste che si giravano, in attesa di ascoltare il discorso del commissario tecnico della nazionale italiana.

Levò d’istinto le braccia al cielo e procedette, muovendosi al ritmo ossessivo del samba. Altro che fabbrica, altro che cooperativa, lui era nato per questo! Si beò del clamore ritmico, migliaia di voci che invocavano il suo nome.

O Grande, o Mago!

Lui era il Grande, lui era il Mago! Non aveva bisogno di nessuno. Nemmeno di…

Maura?

Una fugace sensazione di vertigine, un’idea nella coda dell’occhio, come due mani che lo scuotessero con forza per le spalle, tentando di…

Svegliati, per l’amor di Dio!

– Mister, vieni su, aspettano tutti a te!

La mano di Totti era tesa, grossa e rosa, gli occhi tondi e dolci come quelli di un fumetto. Le ballerine si muovevano senza posa, i denti che splendevano in sorrisi moltiplicati fino all’estremo.

SVEGLIATI!

Non più travaglio, non più sacrificio…

SVEGLIATI, ADESSO!

Uno schiocco secco, gli occhiali 3D volarono via. Vittorio fu strappato al suo momento di gloria, in tempo per vedere la sofisticata periferica infrangersi in mille pezzi contro la parete dello studio di casa.

Davanti a lui, ansante, le spalle che andavano su e giù, i capelli crespi rovesciati sulla fronte, Maura.

– Dio mio, Vittorio, dove sei stato?

Sullo schermo del computer solo l’innocua schermata tattica di WORLDMANAGER, e…

Ma la preparazione alla partita che vedeva non era quella della finalissima contro l’Uruguay, bensì l’odiosa eterna semifinale contro l’Argentina.

– Io… Io non lo so… C’era Totti che… Ma cosa hai fatto?

– Tu la devi smettere con questo gioco. Ti farà venire l’epilessia prima o poi. E, senti…

– Cosa c’è? – Vittorio rispose secco, smanettando tra i menù, cercando di capire. Infine si arrese, abbandonandosi contro lo schienale.

Maura rimase in piedi davanti a lui, mordendosi un labbro.

– Senti, ci ho pensato. Io… Noi… Io credo che dovremmo ricominciare. Mio padre… Mio padre mi ha proposto una partecipazione al suo ristorante. Potremmo…

Ma sì. Aveva buttato anni della sua vita, poteva cacciarne nel cesso altri ancora. E questo stupido gioco…

Proveremo anche questa – rispose infine, con il sorriso degli anni belli.

Maura si ravviò i capelli. Per un attimo sembrò la donna bella e intelligente e vivace che aveva sposato vent’anni addietro.

Con l’indice, solennemente, Vittorio si apprestò a spegnere la simulazione calcistica.

Fermò il gesto a mezz’aria.

Dietro di sé, appoggiato al vano della porta, un roseo Totti scuoteva a sua volta un indice roseo come un osceno wurstel, e sorrideva. Il ghigno salì di tono, ancora e ancora, fino a trasformarsi in un urlo che Vittorio, in verità senza alcuno stupore, riconobbe infine come il proprio.

Epilogo.

– Proprio come ci aspettavamo, vero?

– Bè abbiamo ricostruito apposta un pattern abbastanza usuale: frustrazione, evasione e delusione.

– Guarda qui, i tracciati neurali sono alterati. Le capacità di giudizio inquinate. Non sa più distinguere la realtà dalla fantasia!

Un indice dall’unghia curatissima batté ripetutamente contro lo schermo a cristalli liquidi di un tablet. I due uomini in camice bianco confabulavano fitti sullo sfondo di un lettino che ospitava un uomo collegato a decine di cateteri e sensori.

– E’ un esperimento tanto costoso quanto inutile: una simulazione nella simulazione. Mi chiedo ancora perché lo stiamo continuando – commentò il secondo uomo in camice, seguendo lo schema che gli indicava il collega.

– Ma è ovvio, no? Ricercare la quadra tra sogno e realtà, fra aspirazione e realizzazione. Se ci riesce con lui, con l’esperienza che ha avuto, figurarci con gli altri.

– Mandare i cassaintegrati a ubriacarsi nel cyberspazio? E’ davvero tutto qui? E guarda che è successo: prima o poi lo schema torna sempre lì. Qualcuno lo richiama alla realtà. E lui crolla. Come tutti gli altri. No, no. Dobbiamo rassegnarci. Non può esserci una risposta virtuale alla conflittualità sociale.

– E se invece agissimo sulle famiglie? Su chi gli sta vicino? Guarda un po’ questa app…

Il primo uomo cavò dalla tasca un palmare. Su uno schermo ad alta risoluzione comparve l’avatar di un lattante, disteso sulla schiena. La figuretta piangeva disperata, le braccia e le gambe che mulinavano in aria.

– Su, su, frugoletto, che adesso si mangia.

Col pollice l’uomo sfregò sulla pancia del bambino, poi con l’indice selezionò un biberon immaginario. L’avatar iniziò a ciucciare e si addormentò – o qualsiasi altra cosa che fosse – all’istante.

– Vedi? Fa già furore tra il 60% delle donne sposate e senza figli oltre i 35 anni. E bastano poche migliorie al software per…

– Per cosa? – chiese il secondo uomo in camice?

– Guarda qui. – Il primo uomo ricaricò la simulazione poco prima dell’irruzione della Maura virtuale sulla scena dell’allucinazione psichedelica di Vittorio. Una suoneria angelica interruppe il volo della mano che stava per strappare gli occhiali 3D dal volto dell’ex operaio.

– Povero piccino! Stavo per dimenticarmelo! – scandì la cyber-Maura, dimenticandosi di suo marito e cominciando subito ad accudire la creatura virtuale. Vittorio continuava intanto la sua avventura psichedelica. Un sorriso si disegnò sul volto dell’uomo steso sul lettino, riflettendosi sul volto del primo uomo in camice.

– Ma è solo un avatar che si prende cura di un avatar! – protestò il secondo uomo.

– Funzionerà, invece – garantì il primo uomo – Un click al momento giusto: all’ora di cena, prima di andare a letto, alla sveglia del mattino. Basterà un minuscolo chip da inserire nel collo durante la periodica visita medica, una leggera scarica che attivi la routine e tutto sarà sotto controllo. Ah, e un telefonino della nostra compagnia come benefit gratis per ogni famiglia di cassaintegrati. L’uovo di Colombo!

Tornò a fissare Vittorio, che steso sul lettino sembrava ronfare come un gatto soddisfatto.

– Vedi? Sono sicuro che adesso, tra le mani, sta stringendo la sua coppa del Mondo!

Nello stesso tempo, in un’enorme caverna Vittorio si affollava ringhiando insieme con una torma di uomini e donne dai vestiti tropicali laceri e dalle unghie adunche intorno a un giovane uomo biondo dai lineamenti scultorei e dalla capigliatura scolpita. Fu il primo a gridare di giubilo mentre gli apriva la gola.

– Rivoluzione… – ruggiva la folla. – Rivoluzione!

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Anubis

AnubiAnubis_standings è un racconto che ha avuto una certa fortuna, essendo stato a un passo dal Lovecraft e pubblicato anche all’estero. Se vogliamo, ancora attuale per un certo tipo di retroterra sociale, i terrori irrazionali esistono perché dietro c’è qualcosa di molto più tangibile.

Ma anche no, vero Zio?

Quel rubinetto di merda… Siamo proprio sicuri di averlo girato a sinistra e non a destra? Come ogni sera, Giacomo fece dietrofront sui due metri quadrati che dividevano la sua stanza dalla cucina. Per l’ottava volta aveva controllato se davvero aveva spento il gas.
Un vero guaio essere arrivati a otto. Perché secondo la legge inviolabile che regolava il suo tormento, una volta che Giacomo avesse superato la mistica soglia di sette, il rito si sarebbe prolungato fino a ventuno, primo multiplo dispari di sette. Già, perché se sette era il numero che salvava, tre era il numero da salvare, e cioè Giacomo, sua madre e suo padre.
Disturbo ossessivo-compulsivo, lo aveva chiamato il dottore, raccomandando ai genitori di non essere troppo protettivi e di avere pazienza. Se fosse peggiorato, beh, si poteva pensare a una cura, ma per adesso non bisognava preoccuparsi troppo: in fondo si trattava di un adolescente e d erano solo un paio di manie in croce.

Mania, pensò amaro Giacomo. Sarebbe meglio chiamarla ossessione. Come gli fosse venuta, non se lo sapeva spiegare. A un tratto si era trovato lì, a fare giravolte in corridoio. Aveva compiuto da poco quindici anni, e il rito notturno gli si era presentato così, spontaneo, insieme alle frenetiche masturbazioni, dopo che…
– …Vuoi spiegarmi insomma cosa vuoi da me? – Improvviso, il tono esasperato di suo padre, di là della porta chiusa della camera da letto dei genitori. Stava cercando di non alzare la voce. Come tutte le sere, ormai da un anno a quella parte.
– Lo sai benissimo, cosa voglio… – Sua madre, perentoria come sempre.
Oh, beh da quando papà ha perso il lavoro…
– Non hai più né arte né parte, – insisteva dura la mamma – e la cosa peggiore è che adesso non sembra più fregartene un cazzo. Cosa puoi dire che sei, eh?
– Sono un lavoratore socialmente utile, Anna, – rispose il papà, la voce più alta di un tono. – Ma senza le raccomandazioni degli altri. Ecco perché…
– Ecco perché, cosa? Ecco perché ti hanno cacciato? Sei un fallito, ma non sei raccomandato? Davvero una bella consolazione.
Oh, no. No, vi prego. Non ricominciate. Giacomo avvertì familiari i primi brividi. Quando le voci si fossero alzate fino a far vibrare i bicchieri nella vetrinetta in corridoio, anche i suoi denti avrebbero cominciato a battere. Nononononono. In una sorta di balletto Giacomo cominciò velocemente a fare avanti e indietro fra soglia della cucina e soglia della sua camera. I suoi sarebbero usciti tra breve a continuare la lite proprio in cucina. Guai se lo avessero visto intento ai suoi riti.
Spentospentospento. Il gas è spento. Alla diciottesima giravolta cominciò a girargli la testa. Doveva mantenere il controllo. Guai se fosse arrivato ai ventuno giri senza la certezza che il dannato rubinetto fosse stato rivolto verso sinistra. Venti-Vent…uno! Chiuso. In punta di piedi Giacomo, stremato, varcò la soglia della sua camera, si richiuse dietro la porta, spense la luce e si infilò nel letto. Quasi in un unico movimento fluido, come si era imposto di fare. La lite fra sua mamma e suo papà arrivava più attutita, ma era questione di pochi minuti. Come la sua ossessione, anche la guerra fra i suoi genitori aveva precise regole. Ogni battaglia seguiva scrupolosamente gli stessi ritmi d’ingaggio, svolgimento e conclusione. Tra poco papà comincerà a giustificarsi…
– Non c’è molto che possa fare con una laurea in ingegneria presa al quinto anno fuori corso…
– E allora ti chiudi in casa? Oh, beh, finché c’è questa stronza a guadagnare i soldi! Ma guarda che non posso mandare avanti da sola quel maledetto studio legale! E Giacomo? Hai pensato a lui? Hai pensato all’opinione che si sta facendo di suo padre?
Sua madre lo aveva già tirato in ballo. In genere avveniva dopo. Giacomo si tirò le coperte sopra la testa. Lo faceva da quando era bambino. Gli sembrava così di mettere un diaframma invalicabile fra sé e…
Un cigolìo, quasi impercettibile. Giacomo sentì le orecchie drizzarsi quasi fisicamente. Si scoprì la testa nel buio. In sottofondo, le voci di mamma e papà erano diventate più distinte, e un distinto odore di catrame stava invadendo la stanza. Si sono messi tutti e due a fumare in cucina, sbuffò Giacomo.
Fece per rimettere la testa sotto le coltri per sfuggire al cattivo odore, quando con la coda dell’occhio colse il particolare. Quella gruccia si sta muovendo. Girò di nuovo lo sguardo verso l’armadio: l’oggetto, al quale in genere Giacomo appoggiava il suo cappotto, era appeso come al solito a una maniglia. Ma stavolta era vuoto, e stava, incontestabilmente, oscillando piano piano, proprio come se qualcuno avesse appena preso il capo di vestiario che lo appesantiva. Dov’è il mio cappotto? E mentre i genitori continuavano imperterriti a litigare in cucina, Giacomo infine lo vide. Il suo cappotto era appeso a un’altra gruccia, sospesa al bordo superiore dell’armadio. Io non l’ho messo lì, fece appena in tempo a pensare, e il suo sguardo fu di nuovo catturato dal pigro oscillare dell’altra gruccia. Così vicina a quella… mano?
Sì, anche qui incontestabilmente era una lunga mano adunca quell’ombra che sembrava accarezzare, muovendola ancora piano, la gruccia appesa alla maniglia. Una lunga mano adunca che pendeva a sua volta da un lungo braccio scimmiesco, portato in avanti, fin quasi all’altezza dei piedi, zampe bestiali attaccate a gambe tozze e storte. Il torso possente si indovinava appena, abbozzato appena tra il cappotto di Giacomo e l’anta a specchio socchiusa dell’armadio, così come la testa pelosa dal muso prognato, in attesa di spalancare fauci che…
No. Non può essere. Nonononono. Ho chiuso il gas. Ho contato fino a ventuno. Perché, allora? Mise di scatto la testa sotto le coltri. Gocce di sudore freddo gli imperlarono la fronte e le gote. In sottofondo, come se niente fosse, continuava la lite in cucina. Erano anni che quell’incubo non tornava a visitarlo. In un istante Giacomo si rivide bambino, piangere disperato e chiamare il papà a liberarlo dall’orrore dell’armadio. Ecco suo padre, coi capelli più folti e più scuri, accendere la luce e mostrargli come i giochi di luce e di ombra tra il cappotto di sua madre e l’anta a specchio del mobile potessero suggerire una figura mostruosa che esisteva solo nella sua mente, e…
Un ringhio. Sommesso, ma distinto, nella petulante colonna sonora proveniente dalla cucina. E ancora, lo sbattere della gruccia contro l’anta dell’armadio, che si alternava con un altro battere ritmico, che Giacomo identificò con quello dei propri denti. Stavolta, però, non erano state le urla dei suoi genitori a spaventarlo. Con un dito abbassò la cortina che lo difendeva. Sul soffitto, nel riquadro di luce proiettato dalla finestra, intravide agitarsi l’ombra di una testa massiccia dotata di orecchie appuntite. Non è reale. Non è possibile. Devo pensare ad altro. Devo… Ecco, sì. Com’è che si chiama quella della seconda F? Chiara. Sì Chiara. Le tette di Chiara… Giacomo portò la mano destra al pene e cominciò a masturbarsi. Ecco. Così. Funziona. Le tette di Chiara. Chiara che me lo prende in bocca, e… L’odore nella stanza era cambiato. Mentre si strofinava vigorosamente un’erezione maturata in pochi secondi di fantasie, Giacomo si accorse che il sentore di catrame si era trasformato di un afrore… selvatico?
Adesso basta. Tenendosi il pene con la mano destra, con la sinistra si scoprì di colpo. E lo vide, di nuovo. Stavolta l’essere si era staccato dal suo mondo schiacciato tra specchio, armadio e cappotto, e se ne stava lì, gigantesco, a incombere sopra il suo letto. Le lunghissime braccia pendevano lungo un corpo tozzo e peloso. Giacomo contemplò senza fiato la massiccia testa da lupo, le fauci che scoprivano zanne lunghe e gialle, l’alito puzzolente da carnivoro… Gli occhi color brace, fosforescenti, percorsero il suo corpo. L’erezione venne meno all’istante. Il mostro, dal canto suo, inclinò il capo di lato in una paurosa parodia di stupore canino.
– A… a… a… – Giacomo tentò di chiamare aiuto, ma non riusciva a emettere nulla se non un’unica sillaba spezzata. Mentre dalla cucina continuavano ad arrivare le voci della lite, l’essere si rizzò in tutta la sua gigantesca statura, e sollevò lentamente un lungo braccio. Intravisti gli artigli luccicare nel buio, Giacomo portò d’istinto le braccia a coprire il volto. Il mostro, tuttavia, si limitò a sollevare un lungo indice adunco davanti alle labbra. Silenzio, fece una voce nella testa di Giacomo.
– C… c… chi sei? – riuscì infine a sputare, in un tono chioccio che faticò a riconoscere come il proprio.
Tu sai chi sono.
– Io n… non so proprio niente. E tutto questo non è reale! – Terrorizzato, Giacomo fece per alzarsi. Una zampa dai lunghi artigli si posò sul suo petto e lo costrinse a sdraiarsi di nuovo. Sul davanti della maglietta rimasero dei tagli, dai quali filtrò qualche goccia di sangue. Vedi bene quanto sia reale, continuò la voce dentro la testa. E non potrebbe essere diversamente. Sei tu che mi hai chiamato.
– Io non ho chiamato proprio nessuno! – esclamò Giacomo, sottovoce.
Ne sei sicuro? chiese la voce d’ombra nella sua testa, mentre un indice artigliato si tendeva stavolta verso la porta chiusa.
– Ah questa è buona! – arrivò sferzante dall’altra parte la voce della madre. – Tu staresti studiando? Tu credi davvero a cinquant’anni che il mondo ti stia ancora aspettando?
– Questa è la volta buona, Anna!
– Hah! La volta buona. Ma fammi il piacere…
– Un tempo saresti stata felice di vedermi dare da fare!
– Finiscila, Fulvio! Smettila di giocare. E’ una vita che giochi! – L’essere girò il muso verso la porta e mosse due goffi passi verso di essa. Una zampa si strinse intorno alla maniglia.
– Non lo fare. – si sentì sussurrare Giacomo.
Perché? Tu vuoi che tutto questo finisca o no?
– Cosa… Cosa dici? Sono i miei genitori. Io li amo.
No, tu li odi. Li hai sempre odiati.
– Cosa ti stai inventando?
Tu mi hai chiamato per loro.
– Non è vero!
Ho aspettato finché tu non fossi abbastanza forte…
– Non è vero. Non sta succedendo.
Finché l’energia non fluisse dentro di te… Quell’energia che ti ho visto usare prima… L’indice animalesco indicò il suo basso ventre. Giacomo si accorse di starsi ancora tenendo il pene, e lo mollò di scatto.
E’ questa forza che mi ha fatto uscire dal mio mondo…
– Basta!
Dovevi solo disegnare di nuovo la mia forma sullo specchio… L’essere staccò la zampa dalla maniglia della porta e si fece avanti fino al bordo inferiore del letto. Le due braccia scivolarono lungo i fianchi di Giacomo, finché gli artigli non si poggiarono ai due lati del cuscino e il muso da lupo non gli si fermò a mezzo palmo dal naso. Quegli occhi color della brace. La pelle, nera sotto una pelliccia grigio scura. Le orecchie, dritte coi padiglioni rivolti in avanti. Il linguaggio del corpo diceva a Giacomo che quel mostro non ce l’aveva con lui. Almeno per il momento.
Impazzirò. Lo sento. Un pensiero lo colpì improvviso. – Sei mica il dio Anubi?
Le fauci zannute si allungarono verso l’alto in un’accettabile approssimazione di sorriso. Mi hanno chiamato con molti nomi. Ma il mio scopo è sempre stato lo stesso.
– Tu… tu giudichi chi deve morire?
No. Io eseguo una sentenza già pronunciata. E’ il corso della tua vita a decidere come sarà la tua morte. Una lunga lingua canina saettò fuori dal muso del mostro, e leccò da sotto in su il viso di Giacomo.
Il tuo sapore è forte. Ti stai affacciando solo adesso alla vita, ne stai cominciando a gustare i segreti. Ma la tua esistenza è minacciata.
– Che cosa accidenti dici?
Ti stai consumando per niente.
– Io non capisco.
Sei convinto che la tua volontà, se male incanalata, possa fare del male a chi ti è caro. I tuoi riti hanno questo senso.
– Tu come fai a sapere…? Oh, Dio, sto impazzendo. Parlo con un mostro che è solo nella mia mente!
Un suono cupo e ritmico si ripercosse per la stanza di Giacomo. L’essere stava ridendo. Il letto si muoveva per le vibrazioni che quella gola sovrannaturale trasmetteva all’aria. Di là, il papà e la mamma continuavano a litigare come se niente fosse.
Se credi che la tua volontà possa sfuggire al tuo controllo, come fai a non credere che possa aprire una soglia fra i mondi?
– Dunque sei reale?
Diciamo che ora sono qui.
– Come posso fare per farti tornare da dove sei venuto?
L’essere tornò a sorridere. Lasciandomi fare quello per cui mi hai chiamato… Si staccò dal letto di Giacomo e tornò ad avvicinarsi alla porta.
– Ti prego. Non farlo.
Sei tu a volerlo. Lo hai sempre voluto.
La certezza scivolò nella mente di Giacomo come quella voce fatta di ombra eppure così tangibile. Sì. L’ho sempre voluto. Seppe, con assoluta sicurezza, che quei riti serali avevano avuto l’unico scopo di difendere la sua pace dalla fine dell’amore tra i suoi genitori. L’essere annuì verso di lui, i padiglioni auricolari ancora ritti sul capo. E Giacomo seppe anche che quando quelle orecchie inumane si fossero abbassate, il mostro sarebbe uscito di lì e sarebbe andato in cucina da papà e mamma.
No.
Perché no? Niente più conteggi alla sera. Niente più rubinetto del gas. Niente più avanti e indietro. Sarai finalmente libero. E lo sai.
– Perché non prendi me, invece? – chiese Giacomo con un filo di voce.
Perché non è il tempo. Tu non hai ancora vissuto una vita che giustifichi quello che tu chiami morte. E io non posso dare la morte di mia iniziativa.
Giacomo si guardò intorno, disperato. Eppure la sua stanza aveva l’aspetto di sempre. Non fosse stato per la mole di quella assurda creatura, la zampa adunca posata sulla maniglia della porta, i suoi vestiti erano ancora posati ordinatamente su una sedia, accuratamente impilati come aveva imparato a fare nell’ultimo anno. Il riflesso delle luci sulla strada si proiettava ancora in un quadrato sul soffitto. Il cappotto appeso alla gruccia pendeva ancora davanti all’anta a specchio dell’armadio. Lo specchio. Non ci aveva fatto caso, prima, ma da quando l’essere ne era uscito, un riflesso come di brace ne veniva fuori. La stessa luce che ardeva negli occhi della creatura. L’intera stanza ora ne era illuminata.
– Cosa c’è là dietro? – chiese Giacomo, indicando lo specchio infuocato.
Tutti i mondi possibili. E tutti quelli che non lo saranno mai.
– E’ lì che vuoi portare mamma e papà?
“Lì” non è esatto. Ma varcheranno quella soglia. Perché tu lo vuoi.
– Cosa gli succederà?
Abbandoneranno questo mondo. Moriranno, come dite voi.
– Li farai soffrire?
Sofferenza. Paura. Morte. Tutte parole che indicano una transizione. Attraverso la sofferenza si capisce la propria fragilità. Attraverso la paura si comprendono i propri limiti. Attraverso la morte si raggiunge una nuova vita.
– Non mi hai risposto.
Sì che l’ho fatto. Vuoi che sia più esplicito? Certo che soffriranno. Loro non si sentono pronti ad abbandonare questo mondo. Ascoltali, adesso.
– …Dio del cielo, Fulvio! Dovrei morire qui, in questo istante, per farti capire qual è la nostra situazione? Io non posso più prendermi un giorno dal lavoro. Non posso più ammalarmi. Con quello che guadagno a studio, ne abbiamo a malapena per sopravvivere. Lo capisci questo?
– Anna, ti prego. E’ importante per me. Non capisci che è proprio riprendendo a studiare che posso avere una possibilità? Basterebbero pochi soldi. Appena…
– Non lo dire nemmeno! Prima la macchina. Poi la moto. Incredibilmente, adesso, questo stramaledetto corso di formazione. E io pago. Basta, Fulvio. Io non pago più. Ne andasse fin della tua vita!
Strano, vero? fece la voce, pensierosa. Li senti, parlare di vita e di morte? Alle volte, la cortina fra i mondi è tanto sottile quanto impenetrabile.
– Vuoi dire che se… se tu andassi di là non ti vedrebbero neppure? – Un filo di speranza si affacciò nella cupa disperazione di Giacomo.
Io non posso varcare questa soglia finché tu non lo vorrai. E finché tu non lo vorrai, loro non mi vedranno.
– E io non lo voglio! – esclamò Giacomo trionfante, la voce ben alta.
– Giacomo? Cosa c’è? – Di là dalla porta, la voce preoccupata di sua madre.
– Lo vedi? Lo hai svegliato! – Suo padre, amaro.
La creatura scosse la testa lupina. La zampa artigliata si serrò sulla maniglia. L’anta sembrò muoversi di qualche millimetro.
– Giacomo? Hai bisogno di qualcosa? – Ancora sua madre.
Rispondi.
– N… No, mamma. E’ stato solo un incubo. Sto bene adesso.
– Vuoi che ti porti una camomilla? – La voce del padre, in colpa.
– No, papà. Grazie. Ho sonno. Andate… andate a dormire, voi due.
Ben fatto.
– Adesso andiamo, amore. Finiamo solo un discorso. – Sua madre, sollevata, i pensieri già altrove.
Capisci adesso? Il loro destino è già scritto. Ma passeranno la soglia solo quando sarà il tempo. Quando il momento verrà, sarai tu a dirmi di aprire questa porta. E allora loro mi vedranno.
– Quindi io non posso cambiare la… la mia decisione?
Cominci a capire. No, infatti. Tu hai già deciso la morte dei tuoi genitori. Devi solo decidere quando. Solo in quel momento tu sarai davvero pronto. E anche io.
– Perché ho questo potere?
Dovresti chiederti piuttosto perché ne sei cosciente. Hai usato comunque la parola giusta. Ti è stato concesso un potere. Quello di decidere in pieno della tua vita. Di eliminare tutti gli ostacoli. E il tuo libero arbitrio ha deciso che tua madre e tuo padre fossero un ostacolo.
– Ma questo è… è mostruoso. Io…
Non è né mostruoso, né niente altro. E’ così. Tu hai preso la tua decisione, senza curarti d’altro. E tua la scelta è quella giusta. Io non sarei qui.
– Ma questo è… male!
La creatura tornò a scuotere il capo. Bene.. Male… Per millenni la vostra specie ha discusso del dualismo tra ciò che è da farsi e ciò che è di ostacolo. Qualcuno di voi ha intuito che la verità è al di là di tutto questo, e che non ha importanza come si giudica il raggiungimento di uno scopo, ma lo scopo stesso.
All’improvviso Giacomo ricordò il catechismo studiato qualche anno prima. – Sei il diavolo?
Un’altra risata, cupa e vibrante.
– Tesoro? Spegni lo stereo! E’ tardi! – Ancora sua madre, appena al di sopra del borbottio in cui si era trasformata la discussione.
Hai notato? Mi ha sentito ridere. Siamo vicini al momento.
– Devi essere per forza il diavolo. – disse quasi tra sé Giacomo.
Te l’ho detto prima. Sono stato chiamato con molti nomi.
– Non mi hai detto cosa sarà di me… dopo.
Dopo che avrò ucciso i tuoi genitori?
Giacomo soffocò un conato di vomito. La creatura sembrava sempre più reale e determinata. Era come se la luce d’inferi che veniva dallo specchio le desse pian piano corpo e tangibilità. Il suo corpo, fino a quel momento a tratti traslucido, stava guadagnando profondità e spessore. Sta diventando reale. Devo fare qualcosa.
– S… Sì. Dopo che li avrai portati… dall’altra parte.
Te l’ho detto. Sarai libero. Avrai il potere di fare ciò che vuoi.
– E tu cosa vorrai in cambio?
Non capisco la tua domanda.
– Se tu mi darai il potere, vorrai bene qualcosa per te come contropartita.
Sei un ragazzo acuto. Ma dovresti avere già capito che la mia contropartita sta già per arrivare.
– La tua contropartita sono… io?
Il tuo cuore. I tuoi desideri. Il tuo modo di essere. La tua vita.
Giacomo si sentì perso. Rifletti! si ripeté. Deve esserci un modo.
La creatura abbandonò per un istante la presa sulla maniglia della porta e si mise le zampe adunche sui fianchi. Per un momento a Giacomo ricordò la posa di sfida di uno dei supereroi dei suoi fumetti.
E’ inutile che ci pensi. Le cose stanno così. Non puoi cambiare il tuo destino. Puoi solo accompagnarlo.
– Cos’è che mi dicevi, prima, della paura?
Cosa? La voce suonò, per la prima volta, sorpresa.
– Cos’è che scopriamo attraverso la paura?
I nostri limiti. Ma farmi domande non ti servirà a guadagnare tempo. Anzi. Più ti avvicini a capire del tutto, più reale divento io nel tuo mondo.
– Vale anche per me, allora…
Che cosa, ragazzino? Un filo d’inquietudine, in quell’indifferenza?
– Affrontare la paura mi farà capire, no? Non è quello che tu stesso vuoi?
La creatura abbassò le braccia lungo il corpo massiccio. Le mani artigliate cominciarono ad aprirsi e chiudersi. Le orecchie presero ad abbassarsi lungo il capo. Muovendosi con attenzione, Giacomo tirò da parte le coltri e si alzò in piedi, fronteggiando l’incubo che torreggiava su di lui.
Cos’hai intenzione di fare? Tanto pesante da parere un carico di piombo, il sospetto della creatura si trasformò visibilmente in minaccia.
Aspetta e vedrai. Giacomo lanciò la frase come una freccia nella mente dell’essere. Questi cominciò a tremare, prima le gambe e le braccia, poi il torso. Rovesciò indietro il capo, e muggì. Un suono che fece vibrare l’intera casa, fino alle fondamenta.
– Giacomo! Che succede lì dentro? – Suo padre, allarmato.
– Papà! Corri! C’è… qualcosa qui con me!
Pazzo ragazzo. Pazzo. Cosa ti sei messo in testa di fare? La pagherai. La pagheraiiiiiiiii…
La porta si aprì dall’esterno nel medesimo istante in cui la creatura si voltò verso di essa, protendendo gli artigli.
Oh, mio Dio. No. Giacomo chinò la testa e chiuse gli occhi.
– Giacomo! Ma che diavolo? Oh, Dio! – Il mondo impazzì in un trambusto che suonava di vetri e lamiere. Una cacofonia che arrivò fino a un parossismo insopportabile. Dopo quella che gli parve un’infinità, due mani, soffici e senza artigli, si posarono sulle spalle di Giacomo.
Aprì gli occhi. La luce ora era accesa. Vide la faccia di suo padre, il suo corpo. Illeso. Poco più indietro, sua madre. Negli occhi un riflesso di brace che si andava spegnendo. Giacomo si guardò intorno. Della creatura, più nessuna traccia. Lo sguardo corse allo specchio. Il cristallo era in mille pezzi, come esploso dall’interno, i frammenti ovunque. Il più grosso era conficcato nel letto di Giacomo. Il cappotto appeso alla gruccia ondeggiava.
– Cos’hai visto? Dimmelo! – chiese Giacomo frenetico a suo padre.
– Io… non sono sicuro, ma…
– Appena siamo entrati è esploso lo specchio, – disse sua madre – e si è spalancata la finestra.
– C’era come una nebbia, e… – Suo padre continuava a guardare sua madre.
– Tesoro, se volevi attenzione da parte nostra, ti garantisco che ci sei riuscito. – disse lei alla fine, inarcando un sopracciglio. E ammiccò verso un pesante martello posato sul pavimento e semisepolto dalle schegge dello specchio. – E quello chi ce l’ha messo?
– Ma mamma, io… – Giacomo si interruppe subito. Non aveva importanza chi avesse preso o usato quel martello. O quello che sua madre pensasse. Gli bastava vedere come guardava, adesso, suo padre. La paura ti fa capire i tuoi limiti. Grazie, Anubis, o chiunque tu fossi. Giacomo sorrise.
– E, Giacomo…
– Sì, papà?
– Da oggi basta con quella sciocchezza del gas, vuoi? – Suo padre si rivolse a sua madre. – E con tutto il resto – aggiunse.
– Già. Con tutto il resto – sorrise la mamma di rimando. – Adesso, tesoro, ti aiutiamo a ripulire. – Allacciati ai fianchi, il papà e la mamma uscirono dalla sua stanza. Giacomo si sentì arrossire. Si voltò di colpo a guardare, attraverso la finestra aperta, il cielo notturno. Proprio davanti a lui si andava disfacendo una nuvola dalla testa di lupo.

( l’opera è stata finalista alla XII edizione 2005 del Premio Lovecraft per la narrativa fantastica)

 

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Il gatto è vivo!

gattoIl gatto è vivo evoca, in maniera nemmeno tanto nascosta, il paradosso del gatto di Schroedinger, morto e vivo nello stesso tempo finché si mantiene chiusa la scatola in cui l’osservatore lo ha messo. Piccolo grande paradosso per illustrare il principio di incertezza della meccanica quantistica e per introdurre un artifizio nella trama del racconto. Non vi anticipo nient’altro. Buona lettura!

IL GATTO E’ VIVO!

“…E per questa edizione del telegiornale è tutto, signore e signori buonasera.” Fabio Niguarda concluse il notiziario con il solito sorriso sornione che, si diceva, tenesse avvinte tutte le casalinghe del Nordovest.

Va’ a farti fottere, pensò cupo Marco Donati. Lasciò la regia sbattendo la porta. Non gli andava proprio giù quel collega. Erano anni che si conoscevano e condividevano lo stesso acquario, così si chiamava l’open space di redazione visto dall’ufficio panoramico del capo. Per anni, come bagasce attempate, avevano battuto le strade per cercare notizie, ma alla fine, anziché Marco, era stato Niguarda il prescelto per il ruolo di conduttore nel telegiornale di maggiore ascolto. Era passato poco più di un anno, e quel maledetto sembrava in forma splendida. Ogni giorno più giovane, ogni giorno perfino più bello, pensò Marco furente, sfuggendo le occhiate sospettose di tecnici e impiegati. Anche loro, frusti e ammuffiti, proprio come me.

Tornò a studiare Niguarda. E pensare che abbiamo la stessa età, sospirò ancora Marco, guardandosi nello specchio che il collega utilizzava per il trucco: una sapiente spolverata di cipria, e addirittura, con molta parsimonia, un accenno di eye-liner. Gli occhi scuri venivano così valorizzati al massimo, e sembravano entrare nella telecamera come succhielli. Marco studiò pensoso il proprio volto e sospirò di nuovo. Rughe profonde agli angoli della bocca, il viso crollato verso il basso, gli occhi contornati da profondi cerchi neri e appesantiti da brutte borse . Una tragedia, si disse, lamentandosi ancora una volta contro la malvagia sorte che gli aveva riservato una vita di strapazzi e non un comodo appuntamento serale al caldo, in compagnia della telecamera e di migliaia di spettatori.

Ciao, Donati? Come va allora? Tutto a posto? Tutto sotto controllo?”
Da qualche tempo Niguarda non mancava mai di salutarlo con aria sardonica. Lo trattava come se sapesse qualcosa di strano sul suo contro. Marco lo capiva da come ammiccava nei suoi confronti. E quel ghigno…

Come vuoi che vada?” rispose. “Me lo chiedi tutti i santi giorni. Lo sai. Oggi va come ieri.”

Tutto sotto controllo, allora?” insisté mellifluo Niguarda.

Sì, sì. Tutto sotto controllo.” ribatté Marco, rassegnato.

Allora posso andare?”

Vai. Cosa aspetti?” Sparisci, idiota.

Niguarda stavolta rise apertamente, varcò con le lunghe gambe la soglia della redazione e caracollò attraverso il lungo corridoio che conduceva all’uscita e ai parcheggi.

Marco sospirò ancora, stavolta di sollievo. Come ogni sera a quell’ora, si abbandonò compiaciuto alla solitudine. Amava da impazzire quel momento della giornata. Subito dopo il telegiornale sembrava che i fatti si addormentassero. Le notizie avvertivano il temporaneo letargo di chi le diffondeva e si rintanavano nel guscio come molluschi. Anche il suo malumore si era assopito. Forse era arrivato il momento di tornare a casa.

Dottor Donati?”

Eh? Chi è?” Marco sobbalzò, impaurito.

Mi scusi. Mi hanno detto che l’avrei trovata qui, e…”

Marco si voltò e i suoi occhi incontrarono quelli di un ometto imbarazzato. Era anziano: lo dicevano il portamento del corpo e le spalle curve, il modo incerto con cui teneva in mano un cappello a tesa larga. Il viso e la fronte erano pieni di rughe, ma gli occhi, di un incredibile colore verde acqua, sembravano quelli di un fanciullo. Iridi che sembravano ardere, al punto da creare imbarazzo.

C…chi è lei?” chiese Marco.

La guardia mi ha detto che potevo disturbarla…Vede, è per via di mia moglie… Non sta bene ultimamente…”

E io cosa c’entro con sua moglie? La porti in ospedale, no?” latrò impaurito Marco, che non riusciva a staccare gli occhi da quello strano uomo.

Aspetti, dottor Donati. Lei ha ragione. Non mi sono neanche presentato. Mi chiamo Giulio Binasco.”

“Signor Binasco, è tardi, e io sto andando a casa…”

Dottor Donati, la prego. Quanti anni mi dà?”

Ma che domanda è? Che ne so, io? E’ venuto qui solo per questo?”

Quanti anni ho io secondo lei?”

Marco sentì il lezzo del proprio sudore. L’ometto continuava a sondarlo con quegli occhi impossibili.

Ma io… Oh, santo cielo… Sessantacinque?”

Binasco sorrise, amaro. “Vede, dottor Donati, io ho trent’anni. Sono stati gli ultimi tre mesi a ridurmi così, e lo stesso è successo a mia moglie. E’ a letto da settimane, ormai. E lei ha ventotto anni, capisce?” Binasco s’interruppe per tossire, un accesso cavernoso. L’uomo prese un fazzoletto dal taschino e si asciugò le labbra.

Marco sentì il cuore battere all’impazzata. Aveva letto, negli ultimi mesi, della serie di misteriosi ricoveri all’Ospedale regionale, tutta gente giovane, ma apparentemente affetta da una misteriosa sindrome degenerativa. Cominciava come un’influenza, dolori articolari e febbre, poi i malati sembravano misteriosamente perdere anni di vita. Se ne erano occupate anche le testate nazionali. L’influenza che fa invecchiare, l’avevano ribattezzata. Dopo un picco che aveva fatto gridare alla pandemia, però, i casi erano diminuiti, e nessun degente era anocra deceduto. Così l’emergenza sanitaria era stata derubricata ad allarme e anche i giornali erano diventati meno attenti. Rimanevano tutti quei degenti, altrettanti vecchi in un fondo di letto, ma a chi interessa un vecchio in ospedale?

Senta, io la capisco,” disse Marco conciliante. “Ne abbiamo parlato anche noi. Si tratta solo d’influenza. Mal di stagione, capisce? Vedrà che nelle prossime settimane andrà meglio. E adesso, se permette…”

Non sta affatto andando meglio,” ribatté cupo Binasco. “Mia moglie sta molto male. E lei è l’unico che possa capirci qualcosa…”

Io non posso proprio farci nulla,” disse Marco mettendo avanti le mani. “La porti in ospedale!”

Crede non ci sia già stato? Non ci capiscono nulla!”

E io perché dovrei, invece?”

Non è lei quello che faceva i servizi sulla sanità? Quello che ha smascherato i falsi primari? Fu un’inchiesta memorabile: abusi di titolo accademico, truffa, giri di escort…” Di nuovo in preda alla tosse, Binasco si accartocciò su se stesso. Trasse un fazzoletto dal taschino ed espettorò muco giallastro.

S..sì” balbettò Marco, disgustato. “Ora, però mi limito alle iniziative dell’assessorato, qualche intervista sui malanni di stagione, e…” Esitò, ricordando come la propria parabola professionale avesse cominciato a picchiare verso il basso proprio in seguito a quell’inchiesta sui falsi primari. Qualche grosso papavero, beccato in compagnia di allegre donnine pagate da certe case farmaceutiche aveva finito per arrabbiarsi.

Nuovi, squassanti colpi di tosse riportarono Marco al presente. “Dottor Donati. La prego.” Ancora quegli spettrali occhi verde acqua, fissi nei suoi. “Le basterà un attimo per capire”.

E va bene. Va bene!” concesse Marco. Il nodo di angoscia che stava crescendo dentro di lui aveva già deciso. “Dov’è che abita?”

Mi segua. Non è lontano”.

Proprio come se facesse strada a un medico, l’ometto lo precedette premuroso per un paio di isolati. Camminava a passi brevi e veloci, voltandosi ogni tanto indietro per controllare. A un certo punto si arrestò davanti alla mole oscura di un caseggiato, incorniciata dal cielo violetto dell’imbrunire.

Entri” lo invitò.

Binasco aprì il portone, e Marco si trovò subito dentro un appartamento dai corridoi stretti e tortuosi.

Lo colpì subito il frastuono. Ci volle qualche istante per abituarsi al contrasto tra oscurità e luce intermittente, ma di più per accettare quello che finì per vedere: televisori, a decine, di tutte le dimensioni, poggiati in ogni angolo della casa. A coppie, come soprammobili, poggiati su scaffali e cassettoni in corridoio. A gruppi, impilati sul pavimento, e poi schermi che pendevano dalle pareti e dai soffitti. Tutti erano in preda a uno zapping ininterrotto. Pubblicità si susseguivano a intensi primi piani da pellicola hollywoodiana e a video musicali. Più che una cacofonia, un vero pandemonio di immagini, suoni e colori, che raggiunse l’apice quando Binasco scortò Marco nella camera occupata dalla moglie.

La donna giaceva sul letto, gli occhi fissi su almeno una dozzina fra televisori tradizionali e impianti a cristalli liquidi e al plasma. A Marco parve che la sintonia mutasse al battito delle palpebre dell’inferma. Il nodo di angoscia si andava trasformando in panico.

Io me ne vado!”

No, la prego” implorò Binasco. “Lei è l’unico che può capire. Guardi!”

Senta, sua moglie ha bisogno urgente di un medico” aggiunse Marco indicando la figura sul letto. La donna era scheletrica. Nella luce intermittente degli schermi si distinguevano le ossa premere contro la pelle. Il volto era inespressivo, a eccezione degli occhi. Gli stessi, febbrili occhi del marito.

E’ cominciata un paio di mesi fa… Forse tre” iniziò Binasco torcendosi le mani. “Quasi senza che me ne accorgessi, Angela ha cominciato a vivere davanti alla televisione. Sempre quel telecomando in mano. Ha voluto che comprassimo altri due apparecchi, uno per la cucina e l’altro per la camera da letto…” Singhiozzò. “Non le bastava mai. Diceva che si sentiva soffocare senza immagini. Le voleva in bagno, in corridoio, ovunque. E quando c’era il TG…”

Che succedeva?” si riscosse Marco, che era rimasto rapito dal torcersi di quelle mani da vecchio.

Il suo collega Niguarda…Ad Angela piace tanto. Ho notato che si rianimava quando lo vedeva condurre il telegiornale. Lo sa?”

Che cosa?” chiese Marco ormai completamente disorientato.

Ho perfino chiamato la sua redazione per informarmi sui turni del suo collega. Così lo avrei anticipato ad Angela. Le dicevo, guarda, amore, fra poco c’è Niguarda alla TV, e lei riprendeva vita.” L’ometto sospirò, abbassando le spalle. “L’effetto però era temporaneo” riprese con fatica. “Ben presto non ha più voluto uscire. Diceva che fuori…”

Fuori cosa?” domandò Marco.

Che fuori era pericoloso. Che non avevamo bisogno di uscire, perché avevamo il mondo in casa. E che dovevamo riempire tutti gli angoli bui con la luce del mondo”

La luce del mondo. Un brivido attanagliò le viscere di Marco.

E’ per questo che…?” balbettò.

Vuol dire tutti questi televisori?” Binasco allargò le mani indicando con un gesto vago la catasta di elettrodomestici. “Glieli ho installati tutti io, sa? Angela ormai non parla più, mi indica con un gesto dove vuole la TV, e io gliela sistemo. E’ costato una fortuna, ma forse ne vale la pena…”

Con la coda dell’occhio Marco carpì una variazione nell’accavallarsi senza senso delle trasmissioni. Tutti i televisori si sintonizzarono all’istante sullo stesso programma, un cartone di Topolino degli anni ’40.

Per qualche settimana Angela è sembrata migliorare” riprese Binasco mordendosi l’unghia del pollice. “Quando c’era Niguarda riuscivamo perfino a parlare. Adesso, però, da qualche giorno, è come se fosse in coma. Il suo sguardo è vuoto, e nemmeno il suo collega riesce a riportarla in sé.”

Marco udiva a malapena quello che diceva Binasco. A sua volta non riusciva a staccare gli occhi dal cartone in TV. Macchine animate inseguivano Topolino in una sarabanda senza fine, fissandone la fuga con occhi tondi e malevoli. Stantuffi animati pompavano a ritmo e senza posa, sospingendo gli inseguitori verso la preda. Una musica indiavolata incalzava protagonisti di cartone e spettatori umani.

Devo portare Angela via di qui, capisce, dottore?” implorò nuovamente Binasco, ricominciando a torcersi le mani. Gli occhi verdi da fanciullo ripresero ad ardere in un volto che si era fatto colore del gesso. “Mi aiuterà?”

Io… io non so cosa dirle. Sua moglie è malata. E anche lei.”

Dottor Donati, la prego. Lei sa di sicuro cosa bisogna fare!”

Io non so nulla.”

La prego, dottore” singhiozzò stavolta Binasco. “Angela è tutto quello che ho.”

Marco retrocedette lentamente verso la porta d’ingresso. I talloni incontrarono all’improvviso un ostacolo. Vacillò e cadde, rovinando su uno dei televisori. La macchina si azzittì di colpo, un penetrante odore di bruciato si sollevò dal suo interno. Dalla camera da letto giunse un lamento alto e prolungato, simile a quello di un animale ferito.

Angela!” gridò Binasco. “Cosa ha fatto, perdio, la vuole uccidere?” Angela!”

L’ometto si precipitò verso la camera dell’inferma. Marco si rialzò a fatica, mollò una pedata al televisore ormai rotto e uscì dall’appartamento, dileguandosi nell’oscurità.

Si fermò dopo almeno tre isolati, appoggiandosi ansante a un muro. Il cuore gli batteva nel petto allo stesso ritmo degli ingranaggi di quelle macchine da cartone animato. D’istinto si voltò, sicuro che alle spalle avrebbe visto incombere quegli occhi rotondi.

Donati! Tutto sotto controllo?”

Trovò invece la figura allampanata di Niguarda. A sua volta curiosamente simile a un cartone animato, il collega rise di gusto, poi azzardò un ganascino. “Ma che ci fai in giro così?” gli chiese premuroso. “E’ tardi e guardati, sei tutto stazzonato!”

Fabio, andiamo?”

Donati allungò lo sguardo oltre le spalle del collega. Scorse una vettura grigia metallizzata. Al posto di guida fumava, impaziente, una giovane donna bionda.

E’ solo un mal di testa” mentì d’istinto. “Sono sceso a prendere una boccata d’aria”

Sceso, dici?” si meravigliò Niguarda. “Ad almeno dieci chilometri da casa tua?”

Niguarda, adesso mi controlli anche fuori dal lavoro?” se la prese Marco. “Fatti gli affari tuoi, c’è qualcuno che ti aspetta.” Indicò la donna: adesso era uscita dall’abitacolo e, improvvisamente simile a quelle macchine da cartone animato, sbuffava esasperata il fumo dalle narici.

Ehi, calma” rispose Niguarda allargando il sorriso. “Sono solo preoccupato per te. Ultimamente sei così irascibile. Ma se vuoi rimanere da solo, non c’è problema.” Si girò verso la compagna, ammiccando. “L’importante, Donati, è che tutto sia sotto controllo.”

Certo, certo, sempre sotto controllo, come no?”

Marco cominciò ad allontanarsi a passi incerti.

Donati?”

Cos’altro c’è?”

Non farti problemi se qualcosa non va. Posso aiutarti. Davvero. Siamo amici, no?”

Sì, certo.” replicò Marco, stanco. Riprese la sua strada e non si voltò. Udì alle sue spalle la voce della bionda recriminare qualcosa, poi smorzarsi di colpo quando le portiere dell’auto si chiusero. La vettura ripartì sgommando insieme a Niguarda verso chissà dove. Dalle finestre aperte del palazzo di fronte veniva un curioso bagliore ritmico, e un’eco. Era come se tutti fossero sintonizzati sulla stessa trasmissione. A Marco, per un momento, quel lampeggiare sincronizzato diede l’idea che il palazzo stesse vibrando di un’energia cosciente.

Sta respirando?

Turbato, accelerò il passo lasciandosi l’isolato alle spalle.

Altrettanto non poteva con la scena irreale vissuta in casa di Binasco. Il ricordo gli accapponò la pelle. Cosa stava succedendo a quella gente? Quella donna era molto malata, e suo marito era evidentemente pazzo. Ma la malattia e la follia non bastavano.

C’è qualcos’altro, lì. Qualcosa di brutto, si sorprese a pensare. Marco Donati non era un uomo facile a impressionarsi, ma non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine di quelle macchine di cartone che, implacabili, inseguivano Topolino.

Tornò a casa tardi quella sera. Solo quando mise la chiave nella serratura si rese conto di quanto fosse stanco. Un accesso di tosse lo squassò, e si ritrovò a sputare a sua volta muco giallastro.

Proprio come Binasco, dannazione! Devo andare dal medico, pensò mentre apriva la porta del bagno. Si studiò ancora una volta il viso allo specchio. Gli occhi apparivano sempre più infossati in quei cerchi color seppia.

Un bagliore gli rivelò che la televisione era accesa. Si girò e si acquattò, come se lo avesse sfiorato una freccia

Chi c’è in casa?” domandò al buio con voce tremula. Era sicuro di averla spenta, quella maledetta, se non altro perché… Formularsi la ragione fu un tutt’uno con l’emettere un sospiro di sollievo. Marco si sollevò e raddrizzò le spalle. Quella carcassa era ancora un vecchio modello e doveva esserci qualcosa rotto nel sistema di accensione, al punto che ogni tanto partiva da sola. Marco se la prese con se stesso: possibile che fosse talmente suonato da essersi dimenticato i capricci delle sue cose?

Si lasciò cadere sul divano di peso, come faceva di solito, un breve zapping al telecomando e fu subito sul canale del TG. Niguarda già ammiccava soddisfatto. Marco ricordò che conduceva anche l’ultima edizione. Doveva avere appena finito la breve passeggiata in auto con la bionda, e un che di malizioso in quei liquidi occhi neri sembrava proclamare al mondo: sì, me la sono fatta. Quando Marco riuscì a concentrarsi sulle parole di Niguarda si accorse di essere in preda a un sordo furore.

“…Ancora una quarantina di ricoveri oggi all’Ospedale regionale dovuti alla cosiddetta influenza che invecchia” attaccò trionfante il conduttore. “Siamo ormai lontani dai picchi di cinquanta nuovi casi al giorno che si erano verificati un paio di mesi fa, ha dichiarato l’assessore regionale, che è stato all’ormai consueto briefing col ministro della Sanità.” Niguarda fece una pausa e trasse un respiro. Quando rialzò gli occhi parve come deluso. “La fase acuta, ha dichiarato il ministro, sembra dunque essere alle spalle, e i malati starebbero migliorando. I sintomi sono in via di riduzione nella maggior parte dei casi. All’Ospedale regionale rimangono sessantacinque pazienti gravi. Sono costantemente monitorati” concluse Niguarda “e sotto terapia antivirale. E ora lo sport…”

Marco rimase a guardare. Si sentiva sempre peggio. Al fiato corto, che adesso non lo abbandonava nemmeno quando se ne stava seduto sul divano, si accompagnava una sensazione di nausea e un cerchio alla testa. Si toccò la fronte e se la scoprì calda. Negli ultimi tempi aveva avuto spesso quegli attacchi di febbre, ma non gli aveva dato peso. Al mattino passava sempre tutto. Provò paura. Spense la televisione per andare al bagno. Repentina come lo aveva colto, la sensazione di malessere lo abbandonò.

Scosse la testa. E’ solo depressione. All’inizio aveva dato la colpa al proprio lavoro, poi si era reso conto che questo era almeno altrettanto vuoto della sua vita. Niguarda passava da un’auto di lusso all’altra e da una donna all’altra; in una curiosa sincronia, lui si vedeva scivolare gli anni di dosso, senza nemmeno accorgersene. Possibile che adesso l’angoscia lo prendesse a intermittenza, divertendosi a stuzzicarlo, precipitandolo nell’angoscia più completa per poi mollarlo all’improvviso?

Preso da un’ispirazione prese il telefonino.

Betty?”

Oh, sei tu? Chi non muore si risente.”

Avevo bisogno di parlare con qualcuno.”

E improvvisamente ti ricordi che esisto. Ma che voce sepolcrale, Marco.”

Non sto bene, infatti. Ho la febbre.”

Ti sei beccato l’influenza dei vecchi?”

Chi lo sa. Forse.”

Non è niente di grave, hai sentito alla tele?”

Sì. Ma quelli ci raccontano quello che vogliono, no?” Marco si scoprì a sorridere. La voce di Betty aveva ancora il potere di metterlo di buon umore.

Se lo dici tu…Io l’ho sempre sostenuto che tutta quella televisione ti avrebbe fatto male. Sai, le radiazioni, e come se non bastassero quelle, le pessime vibrazioni che ti trasmette il tuo lavoro.”

Marco sbuffò. Eccoci, di nuovo. Come se non si fossero separati ormai da tre anni e non si sentissero da più di un anno. I vecchi cliché riaffioravano, uno dopo l’altro.

Ascolta, Betty…Non è colpa della televisione se il mondo va in malora…”

No? Guarda la tua cara cronaca: bambini rapiti, stragi familiari, sassi dai cavalcavia, politici depravati. E voi cosa fate? State lì, a guardare dal buco della serratura. Tutti dietro ai vostri indici d’ascolto. Uno schizzo di sangue, tre punti di share, una testa mozzata, dieci. Uno scandalo di palazzo, quanto?”

Non è tutto così. La televisione è una scatola magica, lo sai, dentro può starci tutto, e…”

“…E voi l’avete svuotata e l’avete trasformata in un cesso. Non è vero, forse? Lo sai come la penso, no?

Marco lo sapeva benissimo. Betty apparteneva a un gruppo organizzato, che si faceva chiamare No-Zap. Vicini agli anarchici, predicavano la controinformazione e nelle loro manifestazioni distruggevano a titolo dimostrativo televisori e radio.

Certo che lo so come la pensi. L’ultima volta che ne abbiamo discusso a momenti perdevo il posto.”

E io finivo in galera. Oh, Dio, Marco. Ma mi hai chiamato per parlare di televisione?”

Marco esitò. Era andata sempre così tra loro due. Tre anni di vita l’uno lontano dall’altra non avevano poi cambiato molto le cose. Maledisse insieme la propria logorrea e i propri silenzi. Si sforzò di riprendere:

Senti, Betty. Qui c’è qualcosa che non va.” Raccontò la storia di Binasco.

All’altro capo del telefono Betty smise perfino i tradizionali sospiri. Ascoltò senza interrompere fino alla fine.

E’… e’ curioso” commentò infine.

Non lo definirei curioso. Lo direi piuttosto agghiacciante”.

E’curioso perché sta capitando la stessa cosa con almeno un paio di mie amiche. I loro mariti, capisci…”

Gli stessi sintomi? Per un No-Zap è davvero il colmo!”

Non fare il furbo. E, sì sono gli stessi sintomi.”

E perché non ne ho sentito ancora parlare sui giornali?”

Davvero ti meraviglia?” ribatté subito lei, raccogliendo volentieri l’involontaria imbeccata. “Se leggessi anche dei periodici di vera informazione sapresti che ce ne sono dappertutto di questi “malati televisivi”: gente in tutta apparenza deperita che non riesce più a staccarsi dal piccolo schermo. Quelli in ospedale sono solo la punta dell’iceberg.”

Controinformazione, come no” ironizzò lui. “Questo spiega perché il fatto sia rimasto in secondo piano.”

In TV non c’è proprio arrivato, questo fatto” precisò Betty, acida. Poi, scendendo di un tono: “Marco, cosa sta succedendo?”

Non lo so.”

La sera, in particolare” cominciò Betty. “Hai mai fatto caso al rumore che viene da fuori? E’ come se…”

Come se?”

Come se a un certo punto tutti i televisori si sintonizzassero sullo stesso canale. Si sente come un’eco.”

Un millepiedi s’inerpicò lungo la schiena di Marco. “Sono da te fra mezz’ora” disse, e riattaccò.

La casa di Betty era piccola e accogliente come se la ricordava, immersa nella quiete della periferia elegante della città. Villette a schiera si alternavano a ville bifamiliari di architettura liberty. Non si vedevano caseggiati più alti di due o tre piani, ma anche qui il sinistro bagliore ritmico dei televisori sintonizzati sullo stesso canale lanciava lampi lividi sulla strada.

Dai, facciamo presto”, fece lei comparendo sulla soglia di casa e avvolgendosi in uno scialle. “Non c’è tempo da perdere”.

Dove stiamo andando?” chiese Marco.

Non ha importanza” tagliò lei. Tossì, espettorando.

Anche tu con questa maledetta influenza?”

Già. Ma adesso sta passando. Svelto, siamo attesi.”

Svoltarono quattro o cinque volte finché l’elegante quartiere di Betty non lasciò il posto a palazzi più alti e dall’aspetto più ordinario. Il lampeggiare dalle finestre era adesso più chiaro nell’oscurità della notte. Betty procedeva con passo spedito. Marco, che la seguiva a un paio di passi, si godeva lo spettacolo del leggero abito estivo che le fasciava fianchi e cosce, evidenziandone le curve. Un accesso di tosse interruppe la sua contemplazione e gli fece considerare l’andatura di Betty per ciò che la provocava: la genuina angoscia di non arrivare in tempo.

Dopo qualche minuto Marco comprese che la sua sensazione era giustificata. Betty bussò appena a un anonimo portone dalla vernice grigia scrostata. Una feritoia si aprì, rivelando due sospettosi occhi azzurri, incorniciati da una fitta rete di rughe. Lo sguardo si spostò da Marco per poi rilassarsi quando incrociò quello di Betty.

Entra”, disse una voce nasale. Il portone infine si aprì, rivelando la figura di un anziano di età indefinibile. Aveva i capelli bianchi e radi, e il volto come avvizzito. Altri vecchi confabulavano in una grande anticamera. La maggior parte smise di parlare e fissò i due nuovi venuti.

E’ lui il giornalista?” chiese una donna, aggressiva. “Non capisco proprio cosa ce l’abbia portato a fare!”

Già” fece eco un altro anziano, tossendo. “Forse per farci vedere che l’influenza colpisce anche quei maledetti?”

Scioccato, Marco si passò una mano sul volto. Scoprì solchi e segni che, poteva giurarlo, al mattino non c’erano.

Adesso basta, ragazzi” esclamò Betty, voltandosi verso Marco. Solo allora, nell’incerta luce di quel locale, lui poté vedere come nuove rughe avessero fatto banchetto sul viso di quella che era stata la sua donna. Betty sembrava una sessantenne, e lo sfacelo appariva contenuto solo se lo si confrontava con quello delle altre facce. Tutte appartenevano, Marco lo capì con chiarezza, a persone fra i trenta e i quarant’anni. Tutti quanti, di sicuro, esponenti di spicco di No-Zap.

Betty lo tirò per un braccio, strappandolo alle sue riflessioni.

Entra in quella stanza e dimmi che ne pensi.”

La porta era socchiusa, bastò spingerla appena. Il battente girò veloce sui cardini, andando a sbattere sulla parete e rimbalzandovi contro più volte. I colpi secchi risuonarono in controtempo con la raffica di lampi che illuminavano la stanza. A quel ritmo doppiamente sincopato appariva e spariva la sagoma di un uomo. Sedeva rigido in poltrona, mani sui braccioli, lo sguardo perso su almeno sei schermi televisivi che irradiavano il medesimo cartone animato. Stavolta era Braccio di Ferro, intento a pestare una coda infinita di Blutos che finivano per schiantarsi tutti allo stesso modo contro il suo pugno gigantesco.

A un tratto l’ultimo Bluto fu sostituito da un gigante colorato e zannuto, curiosamente fuori posto rispetto agli altri personaggi. Braccio di Ferro girò la pipa in bocca. Fece appena in tempo a dire u-hu che il nuovo venuto ammiccò dallo schermo e sollevò un piede titanico, abbattendolo sul marinaio mangiatore di spinaci. Il gigante rise e passò oltre, lasciandosi alle spalle un’inaspettata e realistica pozza di sangue, materia cerebrale e membra schiacciate. La chiazza rossa si allargava sullo schermo, pronta a traboccarne.

Marco fu riscosso da un gemito. Era il vecchio che guardava la televisione, stavolta rivolto verso di lui, gli occhi verdi come quelli di Binasco, un filo di bava che colava dall’angolo della bocca.

Aiuto.

Quegli occhi invocavano pietà da un insondabile pozzo di sofferenza.

E’ mio… bè insomma, era mio marito.”

Betty si accese una sigaretta, e cominciò a trarne boccate veloci.

Da quanto tempo sta così?” chiese Marco, distogliendo lo sguardo dall’infermo. Sugli schermi delle televisioni intanto i resti di Braccio di Ferro erano stati riposti in una pattumiera da un solerte gatto-scopino. Bluto intanto tambureggiava trionfante sulla porta di casa di Olivia.

Non saprei, è malato da due settimane forse” rimuginò Betty, sbirciando di nascosto l’orrendo cartone. Gli amici nell’anticamera stavano intanto affollandosi sulla soglia della stanza, gli sguardi vuoti a seguire quanto accadeva in quella lugubre variante del mondo di Popeye.

Devi portarlo via” scandì Marco, facendosi forza per non guardare a sua volta le tv. Sulla scena del cartone, intanto, era tornato il gigante. Il piede ancora imbrattato del sangue di Braccio di Ferro calò stavolta sul tetto della casa di Olivia, sbriciolandolo con realismo.

Dovete andarvene da qui” precisò Marco battendo le palpebre al ritmo dei lampi sulle pareti della stanza.

Gli eventi precipitarono. Il titano di cartone si chinò ridente tra le rovine della casa appena scoperchiata, frugando tra brani di muro di un impossibile color rosso vivo, da cui sporgevano frammenti frastagliati di travi color giallo chiaro. Rovistò ancora e ancora, finché nella mano non strinse il corpo esanime di Olivia. La camicetta rossa e la lunga gonna nera erano a brandelli. Si vedevano generose porzioni di carne bianca come il gesso. Olivia era ricoperta di tagli sanguinati e ammaccature violacee. Il gigante rise forte, ancora una volta, poi portò la preda alla bocca, e la divorò in due rapidi bocconi. Con un calcio smembrò il furioso Bluto, che si dissolse in una nuvola sanguigna, e dopo un potente rutto caracollò via dalla scena. Partì la sigla finale, la pipa di Braccio di Ferro che fischiava una marcia funebre.

Marco si appoggiò al muro per reprimere i conati. Betty e i suoi amici fissavano ormai senza parole il cartone, gli occhi accesi di un verde smeraldo.

Aiuto…”

Stavolta lo aveva sentito davvero. Era il marito della sua donna, ancora seduto, gli occhi febbrili, ma coscienti, fissi nei suoi.

Tuo marito si è svegliato, presto, andiamocene di qui” cominciò Marco scuotendo la sua ex. Invano. Betty continuava a fissare istupidita gli schermi televisivi.

Tutto a posto, allora? Non mi pare proprio…”

Stavolta le tv si sintonizzarono tutte su uno scenario più familiare. Lo studio del Telegiornale. Niguarda ammiccava, gli occhi color giaietto, seduto comodamente dietro la sua scrivania.

Marco strizzò gli occhi. Il collega gli appariva diverso, ancora più giovanile rispetto al solito, le spalle più larghe, i capelli più scuri e più folti, il naso più carnoso. Il consueto tratto di eye-liner unito a un’inaspettata abbronzatura lo facevano assomigliare all’icona di uno scriba egizio. Quasi non entrava più nell’inquadratura.

Allora, Donati?” incalzò l’apparizione elettronica di Niguarda.

Aiuto, la prego…” tornò a invocare, debole, l’uomo seduto.

Marco si riscosse.

Venga con me, avanti!”

Prese per mano l’infermo, attirandolo a sé. Avvertì uno schiocco umido, il polso dell’uomo che cedeva sotto la sua presa, ma ignorò i lamenti. Il marito di Betty lo seguì con passi incerti e strascicati oltre il muro degli amici ormai impietriti. Marco si imbatté nello sguardo vuoto della sua ex. Esitò per un attimo, poi passò oltre. Insieme uscirono dalla stanza e si diressero verso la porta dell’appartamento.

Vuoi capirlo o no che è inutile? Dove pensi di andare?” lo irrise il Niguarda catodico.

Fottiti” sibilò Marco in tutta risposta. Uscì in strada tirandosi dietro il malato.

La risata di Niguarda echeggiò a lungo nella via deserta, poi sfumò in una professionale lettura delle ultime notizie:

… Triplice omicidio in periferia. Vittime, due anziani americani, marito e moglie, e un terzo uomo non ancora identificato. Secondo le prime testimonianze, Olive Oyl, 75 anni, sarebbe stata divorata da un enorme animale che è entrato sfondando il tetto della sua abitazione. L’aggressione mortale è avvenuta dopo che il marito della vittima, il connazionale Popeye, 80 anni, era stato a sua volta sbranato fuori dell’appartamento. Un terzo cadavere parzialmente smembrato è stato rinvenuto poco lontano. Battute di caccia sono in corso per catturare la belva. Si consiglia di rimanere in casa… Capito Donati? Torna a casa. Puoi avere il mondo in casa! La luce del mondo!”

Insieme con il suo nuovo sodale, Marco marciò tra due ali di palazzi illuminati a intermittenza dai lampi televisivi che uscivano dalle finestre simili a fuochi pirotecnici. Il notiziario si trasformò in un lamento a metà tra la risata e l’ululato. Avvertì la paura entrargli nelle ossa e indebolirgliele. Si sforzò di proseguire, trascinandosi sempre dietro il marito infermo di Betty.

Strisciando sempre più i loro passi, attraversarono l’intera città. La notte era attraversata da un vento caldo, e misteriose forme parevano affacciarsi dalle nuvole che si rincorrevano nel cielo. Senza sapere davvero come, Marco si ritrovò davanti all’edificio della Televisione. Alzò gli occhi verso le stelle. Distinse la sagoma di un’immensa schiena che si nascondeva nel buio dietro le colline lontane. Ripensò al gigante che aveva divorato Olivia e ucciso Braccio di Ferro, e pianse.

Una mano gli sfiorò le spalle. Era il marito di Betty, le iridi che stavano virando dal verde all’ambra. L’uomo assentì grave. Il pensiero raggiunse Marco come una rivelazione.

Siamo dove dobbiamo essere, e basta. Anzi no. C’è ancora qualcosa da fare.

Esausti, ma determinati, varcarono il portone del palazzo. Marco fece appena in tempo a chiedersi perché fosse ancora aperto a quell’ora della notte. Poi scorse sul pavimento un paio di gambe vestite di azzurro spuntare dall’ampio desk dell’entrata. Più lontano un busto, fasciato di una camicia dello stesso colore. Il sangue era ovunque.

La guardia.

Incassando la testa nelle spalle, Marco proseguì verso gli studi. L’uomo al suo fianco non si faceva più trascinare, ma procedeva al suo stesso passo.

Uno stridere lamentoso li fece arrestare. Udirono pesanti tonfi, suoni di metallo che si contorce e infine si spezza. Poi un singulto ritmico e ripetuto, simile a mantici azionati da massicce macchine a vapore. Quel trambusto celava però altro.

Qualcosa come…

Marco infine lo riconobbe. Il suono dell’angoscia e insieme di chi si fa beffe dell’angoscia.

E’ Niguarda che ride.

Infine sei arrivato, Donati? Proprio non potevi startene lontano, vero?”

La voce gli arrivava direttamente nella testa e insieme nelle viscere, facendolo tremare fin nel profondo. Marco si portò d’istinto le mani alle orecchie, ma si accorse che il non-suono le escludeva del tutto. Il rombo lo consumava da dentro. Vicino a lui, il marito di Betty riprese a lamentarsi, un rivolo di sangue che gli scendeva dall’angolo di un occhio. Marco si passò una mano sul volto, e si accorse di stare sanguinando allo stesso modo.

La vibrazione crebbe ancora d’intensità, fino a fargli credere che gli avrebbe polverizzato le ossa. Udì ancora i tonfi, profondi e sempre più vicini. Quando pensò che la bassa frequenza gli avrebbe fatto implodere il corpo, Niguarda finì per mostrarsi.

Sotto l’intensa luce dei riflettori, il collega era un’apparizione da incubo: era alto più di di quattro metri, muscoli enormi e guizzanti, la pelle rossastra coperta a malapena dai brandelli dell’ultimo doppio petto e della camicia di lusso. I capelli corvini erano solo un disegno, un’ombra sul massiccio cranio bombato, e le iridi nere occupavano ormai l’intera superficie oculare. I denti, grossi e squadrati, erano stretti in un rictus che sarebbe apparso feroce, se gli angoli della bocca non fossero stati piegati all’insù.

Ciò che Niguarda era diventato stava adesso sorridendo a Marco.

Lo vedi cosa può fare una buona scopata?” lo irrise l’apparizione aliena. “Ah, a proposito, era davvero buona!”

L’essere scoppiò in un’altra delle sue risate subsoniche.

Cazzo, s’è mangiato la bionda! Marco registrò a malapena l’informazione quando le vibrazioni provenienti da Niguarda gli provocarono un attacco di atroci dolori alle giunture. Il marito di Betty giaceva ormai esanime sul pavimento di linoleum dello studio.

Mi basta continuare a ridere e sei morto” constatò l’essere. Sembrava incerto sul da farsi.

Fallo allora. Non hai desiderato che questo, da quando ci conosciamo. Mi hai già ammazzato professionalmente, del resto.”

Vero. Ma è stata colpa tua. Io volevo esserti amico.”

L’accento prolungato sull’ultima parola provocò un brivido oscuro nella colonna vertebrale di Marco. Due costole si incrinarono, straziandolo.

Amico, già…” sibilò Marco tenendosi un fianco.

Impossibile, infatti” constatò l’essere. “E visto che non potevo esserti amico, sono diventato migliore di te. Non c’è voluto molto. Così mi sono detto, perché non diventare il migliore di tutti?”

Rise ancora. Le costole incrinate si spezzarono con un netto schiocco. Marco tossì, espettorando stavolta non muco, ma sangue rosso vivo.

Ci vorrà ancora poco, mio mancato amico”. L’essere che era stato Niguarda si chinò, passando due lunghissime dita sul volto imbrattato del collega. Leccò poi con avidità il liquido carminio che era rimasto sulle punte. “Tutto sta a desiderare davvero qualcosa, lo sai?”

Il dolore salì ancora. Marco trovava sempre più difficile pensare. Attraverso lo schermo rossastro del proprio sangue, vide Niguarda contorcersi e crescere ancora di statura e dimensioni. Adesso doveva tenere la testa china per stare in piedi nello studio. Assomigliava sempre più all’orco gigante del cartone animato. Tre passi dall’eco tonante, il mostro girò dietro la scrivania del conduttore del telegiornale. Con due dita spostò la sedia e vi si lasciò cadere, frantumandola. Finì seduto per terra. Gettò l’enorme testa all’indietro e scoppiò a ridere di nuovo, i denti grossi come polpastrelli umani che scintillavano sotto le luci. Stavolta fu l’intero edificio a tremare dalle fondamenta.

Niguarda smise di ridere e guardò davanti a sé. Era diventato talmente grosso che, seduto sul pavimento, arrivava con comodo al tavolo del conduttore, e riusciva a stare in un’inquadratura concepita per una persona che stava in piedi. Sorrise ancora.

Lo vedi, Donati? Posso ancora fare il mio lavoro. Anzi, ora posso farlo meglio di sempre!”

Come a un segnale convenuto, le luci si regolarono sulla modalità del notiziario. Immobilizzato sul pavimento, Marco si concentrò sul plasma dietro il mostro. Il grande schermo era suddiviso in una serie di riquadri: uno mostrava una sequenza di foto di ragazzine in succinti costumi da bagno durante la festa di qualche pezzo grosso del governo; un altro un talk-show in cui due politici prima si insultavano, poi cominciavano a picchiarsi selvaggiamente; su un terzo girava a loop un’esecuzione mafiosa ripresa per strada da un telefonino. Su un altro ancora scorrevano immagini di immensi incendi in corso in varie parti del mondo. Qui si indovinavano, confuse tra le fiamme, le stesse titaniche sagome che Marco aveva intravisto poco prima, fuori dell’edificio, sullo sfondo delle colline.

Signore e signori, buonasera!” tuonò improvvisa la cosa-Niguarda. “Il momento è giunto.” La luce rossa era accesa sulla telecamera fissa.

Marco si addossò a una parete, tirandosi dietro il corpo del marito di Betty. Si accorse che l’infermo stava meglio. Respirava ancora con affanno, ma era vigile. Scambiarono uno sguardo d’impotenza.

Come ti chiami?” ansimò infine il giovane-vecchio.

Marco, e tu?”

Giacomo. Non posso dire che è un piacere…”

L’uomo abbozzò un sorriso esausto, poi col mento indicò Niguarda.

Da sempre l’uomo si è chiesto come potesse arrivare la fine” riprese la creatura-conduttore. “Escatologia, religioni, scienza. Ciascuno ha tentato una spiegazione, ignorando però quale fosse la risposta più immediata e vicina.”

Niguarda fece una pausa a effetto. Tirò su gli angoli della bocca, scoprendo i denti squadrati. Il suo colorito stava virando verso il rosso acceso.

I vostri scienziati lo chiamano multiverso a brane: più dimensioni, diciamo almeno undici, una delle quali a bassa gravità ed energia, vicinissima alla vecchia Terra, quasi sovrapposta, ma non del tutto. Abbastanza, però, per essere percepita e perfino chiamata, nei secoli, con un nome: Aldilà, Inferno, L’Altro Mondo, fate voi.”

L’essere rise di cuore, facendo vibrare di nuovo le ossa di Marco.

Vi basti sapere che questa dimensione da sempre si interseca con la vostra, nutrendosi di ciò di cui ha bisogno. Emozioni. Speranze. Violenza. Tutte cose inestimabili in un mondo che un essere umano non può nemmeno concepire. Ma adesso le cose sono cambiate.”

La cosa-Niguarda si assestò sul pavimento ed emise un roboante peto.

Il nostro mondo sta collassando. L’unica salvezza è riequilibrare l’energia con quelli vicini. Il veicolo, le radiazioni elettromagnetiche. Vista la vicinanza tra i nostri universi, un tempo bastavano quelle emesse dai vostri mistici e profeti. Quanta energia in semplici menti organiche! Impetuosi come fiumi in piena, i loro pensieri attraversavano la sottile membrana tra i nostri universi. E noi, avidi, ci abbeveravamo. Prendevamo sostanza nelle vostre visioni. Ma mancava ancora qualcosa. Pazienti, vi abbiamo spinto, ogni giorno un passo, Così adesso c’è la televisione. Ci sono i computer. Basta sfiorare un pulsante, ed ecco il fantasma nella macchina, pronto a spingervi ancora più avanti.”

Niguarda alzò la voce, come il rombo di un tuono.

Oltre, sempre oltre. Presto non c’è stato più nemmeno bisogno di spronarvi. Avevate già tutto il necessario. Pornografia. Pedofilia. Fanatismo. Paura. Omicidi. Stragi. Guerra. Morte!”

La creatura ormai gridava, come perduta nella tempesta. L’aria nello studio si era fatta lattiginosa, quasi tangibile.

Morte… che per noi è vita. La membrana si è lacerata. Adesso possiamo entrare.”

Il mostro sollevò una mano grande quanto una pala. Con un artiglio, luccicante sotto i riflettori, indicò il plasma dietro di sé.

Anzi, siamo già entrati. Come è già successo altrove, questo è diventato il nostro universo. E voi siete già il nostro cibo. ”

La luce rossa della telecamera si spense. Niguarda si alzò, mandando via con un calcio il tavolo del conduttore. Il pesante oggetto andò a infrangersi contro una parete.

Tornerò per te, Donati” promise il mostro, tornando a sorridere. “Adesso c’è altro che devo fare”. Con un manrovescio investì una fila di riflettori. Le lampade sfrigolarono, poi esplosero, spegnendosi. Passi pesanti che si attutivano in lontananza annunciarono la dipartita di Niguarda.

Banale, vero, come fine del mondo? Ancestrale, direi meglio. Finire come pranzo per l’orco.”

Marco si girò. Nella luce verdastra diffusa dall’impianto di emergenza, vide che Giacomo si era tirato su e gli sorrideva. Le iridi erano tornate di un marrone quasi normale e, poteva giurarci, i capelli gli si erano scuriti.

Ti senti meglio? Com’è possibile?”

A quest’ora dovremmo essere morti entrambi, no? Credo che il tuo amico abbia già attinto a tutta l’energia di cui ha bisogno.”

Marco si tastò braccia e gambe. Si sentiva mortalmente stanco, ma il dolore lancinante alle giunture si era ridotto di diverse grandezze. Ora gli pareva soltanto di essere passato sotto un treno.

Poi lo ha detto, no?” riprese Giacomo. “Ci mangeranno tutti quanti. Come in un quadro di Bosch.”

Credi che siano…?” Marco non riusciva nemmeno a pensarci.

Demoni? E anche se non lo fossero, anche se tutta quella storia strampalata non fosse vera, cosa cambierebbe?”

Allucinazioni… L’influenza dei vecchi…”

Andiamo, Marco.” Giacomo indicò le macerie dello studio. “Un’allucinazione non distrugge un palazzo. L’influenza dei vecchi è stata solo un altro mezzo per ingannarci. Prima di… prima di tutto questo facevo il ricercatore. Fisica teorica. Quel mostro ha parlato di brane, di multiverso. Qualcosa che ho studiato. Qualcosa di reale.”

Il fisico si andava animando sempre più. Guardandolo, Marco poteva distinguere quasi a occhio nudo le rughe riempirsi e sparire. Giacomo riprendeva via via l’aspetto del trentenne che era stato prima che la malattia lo colpisse.

Ma guardati!” sbottò alla fine il giornalista. “I tuoi capelli sono diventati neri, e le tue mani…”

Giacomo si fissò le palme, le strofinò una contro l’altra.

Sì, l’artrite è scomparsa. La degenerazione si è arrestata. E di sicuro non piango più sangue” aggiuse, grattandosi via dalle guance quanto rimaneva del liquido rosso, ormai disseccato. “Lo hai sentito, il demone, no? Non hanno più bisogno di risucchiarci la vita, ora che sono qui e possono comodamente ucciderci tutti”.

Dunque è questo il Giudizio Universale?” chiese tetro Marco.

No. Diciamo piuttosto uno Sterminio Universale.” Giacomo indicò il plasma di studio, che si era appena riacceso. Gli schermi mostravano la stessa scena, in corso in più Paesi: titani dall’aspetto fiammeggiante, che sbriciolavano città e incendiavano rovine, mentre colonne di profughi venivano sospinte da giganti color porpora che sembravano copie o cloni della cosa-Niguarda, tutti armati di clave. Gli umani che si fermavano venivano massacrati a bastonate e poi caricati su camion. Alcuni venivano divorati sul posto dai colossali aguzzini.

Disgustato, Marco distolse lo sguardo. Uno dopo l’altro, gli schermi si spensero definitivamente.

Stanno disattivando i network televisivi” constatò Giacomo. “Non gli servono più nemmeno quelli.”

Dobbiamo fuggire!” esclamò all’improvviso Marco, ricordandosi della promessa di morte di Niguarda.

E per andare dove?” ribatté Giacomo. “I mostri saranno ovunque. No, adesso è il momento di pensare.”

Pensare a cosa? Niguarda tornerà da un momento all’altro!”
“Lo hai sentito, no? Vuole te per ultimo. E credo che questo sia l’ultimo posto dove pensa di trovarti.”

Non ci pensi a Betty?” insisté Marco.

Betty è spacciata” stabilì Giacomo, cupo. “Il mostro si è alimentato in primo luogo dei nostri pensieri. Sa dove abito, sa che in casa c’erano almeno dieci persone e se ha fame, quello è il primo posto dov’è andato. E dove non dobbiamo andare noi.”

Ti prego… “ tornò a implorare Marco.

Aspetta. Fammi pensare. Ha parlato di mondo a bassa energia. Di riequilibrio…”

Ma ammesso che sia vero quello che ha detto Niguarda, ci sono voluti secoli, e una quantità immensa di energia per lacerare quella che chiama ‘membrana’! Come possiamo riuscirci noi due da soli?”

Non certo creando un cunicolo interuniverso” convenne Giacomo, ormai completamente lucido. Cominciò ad aggirarsi per lo studio in rovina, rovistando tra le macerie come in cerca di idee. “Non abbiamo abbastanza energia. Eppure…”

Eppure cosa?”

E’ tutta una questione di soglie.”

Ma che diamine stai dicendo?”

Hai mai sentito parlare del gatto di Schrödinger?”

Cosa? Ma sei pazzo?”

No, ascolta. E’ una teoria che spiega la meccanica quantistica e che ci può aiutare anche in questo caso. Ascolta: immagina una stanza perfettamente isolata dall’esterno, dove un fisico un po’ stronzo chiuda un atomo radioattivo, una fiala di un potente veleno e un gatto…”

Giuro che…”

Fammi andare avanti. L’atomo è in uno stato tale per cui, a una certa ora, avrà uguale probabilità di essere o no decaduto. Il fisico ha anche collegato l’atomo al veleno in modo che questo sia liberato se l’atomo decade. Il veleno è abbastanza potente da uccidere immediatamente il gatto.”

E allora?”

All’ora convenuta il fisico stronzo, poniamo, proprio io, aprirà la stanza. Cosa troverà?”

Sei tu il fisico. Illuminami,”

Pensa a un attimo prima dell’apertura della stanza: il sistema che comprende l’atomo, la fiala e il gatto per il cinquanta per cento sarà in questo stato: l’atomo non decaduto, fiala di veleno intatta e gatto illeso. Ma con altrettanta probabilità il fisico si troverà davanti l’atomo decaduto, il veleno liberato e il gatto morto.

E allora?”

E allora, quando Giacomo, il fisico stronzo. apre la stanza, avviene un processo di misurazione. Questo processo forza il sistema misurato a compiere una scelta.”

Aspetta, aspetta… Vuoi dirmi che è l’osservazione a decidere della sorte di quel povero gatto?”

Secondo la meccanica quantistica, sì. Ed è la meccanica quantistica a regolare l’universo, anzi il multiverso che ci ha illustrato prima il nostro demone.”

Non capisco il nesso” disse Marco, rassegnato.

Non è così difficile” insisté Giacomo, “L’universo dei demoni è appena dietro la porta di casa, o forse anche più vicino, giusto?

Giusto.”

E’ come quei particolari che si colgono appena, con la coda dell’occhio, o no?”

Ma è altrettanto remoto della galassia più vicina!” Marco fece un gesto di resa e si prese il capo tra le mani.

Non è proprio così” obiettò Giacomo. “Non vedere la porta non significa che non ci sia. Dobbiamo solo imparare a guardare. Imparare a guardare significa ipotizzare, E ipotizzare porta a compiere un’osservazione. Dunque se ipotizziamo una porta…”

… Quella porta deve esserci! Ma certo!” completò speranzoso Marco.

In un certo senso, amico mio, in un certo senso” ripeté Giacomo pensoso. Il suo sguardo si fissò sul pavimento. In un angolo sfrigolava un cavo da riflettore, tranciato dalla furia del demone.

Adesso ascoltami bene, Marco…”

Che ti salta in mente, adesso?”

Devi solo…”

Sei pazzo?” esclamò Marco, rendendosi conto all’improvviso. “Vuoi morire come un idiota?”

Lo so che sembra folle, ma persa per persa, è un tentativo. Ascoltami. Tutte le culture del mondo parlano di una soglia tra vita e morte. E si tratta della stessa soglia di cui ha parlato quel bestione.”

Ma come farai a…?”

Io posso solo provare ad andarci, di là. Poi sarai tu a richiamarmi. Allo stesso modo.”

E come, se è lecito?” gridò Marco, terrorizzato. “Evocando il tuo spirito?”

No. Più semplicemente, usando il defibrillatore che è custodito in questo armadietto.”

Trionfante, Giacomo finì di sgomberare le macerie del tavolo sbriciolato da Niguarda e aprì le ante di uno scomparto incassato nella parete. All’interno, in due distinti involucri plastici, il riconoscibile congegno da ospedale e un generatore elettrico.

Sapevo che l’avevate per le emergenze, quella fissata di Betty mi obbligava a vedere tutti i tuoi servizi!” Giacomo abbozzò un sorriso timido.

Oh, Cristo, ma…”

Appunto, Cristo, o chiunque altro si trovi dall’altra parte, dobbiamo provare a comunicare!”

Ma perché tu?”

Perché il fisico sono io. E tu sei quello che racconterà tutta la storia. Adesso però basta con le chiacchiere, se no rischiamo davvero che a Niguarda venga in mente di farci visita prima del tempo. E ricorda…”

Che cosa, dannazione?” chiese Marco stringendo i pugni per l’impotenza.

Che dovrai richiamarmi entro cinque minuti. Altrimenti il mio cervello sarà pappa buona solo per il tuo amico orco.”

Giacomo si accucciò vicino al cavo. Guardò affascinato le scintille per alcuni istanti.

Abbraccio la bestia dai molti colori, come diceva Stephen Stills…”

All’improvviso il fisico impugnò l’estremita scoperta del cavo. Ci fu uno schiocco, come di ossa spezzate. L’uomo fu avvolto da un alone azzurrino e si distese come un elastico, i talloni e la testa poggiati a terra. Poi cadde riverso, gli occhi spalancati.

Con gli occhi fissi sul cronografo da polso e le orecchie puntate verso ogni rumore che potesse arrivare da fuori, Marco cominciò ad aspettare.

*

Bianco, abbagliante. Intenso come la luce del sole a mezzogiorno, eppure diverso. Alzo gli occhi al cielo. Non riesco nemmeno a sbirciare l’astro, tanto è grande. Cerco di farmi schermo con le mani, ma non riesco. Non riesco proprio a muovermi.

Tutto intorno a me è come su un immenso ghiacciaio, ma non provo freddo. A dire il vero non provo proprio nulla, nemmeno paura. Se questa è la morte, è molto sopravvalutata.

Ma non può essere la morte.

Anche se non riesco a vedere o a muovere il mio corpo, penso, interagisco. Senza alcun dubbio sono da qualche altra parte.

O forse è tutto dentro il mio cervello, un’eco di segnali elettrici che si va lentamente spegnendo? Quanti minuti saranno passati? Quanto tempo mi rimane?

E cosa devo cercare?

Ma cos’è quella forma enorme che si muove? Si trascina verso di me. Forse…

E ora che succede? Come faccio a volare sopra i ghiacci?

C’è qualcosa che mi trasporta. E’ così difficile muoversi. Ora avverto il peso… Assomiglia… Assomiglia a un uccello, ma non lo è, ha ali ma anche mani e un volto e…

*

Respira! Cazzo! Uno, due , tre, respira!

Giacomo batté le palpebre una, due volte.

Bwueh…”

Cazzo cazzo. Lo sapevo. Lo sapevo. L’ho aiutato a uccidersi!” Marco tornò ad abbattere i pugni sul petto del fisico, come aveva fatto negli ultimi quattro minuti, dopo avere usato più volte, invano, il defibrillatore.

Bawh… bada… a non farmi male!”

Grazie a Dio sei vivo!” esclamò il giornalista, abbracciando goffamente il compagno.

Le costole… Attento! Devo essermene fratturato alcune, quando sono andato… di là…”

Di là… Ah, già.” Marco si passò le palme sul fondo dei pantaloni e si ripulì del gel e del sudore. “Cos’hai visto?”

Visto, è dir poco. Ascolta, Niguarda mente.”

Mente, cioè?”

Il diavolo mente.”

Lo sapevo, hai subito dei danni al cervello. Dannazione!”

Appunto, dannazione. Ascoltami. Il diavolo, o qualunque cosa sia. Chi viene di là ci mente. Proprio come è scritto nella Bibbia.”

Ma che cosa stai dicendo?”

Ha detto che il suo è un mondo a bassa gravità ed energia, è vero il contrario.”

Marco si sedette su uno spezzone di muro e si passò gli indici sulle tempie.

Cerca di spiegarti, vuoi? Ma fallo in fretta. Ormai Niguarda potrebbe tornare da un momento all’altro.”

Con i nostri aggeggi elettromagnetici abbiamo indebolito la membrana tra i mondi, sì” iniziò a spiegare Giacomo “ma abbiamo anche convogliato il vuoto.”

Come sarebbe?”

E’ così chiaro, adesso. Vedi. Di… là esiste un mondo molto diverso dal nostro, illuminato da un sole più grande e più potente, con una gravità molto maggiore della nostra. Ecco perché sono così massicci… “

Continuo a non capire.”

Ma sì, invece! Di… là ci sono i mostri come Niguarda, ma riescono a malapena a muoversi. La leggerezza li attira, li affascina, il vuoto è come una droga per loro. Ma non è solo vuoto fisico, capisci?”

Non proprio.”

Sono come spugne intrise d’acqua fino all’inverosimile. Anelano a liberarsi. Il vuoto fisico e soprattutto quello interiore danno loro l’illusione della libertà. Il male è illusione di libertà da tutto, e per loro è come un lampione per una falena.”

Il diavolo è il rifiuto di ogni limite” mormorò Marco, pensoso.

Ci sei, adesso? Creature pesanti, feroci e disperate, che vivono in un mondo-prigione e che anelano solo alla libertà.” Giacomo avvicinò pollice e indice. “Un mondo così vicino a un altro dove le leggi fisiche non ti puniscono e la specie dominante tende a risolvere ogni problema con la violenza.”

La membrana doveva cadere prima o poi.”

Il Giudizio Universale, già.”

Hai visto solo questo, di là?”

C’erano anche queste creature volanti, che…”

Avete finito con le vostre chiacchiere escatologiche?”

L’inumana voce li scosse di nuovo, a metà fra il tuono e il ronzio di un immenso alveare in migrazione. Di nuovo caddero in ginocchio, l’agonia nelle ossa e negli occhi lacrime che sapevano essere rosse.

Anche tua moglie era buona… Giacomo, vero? Grassa al punto giusto. Ha gridato il tuo nome, prima che me la pilluccassi come uno spiedino! Adesso però ho di nuovo appetito.”

Bastardo!”

Giacomo lottò contro il dolore. Riuscì ad alzarsi, opponendosi alla cosa-Niguarda, che torreggiava sopra di lui. Il mostro era comparso senza fare alcun rumore, come materializzato dal nulla.

Gli occhi dell’ex-conduttore fissarono con curiosità il piccolo uomo mentre questi gli si lanciava contro, tambureggiava invano con deboli pugni e calci contro le sue gambe, simili a colonne color carminio. Marco vide che le iridi di Niguarda erano diventate gialle, come quelle dei serpenti.

Da strette e ellittiche che erano, le pupille verticali si dilatarono come quelle di un gatto. La mano destra della cosa-Niguarda scattò come la zampa di un predatore, infilzando Giacomo all’altezza del ventre, e sollevandolo davanti al volto come un trofeo.

Il fisico gemette appena, i capelli di nuovo candidi, il sangue delle lacrime che si mischiava con quello delle devastanti ferite infertegli dal mostro.

Ricorda… Marco. Il gatto è vivo!”

Vuoi stare zitto?”

Il demone sospese Giacomo come un chicco d’uva sopra l’enorme bocca spalancata, poi ritrasse gli artigli. Il corpo del fisico scomparve nella cavità, le mascelle scattarono e si contrassero più volte. Con evidente gusto il mostro chiuse gli occhi, poi li riaprì.

Adesso siamo tu e io, Donati” riprese Niguarda forbendosi le labbra nere, dalle quali colava bava sanguigna. “Che ne dici di riprendere quel discorso che ci eravamo riservati?”

Il mostro fece due rimbombanti passi in avanti. Marco retrocesse d’istinto. Quando la cosa-Niguarda sollevò di nuovo il titanico piede fu sicuro che glielo avrebbe abbattuto addosso, schiacciandolo come Braccio di Ferro in quel cartone da incubo. Chissà se i demoni avevano scelto proprio quella metafora e quel momento per accompagnare il loro passaggio nel mondo umano.

Non posso prometterti che non soffrirai” disse il demone continuando ad avanzare. “Ho aspettato troppo a lungo e i bocconi prelibati si gustano senza fretta.”

Un altro passo avanti del mostro, un altro profondo tremore nelle fondamenta del palazzo, un altro passo indietro di Marco. Il giornalista stava cercando di guadagnare l’uscita dello studio per poter fuggire il strada. Niguarda se ne accorse e srotolò una massiccia coda che ostruì anche l’ultima via di scampo.

No, perché scappare? In fondo non è bello per un giornalista morire lavorando?” domandò mellifluo . “Potrai dire di avere fatto la fine di Molière. A pensarci bene, però, non vedo proprio a chi potrai raccontarlo.”

Marco cominciò a riflettere a velocità febbrile.

Vogliono la vita… La leggerezza… Siamo sulla soglia… La membrana è già lacerata… Il gatto è morto e insieme è vivo… Il gatto…

*

I ghiacci… La luce… E’ abbagliante, e quel sole, non è il sole del nostro mondo! Non riesco a sollevare nemmeno una mano per ripararmi! E il peso, inimmaginabile! Morirò di sicuro… Ma dov’è Niguarda? E’… è rimasto… Ora ci sono! Anch’io ho passato la membrana, e lui è rimasto dall’altra parte, ma adesso? Cosa ci faccio in questo deserto?

-Tu sei quello che ha creduto?

E adesso che succede? Cos’è questa voce?

Sembrava impossibile un viaggio in senso opposto, ma vedi?

E quest’altra? Sto impazzendo, non c’è dubbio. Sono morto e mi si sta spegnendo il cervello come stava succedendo a Giacomo.

Non sei morto. Sei nel nostro mondo. Guarda.

Non riesco… L’aria è così… densa!

Sforzati. Credi.

Tutto questo riflesso… E’ abbacinante! No, aspetta. Calma. Forse se chiudo gli occhi, ma che fatica… Com’era quella vecchia preghiera? Padre nostro, che sei nei cieli…

Ci sei vicino. Ma qui non c’è padre né madre.

Però c’è il cielo. E nel cielo si può volare.

Ehi.

Ehi. Ma chi siete voi?”

Di fronte a Marco volteggiavano tre esseri, o entità, il corpo lucente come argento, ali da uccello con tanto di piume, in tutto simili a quelle degli angeli. Ogni tanto le battevano, veloci come quelle dei colibrì, muovendo appena l’aria pesante come piombo.

Siamo Coloro che Volano. Questo è il nostro mondo.” rispose quella che si rivelò come la prima voce. Apparteneva a un essere che si distingueva dagli altri due per una maggiore altezza e per il tono sbrigativo, quello di uno abituato a dare degli ordini.

Siamo i Custodi del Cielo” intervenne una voce più gentile. “Da eoni combattiamo contro la stirpe dei ghiacci. Riusciamo a malapena a tenerli sotto controllo.”

Quando qualcuno non li chiama da mondi vicini, per giunta” intervenne di nuovo l’Angelo dal tono sbrigativo.

Come… come posso fermare quello che…”

Quello che succede nel tuo mondo, dici?” intervenne finalmente il terzo Angelo. “Allo stesso modo in cui sei arrivato qui. Devi credere.”

Come, credere?”

La ragione che tu chiameresti ‘scientifica’ è troppo complessa. Sappi solo che quanto accade al tuo mondo, in qualche momento del tempo, è ancora una potenzialità. Sta a te decidere cosa accadrà. Devi credere.”

Marco rifletté.

Il gatto è vivo!” esclamò all’improvviso. Avrebbe voluto darsi una manata sulla fronte, ma la gravità non glielo consentiva.

Cos’ è ‘gatto’?” chiese il primo Angelo, accartocciando perplesso il viso argenteo.

Non ha importanza. Ho capito.” Combattendo contro la gravità, Marco sorrise.

Bene. Forse l’impossibile succederà ancora” disse il terzo Angelo. “Ma ora portiamolo via di qui, prima che il suo stesso peso lo schiacci.”

Il secondo Angelo prese delicatamente Marco sotto le braccia e le ginocchia e lo sollevò senza sforzo. Le grandi ali presero a battere come turbine, e…

Ancora la luce. Quel sole… Il peso sta diminuendo… Ma che mondo è mai questo? E dove stiamo andando adesso? Ma che importanza ha? Tutto ciò che devo ricordare è che…

*

“… Il gatto è vivo!”

Il dannato gatto sarà anche vivo, ma tu sei morto!”

Marco si ritrovò riverso, nel piazzale davanti a un palazzo in rovina che riconobbe a malapena come quello della Televisione. Alzò gli occhi di quel poco che gli consentiva la sua posizione, per scorgere, enorme una zampa violacea dalla quale spuntarono, letali, artigli color argento. All’improvviso ricordò.

Il gatto è vivo!” ripeté ridendo, mentre la cosa-Niguarda lo abbrancava, stringendolo con dita simili a pistoni idraulici.

Fa male, pensò Marco all’improvviso. Fa male come la gravità in quel mondo dal sole enorme…

Mentre l’aria sfuggiva dai suoi polmoni e le costole incrinate si spezzavano come fuscelli, Marco raggelò: e se avesse sognato quel viaggio incredibile? Era stato così veloce! E se invece fosse sempre stato prigioniero di quella zampa infernale, così stretto da perdere il respiro e sentire le ossa frantumarsi, prima di finire maciullato da quelle zanne da incubo?

Lo hai capito finalmente, insetto?” Una scintilla di comprensione comparve negli occhi verdi della cosa-Niguarda. Le labbra rosse si aprirono su file di denti da squalo mentre l’incarnato del volto virava verso un blu elettrico, e le corna…

Corna? Occhi verdi? E quelle labbra non erano nere? E tutto quel blu?

Il gatto è vivo, maledizione!” urlò Marco con tutta la forza che gli rimaneva, dritto sul naso camuso dell’essere.

Il minotauro-Niguarda muggì di dolore e lasciò cadere Marco, che toccando terra si storse dolorosamente una caviglia. Ignorò la fitta e si specchiò nel riflesso di un frammento della vetrata dello studio distrutto. I capelli erano di nuovo scuri e la pelle elastica.

Si alzò, zoppicando, fronteggiando il mostro che, inaspettatamente iniziò ad arretrare.

Come osi sfidarmi?” ululò l’essere. Barcollava, e con le braccia muscolose si stringeva il petto. Marco poteva giurare che fosse più basso. Prese la rincorsa e lo percosse con un violento calcio nel massiccio stinco bluastro.

Il suo piede aprì una ferita tanto ampia quanto inaspettata. Una tibia e un perone grossi quanto un giovane albero si spezzarono con un rumore secco. Niguarda strillò e si abbatté al suolo, contorcendosi per il dolore. Le corna si erano ritirate dal suo cranio, che stava cambiando forma.
Sconvolto, Marco osservò l’essere mutare ancora, fino ad assumere le sembianze di un grosso infante, la testa massiccia su un corpo da nano, la gamba destra spezzata di netto. Sopra di loro, la notte si stava aprendo in un’alba dall’impossibile luce verdastra.

Uccidilo, cosa aspetti? Non è quello che volevi, forse? Non è così che ti liberererai da lui? Da tutti loro? Non devi fare altro che…

No.”

Libertà da ogni limite. Libertà di fare e di prendere. Libertà di…

NO!”

Marco alzò gli occhi e vide il cielo dorato del primo mattino. Dalle colline in lontananza si stava levando il familiare sole del suo mondo.

Il gatto è vivo.” mormorò annuendo a se stesso.

Ai suoi piedi gemeva e si contorceva la sagoma familiare di Niguarda. Il giornalista, l’abito a brandelli, si teneva stretta la gamba, spezzata di netto appena sopra la caviglia. Da un’ampia ferita sporgevano pezzi di osso.

Mi hai fatto male, Donati…”

Vieni qui. Stai calmo.”

Marco si chinò. Infilò una mano sotto la testa del collega, sorreggendola. Fissò occhi neri, le iridi iniettate di sangue. Niente corna. Niente zanne o artigli. Si girò verso gli studi. Il palazzo era integro. Sorrise.

E’tutto finito, adesso.”

Con attenzione prese Niguarda sotto le spalle e lo tirò su. Avvertì la puntura crudele della distorsione. Zoppicarono entrambi verso l’ospedale.

*

Sistemato che ebbe il collega, e fatta fasciare la propria caviglia, Marco uscì dal pronto soccorso e si concesse un lusso da tempo dimenticato: si comprò un pacchetto di sigarette e se ne accese una. Fu subito colto da un attacco di tosse. Non se le ricordava così forti. E quel sapore gommoso d’altri tempi! Rise, e tossì più forte. Stava quasi per strangolarsi, quando sobbalzò al suono del telefonino, ancora custodito nel taschino interno della giacca stazzonata.

Sì?” rispose ancora ridendo, senza guardare il nome sul display. Dopo tutto quanto era successo, gli mancava solo che lo cercassero al cellulare. Ma era davvero successo qualcosa? La città sembrava uguale a se stessa, la gente si comportava come sempre, la televisione al pronto soccorso non aveva riferito di disastri.

Sei di buon umore?”

Oh, Dio.

Betty! Stai bene? Dove sei?” chiese a raffica.

E dove dovrei essere? Sono da me. Ti ho cercato a casa, ma non c’eri. Mi sono preoccupata e così… Scusa se ti ho disturbato sul telefono aziendale…”

Il telefono az… Marco odiava i telefoni cellulari, per la disperazione di Betty non ne aveva mai posseduto uno. Guardò l’oggetto come fosse un serpente velenoso. E come mai non se n’era accorto prima? E Betty, perché mai lo aveva chiamato su un’utenza del genere, viste le sue frequentazioni politiche non proprio tranquille? Che ne era stato di No-Zap? Esitò, disorientato.

Marco, che succede? Sei così strano… Sei sicuro di non essere tu a stare male?”

No, è solo che sono un po’ stanco, e…”

Niente se e niente ma, riparto subito e torno a casa. Non mi convinci.”

A… casa?” Marco era esterrefatto. Tornò a guardarsi nel riflesso del grande portone di cristallo del palazzo della Televisione. Il volto… Si strofinò incredulo una faccia su cui si disegnava la barba che aveva portato per qualche mese tre anni prima. Anche se…

Il gatto è vivo.

S… sì, voglio dire, sì, ti aspetto, allora. Vieni presto a… amore!”

Non me la conti proprio giusta, tu” ribatté sospettosa Betty all’altro capo. “Delle due, l’una: o mi tradisci, o staranno arrivando quelle tempeste elettromagnetiche di cui hanno tanto parlato.”

Che tempeste?” s’incuriosì Marco. Poi rammentò. Tre anni prima c’erano stati degli strani fenomeni, black out in tutto il mondo, auto e oggetti elettronici in panne per ore, aurore boreali visibili a latitudini insolite. “Ah, sì” rispose infine. “Saranno le tempeste”.

Va bene, va bene, oggi è una giornata così. Ci vediamo a casa. Non vedo l’ora.”

Betty finalmente riattaccò.

Finalmente Marco capì: era stato riportato indietro nel tempo.

Ma lungo quale linea temporale?

Si specchiò ancora e cominciò a notare qualche differenza: la barba che portava non era l’ornamento stile-profeta che Betty aveva detestato fin dall’inizio, ma un aggraziato pizzetto che compensava la tendenza del suo volto ad arrotondarsi; il telefono cellulare piatto e dallo schermo pieno di icone, un oggetto che il suo gusto, con sua grande meraviglia, non esitava a definire bello. A testimoniare che qualcosa di strano era successo, c’erano solo i suoi abiti maltrattati.

E Niguarda…

Il compagno Donati?”

Sì, sono io. ”

Come, compagno?

Scusi, come mi ha chiamato?”

Compagno, come la dovevo chiamare? “ rispose indifferente la caposala, che sull’ampio petto portava una targhetta di riconoscimento ornata da una stella stilizzata. “Senta qui, il compagno Niguarda ne ha per sessanta giorni. E, ha deciso di non sporgere denuncia. La prossima volta però risolvete i contrasti da persone civili. Saluti socialisti”.

Ciabattando in un paio di zoccoli sformati l’infermiera tornò dentro l’ospedale.

Policlinico Ernesto Guevara. Cazzo.

Marco distolse lo sguardo dalla insegna d’ingresso. Barcollò e si appoggiò a un corrimano. Nell’aiuola lì davanti un usciere alzò un vessillo bianco, rosso e verde con una stella rossa al centro e lo salutò militarmente. Un’auto elettrica sibilò lungo il viale a velocità sostenuta. La seguì un’altra, poi un’altra ancora.

Il gatto è vivo.

Già” si disse Marco. Raddrizzò la schiena e rispose alla perplessità sospettosa dell’usciere portandosi due dita alla fronte. L’uomo scosse il capo. “Capitalisti”, mormorò con evidente disgusto.

Marco mise avanti un piede, poi l’altro. Presto si ritrovò a camminare lungo il viale di buon passo, le scarpe sfondate, il vestito stazzonato, in mano il telefono che non ricordava di avere mai avuto e la nuova vita ricevuta in dono. Non poté evitare di sorridere per tutto il tempo.

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