L’alba dei morti viventi

Uno spettro si aggira per l’Italia, e non è certo quello del comunismo. Forse di più quello di un proletariato del tutto sui generis, ed è questa la ragione che mi spinge ad affrontare il fenomeno, facendomi vivo dopo così tanto tempo.
Un proletariato “diverso”, dunque, ma come? Un tempo per proletariato intendevamo le masse lavoratrici, che in comune avevano condizioni di vita economicamente e socialmente disagiate, la dipendenza e lo sfruttamento da parte del capitale: a quei tempi il comunismo si proponeva di unificare queste masse in un’azione di proselitismo politico che le avrebbe comunque dovute portare al potere, infrangendo le loro catene, per come le intendeva Karl Marx.
Oggi il proletariato è una realtà ben diversa: si compone sì di una massa, ma socialmente variegata: da quanto rimane della quasi estinta classe operaia al ceto medio fino a qualche strato di borghesia benestante. In comune, un disagio personale forte; prova ne sia il comportamento che tale massa e gli individui di cui si compone mettono in atto nell’ambiente che essi frequentano abitualmente e più di ogni altro contesto reale: i social network.

Nei social tutti costoro trovano il crogiolo che gli mancava, dove possono esternare liberamente la propria aggressività. Il fenomeno dei cosiddetti haters, coloro che cioè praticano l’odio digitale, prendendo di mira prima una persona, poi l’altra, o prima una personalità, poi l’altra, secondo canoni che un tempo sarebbero stati esecrabili e che ora, mercé la ripetizione ad libitum, e grazie anche a una certa tolleranza degli stessi social (le famose regole di Twitter e soprattutto di Facebook) sono invece diventati di pressoché comune accettazione, o comunque ci si è rapidamente rassegnati a sopportare.
Ciò che mancava finora era il reclutamento di questo neoproletariato odiatore in chiave politica. Una potenziale armata di freaks, disagiati sociali di ritorno, che la società si è adattata a tollerare riservando loro arene virtuali in cui riversare il proprio malanimo. Un patrimonio crescente e trasversale di voti, cui alcune forze politiche si sono rivolte negli ultimi anni, concentrandovi sopra il lavoro dei propri social media manager, al punto di far nascere veri e propri laboratori di coltura di questo humus potenzialmente tanto più strategico, in quanto trasversale.

Cosa offrono i nuovi leader sovranisti e populisti a questo nuovo crogiolo sociale?
Anzitutto comprensione, affetto. In cambio ne ottengono abbracci, baci, genuflessioni, giuramenti di fedeltà e amore sui social: è tutto un fiorire di gesti di pubblico omaggio, quasi il politico di riferimento sia diventato una sorta di novello Cristo.
Un novello Cristo, perché redime la marginalità di questa armata finora raccogliticcia, che in comune ha un disagio che su FaceBook e Twitter, consolidate arene di convivenza/conflittualità virtuale, oggi diventa disagio sociale che richiede riscatto.
(In questo caos molte responsabilità ricadono sul mondo della scuola, devastato ormai da decenni, ma sarebbe troppo lungo soffermarvisi. Basti dire che la fine della figura del maestro o dell’insegnante come tutor ed educatore sociale è stata all’origine della maggior parte delle distorsioni cui assistiamo oggi).
Riscatto dal male che si ritiene di avere ricevuto, anzitutto: ferite narcisistiche che si debbono al mancato riconoscimento della propria ricchezza umana, considerata invece (a ragione) pochezza e alla sottolineatura sprezzante dei propri difetti da parte del mondo esterno. Di quel mondo che viene adesso riassunto nelle etichette di “buonisti”, sinistri”, “professoroni”, e l’immancabile “comunisti”.
Chiunque non la pensi come questo magma crescente di odiatori seriali viene bollato come politicamente di segno opposto e di conseguenza come bersaglio da abbattere, anche fisicamente.

La semplificazione estrema contro la generalizzazione estrema: nel passato, ma anche oggi, a sinistra poco o niente è stato compiuto o viene fatto per recuperare almeno parte di questa orda all’interno di una normale dialettica politica.
A sinistra l’odiatore viene in genere emarginato; se si tratta invece di un odiatore di sinistra, e ve ne sono, viene semplicemente ignorato e in alcuni casi considerato come funzionale e spendibile in quella che è stata accettata, anche a sinistra, come una forma, “purtroppo l’unica oggi”, di lotta politica. Di norma, però, chi si presta a insultare e organizzare linciaggi digitali contro categorie fino a poco tempo fa coperte da un tabù sociale – invalidi, disabili, etnie non bianche, religioni che non siano quella cattolica, ecc. – a sinistra viene additato alla pubblica vergogna.
Con un fondo di snobismo e razzismo, alle volte, ciò che si evince nei giudizi che anche qui compaiono: ignorante, psicolabile, nullità, ecc.
Esiste dunque un razzismo che si contrappone a un altro razzismo. Ed è inevitabile che piuttosto che un’imitazione la maggioranza scelga l’originale.
Dunque, rincorrere le destre sulla strada dell’intolleranza non solo appare rischioso, ma inutile.

Rimane l’orda, la cieca massa di adoratori dell’odio che come le mandrie di zombie di The Walking Dead aspetta di essere indirizzata. E questo sentimento di gratitudine verso chi, unico, ha raccolto dal fango questa miseria umana mostrando affetto, considerazione, progetti, ancorché assolutamente fumosi e retorici, per il futuro.
L’abilità, e la lungimiranza, nonché, va detto, la modernità, del nuovo politico sovranista e populista appare dunque proprio questo: raccogliere tutto il fango che trova per strada senza preoccuparsi più di tanto di sporcarsi, tanto basta una doccia a casa e sapere che il fine giustifica i mezzi.
E il fango, convinto con poche parole d’ordine e qualche lista della spesa enumerata sulle dita di una mano di cose apparentemente chiare da fare, si convincerà di essere oro e seguirà il leader fin dove questi vorrà.
Ma dove vuole condurlo?
E’ questo il punto.
Il leader al momento sembra soltanto volere vincere le elezioni. Per farlo, mette il cappello su ogni possibile fuga in avanti, su ogni possibile esagerazione che gli appaia funzionale. Una volta al governo, però, eccolo cercare subito nuovi motivi di rottura per ottenere nuove verifiche, non prima di avere accusato gli altri di quegli stessi traumi di cui egli solo è responsabile, ma che grazie al depistaggio retorico e virtuale, nessuno nota. O se li nota, non se ne fa alcun problema, visto il peso pressoché nullo che i social negli anni hanno conferito al concetto di verità. Apparentemente, unico sbocco logico del leader populista, appare dunque la coazione a ripetere il voto fino al plebiscito che lo incoroni padrone assoluto della scena.

 

E poi? Poi si vedrà. Ci inventeremo qualcosa.
A differenza dei totalitarismi del passato qui contano molto di più il culto della personalità e l’improvvisazione che la finalizzazione ideologica, pressoché inesistente. Le parole di odio, il razzismo, le semplificazioni brutali, l’uso delle arene virtuali, tutto è strumentale all’aumento del consenso fino alla totalità. Con tutti i rischi che ciò comporta, dare vita con un plebiscito a un Paese in balìa di una dirigenza che si affidi unicamente all’estemporaneità del proprio leader.
Ciò che si può contrapporre, dunque, di nuovo, non può essere fatto della stessa materia, onde non incorrere nel rischio imitazione.
Ciò che si può contrapporre è ciò che questa politica populista non può dare per oggettivi limiti strutturali: un’ampiezza di prospettiva e un che fare. In altre parole, un’ideologia. Ciò che manca ormai da decenni alla sinistra italiana.
L’ideologia però necessita di un’elaborazione intellettuale che non può avvenire sui social. Occorre confrontarsi materialmente, discutere, scrivere, ampliare e solo dopo sintetizzare. Dare fiducia ai movimenti di massa. Non affossarli con due righe di tastiera da casa storcendo il naso. Evitare le beghe digitali in cui eccelle senza rivali la destra populista. Essere presenti nel reale, perché è nel reale che si cambiano le cose. Essere “diversi”, in questo. Che poi porta a molto altro. Avere soprattutto pazienza.
Questo sapeva fare la sinistra. Questo è ciò che deve tornare a fare. O finirà cannibalizzata dagli zombie.

Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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