Distopia, ohhh yeah…

Un lungo silenzio, quasi quattro mesi dall’ultimo mio contributo, adesso questo articolo che qui riporto in due parti, a firma di Francesco Gatti, comparso sulla rivista Left del 9 aprile scorso mi stuzzica qualche riflessione.

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Il pezzo è un’occasione preziosa per parlare della fantascienza italiana e indirettamente del suo stato. Non accade spesso, e perciò ne ringrazio l’autore. Altrove, all’estero, gli scrittori di fiction, speculativa ma anche no, vengono regolarmente interpellati su cosa pensano del futuro o anche del presente; in Italia in genere i giornalisti intervistano onanisticamente altri giornalisti oppure, con movenze da petting, politici o intellettuali diversamente attenti alle cose di casa nostra.

Questo di Gatti, attenzione, è però un articolo a chiave. Si parte da una considerazione di base: il presente fa abbastanza schifo, il futuro non potrà che essere peggio. Ed eccovi, signore e signori, servita la distopia che tanto di moda è in Italia, oserei dire da anni. Ricordo quasi con affetto gran parte della narrativa di Tullio Avoledo, dalla Ragazza di Vajont all0 Stato dell’Unione: un Paese senza, che finiva per diventare Paese dell’Apocalisse razzista e xenofoba. Non che quanto accade oggigiorno stia dando poi così torto allo scrittore di Pordenone, che da buon residente nell’estremo Nordest sapeva già molti anni fa di cosa parlava e seppe dunque predire certe pance oggi così barbaramente loquaci.

Invece di rigettare con nettezza quel sobollire mefitico, siamo qui quasi a bearci della fine imminente, quasi una nostalgia dell’ineluttabile. Più la cultura politica del commentatore lo spinge teoricamente verso il progresso, più in lei o in lui alligna questo orribile virus della rassegnazione al peggio. Non che io mi sfili. Ciò che vedo in giro non mi piace per nulla. Ma non per questo dico che l’Italia sia il Paese ributtante di cui parlano alcuni. In Austria si costruisce il vergognoso muro del Brennero, da noi ancora no. Da noi si accolgono, in misura insufficiente, è vero, e con paurosi tentennamenti, i migranti. Altrove la polizia li carica e li respinge. Altrove ronde nazionalistiche li intimoriscono. Qui non succede. Ancora no, almeno. L’Italia è da sempre fondamentalmente un Paese bloccato. Nell’eterna incertezza tra destra e sinistra prevale un corpus centrista che si definisce ora in un modo, ora in un altro. Con minimi spostamenti, per sopravvivere tutto tollera e un giorno dà un colpo al cerchio, un giorno un colpo alla botte. La maggioranza non rischia mai. Poi le ali, quelle sulla carta decise a tutto, dalla destra radicale e razzista a una sinistra radicale altrettanto pronta a dare alle ortiche tutto ciò che possa ricordare anche una teorica appartenenza che non sia ideologica. Nichilismi contrapposti, da cui non a caso, letterariamente, è uscita ed esce ancora una somma algebrica pari a zero. Se da questo zero emergerà prossimamente un valore o un disvalore, lo potrà dire, ne sono convinto, solo il tanto vituperato Movimento 5 Stelle, specie ora che la scomparsa del leader Gianroberto Casaleggio lo mette nella stessa posizione del PCI orfano di Berlinguer nel 1984. Ma sto divagando.

Torniamo alla storia del fantastico italiano, che ineluttabilmente si incrocia con la politica, avendo voluto fortemente autori ed editori del settore polarizzarsi in una direzione o in un’altra. Non da oggi vado scrivendo che proprio questa polarizzazione, lungi dall’aver beneficiato il genere, lo ha massacrato. Se oggi in Italia – fatte alcune eccezioni – non si leggono trame di sf o fantasy credibili la colpa è di chi ha preteso di fare della letteratura fantastica la palestra di palingenesi e/o polemiche politiche contrapposte. Oggigiorno il quadro è meno militarizzato di un tempo, ma il vizio d’origine rimane. Guai a parlare di letteratura d’evasione. No, la fantascienza italiana sarà politica o non sarà, e a ben guardare la prova sta proprio nell’articolo di Left.

Si parte da un assioma: l’autore italiano fantastico più illustre è Valerio Evangelisti. E dal pessimismo cosmico di Valerio Evangelisti derivano tutti gli altri pessimismi cosmici di autori che, fanno capire su Left, alla fine si schierano tutti sulla riva sinistra del fiume, aggiungo io a salmodiare il De Profundis per quell’assurdità in termini che per ogni intellettuale di sinistra che si rispetti è l’Italia. Per una certa sinistra parlare di Italia non ha senso, perché si identifica con i gagliardetti di Forza Nuova o con la trista vicenda dei marò. Insomma, tieni al tuo Paese? Sei un fascista. Sei un gauchista? Allora devi pensare che il luogo in cui tu vivi – ché parlare di tuo Paese sarebbe apologia di fascismo – sia destinato a crollare con tutto quello che lo rappresenta, iconografia, simboli, bandiera. Di qui l’esaltazione del genere distopico e di certe tirate moralistiche o didascaliche. L’esaltazione del sessismo all’incontrario di un’autrice come Ann Leckie. Il terzomondismo coi complessi di colpa di Bacigalupi, Reynolds, McDonald e dell’ultimo China Miéville.

Non siamo tutti così, certo. Ma in pochi siamo abbastanza coraggiosi o stufi da sbottare contro questi luoghi comuni, sfidando le damnationes memoriae di signori della guerra residuali, dei loro vassalli, valvassori e valvassini. Perché non si può tendere a una scrittura di genere che non sia necessariamente la descrizione delle nostre città come di un incubo perenne? Perché chi tenta di sfuggire a questo schema micidiale deve sentirsi dare, nel migliore dei casi, patenti di superficialità? Per quel maledetto conformismo in base al quale se il boss è un pessimista lucreziano – vedasi Evangelisti – gli epigoni che intendano essere credibili devono almeno tendere al Leopardi.

Ed ecco la rbu2agione del “domani da incubo” che ci propone Left come mondo tratteggiato dagli autori italiani di fantascienza. Personalmente, torno a dire, sarei anche più ottimista. A rannuvolare il mio orizzonte di nescio superficiale e come qualcuno mi definì, criptofascista, non certo la necessità di scimmiotare il mio eventuale boss di reparto, ma la sconfortante consapevolezza che di fronte al conformismo poco c’è da fare. O meglio, qualcosa ci sarebbe. Buttarla in caciara, come si dice a Roma. L’impero restaurato di Sandro Battisti, vincitore del Premio Urania dimostra con chiarezza che se si fa irruzione in una cristalleria con la mazza da baseball avvolta nel filo spinato, alle volte si può ottenere una standing ovation. E il vecchio Zoon un po’ la faccia da Negan ce l’ha. Chissà oltre ai servizi da tè buoni di destra e di sinistra quali capocce avrà ridotto in frantumi? Ce lo dirà la primavera.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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2 risposte a Distopia, ohhh yeah…

  1. zoon ha detto:

    in realtà, il domani da incubo è globalizzato 😀 sarà terrificante in qualsiasi angolo terrestre. a prescindere dalla dx e sx 😉

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