Lasciare il segno

imageMi imbatto twittando in questo articolo dell’Espresso, leggo e trasecolo. La prima che mi viene da dire, la mando all’uccellino social e scrivo bè, mentre noi pensiamo a sopravvivere alla psicosi della barba lunga, in Siria si pensa a sopravvivere e basta.

Non è la prima volta che succede, non sarà purtroppo l’ultima. L’Espresso, testata per altri motivi benemerita, dagli anni ’70 in poi ha sviluppato questa coté fatua e radical chic, come si sarebbe detto allora, attenta alle mode e al loro intersecarsi con i fatti, anche dolorosi, di ogni giorno.

Niente di male, verrebbe da dire, niente di male se i tempi non fossero cambiati, e a furia di sdrammatizzare ogni cosa si stia finendo per togliere il legittimo pathos a ogni cosa.

thIl cadavere di un bimbo si spiaggia in Turchia? Tutti a condividere immagine – prima di tutto, ovviamente – e poi il cordoglio, e in contemporanea parte la salva di contributi da parte dell’intellighenzia di Twitter, pseudonimi marinettiani o dannunziani che fanno pure giochi di parole stile Agorà su tragedie indicibili, così che il prossimo corpicino ci apparirà desolatamente banale e poco interessante. Alla faccia di chi dice che a furia di ripetere un messaggio, questo rimanga impresso.

Impressa rimane un’immagine che fa riferimento a un fatto che ormai è talmente mediato da diventare metafatto, un po’ come quel John Travolta disorientato di Pulp Fiction che gira ossessivamente in versione GIF sui desktop,  sui palmari e sugli smartphone del mondo intero, la sua incongruità totale lo autorizza a mischiarsi ormai con ogni cosa, magari anche con un bel barcone di migranti mezzi morti o del tutto defunti. Tanto, ormai, di morti se ne è visti tanti.

Tanto, ormai, se uno viene ammazzato più dell’evento conta il commento, la banalità – di nuovo – confezionata e servita non solo più dalla casalinga di Voghera, ma anche dal giovane col sopracciglio scolpito e il mezzo sorriso dell’emozione di avere davanti un microfono e i suoi due potenziali secondi di notorietà. O, e torniamo all’immagine iniziale, dal giovane, di certo più acculturato e magari anche politically correct, che ci elargisce la sua dall’alto di una barba nazarena o sunnita che al mattino si sarà spuntato con cura per almeno mezz’ora al fine di avere il look giusto.

Vero è che stiamo parlando sempre delle stesse cose, e che già da tempo osservatori neutrali come l’Istat stanno rilevando la preoccupante crescita di un impoverimento etico nel nostro Paese: non solo i vecchi e i nuovi razzismi, ma persone investite in auto e guidatori che di regola scappano senza soccorrere i feriti, la gente che si fa i selfie sul luogo di incidenti stradali o di sanguinosi fatti di cronaca. I giovani sempre più alienati e isolati coi loro smartphone come unico interfaccia con il mondo. E potrei proseguire a lungo.

Soli al mondo, tante piccole monadi spaurite. L’antidoto? Lasciare una traccia. Seguire un flusso. Non essere lasciati fuori.

Ma da cosa? Da un mondo immaginario, pensato a tavolino da chi vuole farci comprare un prodotto, guadagnare in due secondi netti la nostra attenzione sempre più labile sfruttando una sensibilità sempre più bassa, brutalizzata dalla nostra storica vigliaccheria culturale, quel conformismo trasversale, che porta a salmodiare qualsiasi litania venga intonata dal guru di riferimento.

Portare uniformi, che siano quelle stravaganti ma a loro modo sempre uguali, bretelle, occhialoni, cilindri e giarrettiere per chi fa lo steampunk, barbe verbigrazia sagomate su completo di Armani per chi ritiene di dover coltivare insieme mascolinità e raffinatezza, scolpirsi sopracciglia e depilarsi con cura il corpo per chi invece, Apollo residuale, si pompa in palestra. Fare mandria per non essere schiacciati come individui. Delegare la concezione di un pensiero originale a chi se lo può permettere, generalmente il capobranco di turno, perché lo sforzo relativo, da compiersi generalmente da soli, come controindicazione ha il riflettere su tutto il resto. E se il capobranco ci rimedia appena un mal di testa, o ha comunque abbastanza corifei per farsi curare, la donna o l’uomo qualunque aborre il confronto con se stessi come il vampiro l’acqua santa.

Dunque, vai col futile. Con il mai più senza. Barbe e sopracciglia da sagomare, che se assomigli a al Baghdadi, magari sei anche figo. Magari un giorno, come lui, se farai i passi giusti, anche tu entrerai nell’empireo degli uomini influenti stilato da Forbes.

E sarai fighissimo, come fighissimi sono quegli allegri tipi degli Eagles of Death Metal, band sconosciuta ai più fino a una certa serata al Bataclan del 13 novembre del 2015. Adesso li conosce il mondo e piangono il loro cordoglio on stage insieme con gli U2.

Advertisements

Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...