Eroe dello schermo

isLo confesso, sono un ludopate. Ma di quelli che per loro fortuna sprecano solo tempo e non anche soldi; il mio tempo libero spesso se lo risucchia Football Manager, uno storico gioco di calcio che simula una carriera da allenatore. Insomma, metto insieme sullo schermo di un computer la passione per le figurine e il Subbuteo che avevo da bambino e da ragazzo e quella per la storia alternativa che ho maturato da uomo. Perché con Football Manager puoi prendere, che so io, il Viggiù Inferiore e se sei bravo te lo porti in serie A. Più ucronia di questa… Di qui l’idea di questo racconto, che si interseca anche con il tema delle nevrosi e del difficile vivere di oggi. L’alienazione e i paradisi artificiali, compresi i mondi persistenti di un gioco del tipo ipotizzato qui, una sorta di MMORPG dentro un arcade dentro un manageriale. Risultato? Un sogno psichedelico. Buon divertimento!

EROE DELLO SCHERMO

  1. Partita 1.

– E dai, cazzo. Possibile che sei così scemo?

Vittorio schiacciò e schiacciò il tasto D, ma contrariamente al suo alter ego di carne, anziché caricare il destro, il Totti elettronico si intestardì nell’uno contro uno e perse pietosamente il contrasto con lo sconosciuto difensore argentino. Cadde a terra, tenendosi il ginocchio in una parodia di dolore stereotipata. Subito i diciannove pollici di schermo si accesero di luci e colori: il pubblico spalmato sugli spalti mimò scandalo e sconcerto, mentre due anonimi infermieri, la cappa bianca svolazzante, accorrevano con la barella a soccorrere il campione. Questi, la bocca chiusa e i capelli scolpiti come fosse ancora in discoteca, continuava a contorcersi sul prato verde.

– Eccolo lì. Mi è costato una fortuna e non si regge in piedi. Ma vai a quel paese.

Vittorio cliccò sul menù di sostituzione e si congedò in fretta con il suo beniamino. Al suo posto in campo fece ingresso un anonimo trequartista generato dall’A.I., il volto privo di fisionomia al pari dell’avversario in maglia bianco-celeste che aveva spedito Totti negli spogliatoi.

La semifinale dei mondiali riprese su WORLDMANAGER con un calcio di punizione per i sudamericani. L’avatar di Messi calciò a effetto di sinistro, aggirando con grazia la fitta barriera azzurra e andando a insaccare il pallone nell’angolino alla sinistra di un immobile Buffon.

Uno a zero all’ottantesimo. E, dopo avere tentato e ritentato per almeno una trentina di volte, Vittorio ne era certo, il punteggio non sarebbe cambiato. Il copione era sempre quello: Totti o si infortunava, o veniva espulso per fallo su quell’anonimo centrale. Il tasso tecnico italiano scendeva e l’Argentina immancabilmente vinceva la partita, senza riuscire ad arrivare a quei rigori che, Vittorio lo sapeva, potevano dargli il successo.

Fremette di ira e frustrazione, ma lasciò comunque che il cronometro scorresse fino alla fine. Lasciati all’A.I., i suoi giocatori contenerono i danni: a parte la curiosa disposizione a salvare qualsiasi pallone si avvicinasse alla linea laterale regalandolo spesso agli avversari – un baco storico del gioco – non ci furono colpi di scena. L’avversario si limitò a controllare la gara nell’ormai familiare e odiosa melina. Ancora una volta uno a zero, di nuovo fuori dalla Coppa del Mondo.

– … ma insomma, possibile che adesso non mi rispondi nemmeno più? – gli arrivò da molto distante la voce di sua moglie. – La cena è in tavola, accidenti!

Vittorio si alzò, le vertebre che crocchiavano una dopo l’altra. Stava diventando un’ossessione. Se non avesse vinto quei Mondiali – ed era possibile, WORLDMANAGER gli proponeva sempre come altra finalista un abbordabilissimo Uruguay – non sarebbe riuscito a sbloccare il bonus che gli avrebbe consentito di ricostruire lo stadio, e se non l’avesse fatto, alla prossima stagione lo avrebbero multato e la direzione licenziato. No, era fuori discussione. Troppo simile alla vita vera. Doveva capire come andare avanti. E se ci fosse riuscito, avrebbe postato la strategia su Internet, sarebbe diventato una celebrità. Sarebbe uscito finalmente da quel culo di sacco che era diventata la sua vita negli ultimi due anni.

2. Interludio e rivelazione

Sorrise tra sé, mentre addentava una fetta di pizza.

– Ti piace? – azzardò Maura – L’ho fatta bella croccante come piace a te.

Vittorio levò occhi color azzurro pallido, le sclere iniettate di sangue. La moglie lo fissò, stavolta senza allegria.

– Guardati, che occhi che hai. E la barba lunga. Sembri uno di quei maniaci che adescano le bambine sul web. Da quanto tempo non cerchi lavoro?

Vittorio sobbalzò come se fosse stato schiaffeggiato. Aveva quasi rimosso la cassa integrazione, due anni di limbo dopo cinque di pannelli fotovoltaici. Poi, la lettera che lo mandava a spasso. La disperazione stimolava le idee e così lui e l’ex caporeparto Alberto, più un gruppetto di operai avevano provato la strada della cooperativa. Invano. Ne avevano parlato anche i giornali e la televisione, lui e altri cinque erano saliti su una gru e ci erano rimasti a oltranza. Poi, vinti dal freddo e dalla fame, erano tornati a casa. E a casa, Vittorio aveva trovato ad aspettarlo il computer nuovo di zecca comprato con l’ultima liquidazione. Ovviamente Maura non aveva approvato quella spesa, ma quando mai, negli ultimi cinque anni, era successo il contrario?

E poi, adesso Maura aveva intensificato gli orari di lavoro. A casa non c’era mai, e con i nuovi turni riusciva a fatica a mantenere entrambi. All’inizio, vuoi per puntiglio, vuoi per dignità, Vittorio aveva cercato qualcosa, ma poi si era stancato. Su quella meraviglia di computer, insieme con l’ultima versione di un famoso sistema operativo, avevano caricato anche il nuovissimo WORLDMANAGER. Era forse colpa sua se ne era rimasto stregato?

Dalla prima schermata, l’entrata in campo delle squadre, era tutto così realistico. I fili d’erba che si muovevano al vento. Il fango che macchiava il fondo dei pantaloncini di chi cadeva nei contrasti. Le urla della folla e le imprecazioni dei giocatori. Il fischietto dell’arbitro. E poi, la gestione societaria. Vittorio era un grande manager. Trattava al meglio i contratti dei giocatori, aveva fiuto per gli affari nel calciomercato ed era un ottimo tattico. Altro che la cooperativa. WORLDMANAGER gli sorrise dall’inizio.

Ecco cosa avrei dovuto fare nella vita, si ripeteva spesso, mentre i bilanci della sua Roma schizzavano in alto e la squadra si faceva largo nella Champions League, spedendo in nazionale nomi famosi e nuove e ignote leve generate dall’A.I.

Fino a quella maledetta Coppa del Mondo. Aveva esagerato con gli investimenti, lo sapeva, e il gioco non permetteva se non l’ultima ricarica. Quel che era fatto era fatto, e l’alternativa alla sconfitta e alla bancarotta pareva essere ricominciare da capo con una nuova partita.

Batté un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Maura e la pizza ormai fredda.

– Devo risolvere questo problema! – esclamò.

– Devi tornare a lavorare – tornò a dire Maura. – Lascia stare quel gioco. Ti sta fumando il cervello.

– No, devo solo insistere. Sento che la strada giusta è qui vicino… – Vittorio aprì e chiuse le mani, cercando di afferrare invisibili farfalle. – E se la troverò, diventerò qualcuno. Ci guadagnerò dei soldi!

– Vittorio, ti prego. Non scappare via. Ogni volta è più difficile tornare indietro.

– Tornare indietro? E chi vuole tornare indietro? Io voglio una soluzione!

Si alzò facendo cadere la sedia e tornò nello studio, planando sulla poltroncina. Il colpetto di una nocca e riavviò il computer dallo stand-by in cui era entrato, e tornò su WORLDMANAGER. Udì appena Maura vestirsi e truccarsi con gesti rabbiosi, uscire e sbattere la porta. Quando sentì l’auto allontanarsi sul viale tirò un sospiro di sollievo. Quella donna ormai gli riusciva sempre più difficile sopportarla. Era inquieta, e non capiva il perché. A lui bastava aprire la complessa schermata della gestione societaria della Roma per sentirsi come un banchiere. Anzi, no, come un pilota alla guida di un Jumbo. Tutto sotto controllo. Tutto gestibile con due click del mouse.

Fino a quel cazzo di partita.

Totti. Quel pupone di merda…

Vittorio rifletté. Prima che il gioco salvasse in automatico poteva ancora uscire sconfitto dalla semifinale, andare al postpartita e avviare una conversazione col suo capitano. Le riviste specializzate avevano scritto fiumi d’inchiostro virtuale sulle simulazioni di WORLDMANAGER. Tutti sapevano che a un certo punto, a margine di eventi particolari, sarebbe stato possibile uscire dallo schema di una conversazione stereotipata con le solite quattro domande e quattro risposte possibili, parlando davvero con il proprio beniamino, imbeccato finalmente a tono dall’A.I. del gioco. A lui non era mai capitato, ma a quattro leggendari campioni di WORLDMANAGER sì, e il resoconto postato su Internet delle loro chiacchierate con Rooney, Gerrard, Messi e Ronaldinho aveva fatto il giro dell’intero mondo nerd. Con i campioni virtuali si poteva scambiare una vera conversazione. Oppure no? Vittorio incrociò le dita. Se il fantasma esisteva nella macchina, doveva per forza manifestarsi ora. Richiamò l’avatar di Totti, schiacciò il tasto consolle e digitò “chat”.

Sobbalzò.

Anziché presentare l’ambientazione standard degli spogliatoi, lo schermo mostrava un salotto in tutto simile a quello di una nota pubblicità. Con insolito realismo Totti si scombinò la chioma non più impeccabile come quella di un manichino e si grattò il naso, lasciando seduta sul divano una popputa figurina bionda molto somigliante alla sua famosa moglie. Il capitano della Roma era vestito in borghese, con maglietta bianca a maniche lunghe e pantaloni neri. Sul volto, una smorfia molto simile all’imbarazzo.

La consolle mostrò due alternative: comandi a tastiera e comandi verbali.

Mai successo!

Vittorio si eccitò e scelse la modalità vocale. Subito risuonò il familiare accento romano.

    • Sì, mister? Me dispiace…

Quell’accidenti parlava! E mentre l’avatar del calciatore faceva una faccia da cane bastonato, la sua donna cincischiava sullo sfondo con un telefonino.

Vittorio rise. Troppo, troppo realistico! Poi si scosse. In tutta evidenza Totti aspettava che il suo allenatore lo sgridasse. Indossò al volo la cuffia-microfono e scandì.

– Così non va, Francesco…

La pseudo-Illary e Totti sobbalzarono all’unisono.

– Così me spaventa mi moije, mister. E’ incinta. Nun strilli. Lo so, ho giocato male. Però…

Incinta. Cristo. Un avatar incinto. Vittorio sbuffò.

– Però un cazzo – sbottò abbassando la voce a un sussurro. – Tu sei molto più bravo di quell’Hernandez!

– ‘N’cio’o’sa’, mister, che quer pischello c’ha venti de potenziale su quasi tutti i parametri? Quello diventa un mostro! – Totti alzò palme prive di linee e inarcò sopracciglia appena accennate. – Anzi, je consijerei de faije un precontratto alla Roma, visto che io penserei de ritiramme…

– Tu hai un dovere verso la tua maglia – cominciò Vittorio ricordando il profilo personale di Totti, la fedeltà di bandiera come tratto principale.

– E ce lo so, mica no, ma io ‘n’ce la faccio più. Me menano sempre, e fa sempre più male. Indicò la gamba sinistra, rimboccò pantaloni che al contrario delle palme che li maneggiavano avevano un aspetto assai realistico. Come quello della brutta contusione, marrone e verde, che campeggiava sotto la rotula. – Ecco perché so’ dovuto uscì, mister, nun se l’era data?

Sì, diavolo, aveva capito che si era fatto male, ma la bravura del suo avversario non bastava a spiegare perché il suo beniamino avesse deciso la prova di forza.

– Perché hai tentato l’uno contro uno, France’? I riflessi sono quello che sono, e se mi dici pure che Hernandez è così bravo…

– E’ perché è ‘na testa calda. Lo potevamo neutralizza’ solo co’ ‘n cartellino rosso. Cosi’ c’ho provato. Ma me so’ fatto male. La prossima vorta, mister…

– Sì? Le orecchie di Vittorio divennero enormi.

– La prossima vorta che giocamo la semifinale, provi a raddoppià e a fallo marca’ a omo pure da Gattuso.

Ma certo. Ringhio era la scelta giusta. Avrebbe provocato il giovane dal sangue caliente e insieme con Totti gli avrebbero fatto perdere le staffe, fino all’inevitabile espulsione. Con un uomo in meno di quella caratura, Messi o non Messi, l’Argentina sarebbe arrivata ai rigori e avrebbe perso.

– Ricarico, allora?

– Seeh, mister ricarichi, ricarichi – rise Totti. – Pure mi moije sta’ a ricarica’. Sta sempre attaccata a quer telefono… Scherzi a parte, faccia così. Me la faccia vince n’antra vorta ‘sta coppa, prima de appenne li scarpini ar chiodo…

Vittorio chiuse la schermata di chat e osservò l’anziano fuoriclasse tornare verso il simulacro di divano, sedersi vicino all’avatar di sua moglie e assestarle una gran pacca su una natica. La figurina bionda strillò di giubilo. Il gioco gli aveva appena proposto una Easter Egg, un divertente imprevisto di quelli che segnavano i punti cruciali di una partita. Vittorio lo considerò di buon auspicio, e riavviò WORLDMANAGER senza salvare.

  1. Riavvio

Si accorse dalla schermata introduttiva che nel gioco c’era qualcosa di insolito. Tanto per cominciare, i colori. Al familiare bianco e rosso della casa produttrice, si era sostituito un curioso verde e viola, come se la scheda video fosse andata in tilt. Fu però questione di un attimo. Il menù generico appariva normale, salvo una curiosa linguetta in un menù a tendina: “enter private chat”, stava scritto fra “tactics” e “board room”. Scelse quella nuova possibilità, e si ritrovò a districarsi con tanti possibili colloqui quanti erano i giocatori della nazionale. O quasi, visto che, a guardare meglio, poteva conferire davvero solo con Pirlo, Gattuso e Totti, cioè con metà centrocampo e con il capitano della squadra. Gli altri nomi, si acorse, non erano attivabili. Per un attimo disperò, lanciando uno sguardo al telefonino sopra il mobile d’ingresso. Ancora muto. Maura doveva essere davvero furiosa. Ma uno sfarfallio dello schermo lo richiamò a sé. Era proprio lui, Totti, che indicava Pirlo. Doveva dunque parlare per primo con il grande tessitore del centrocampo italiano.

Sono o non sono un grande tattico? Si chiese sorridendo, e attivò la consolle di colloquio. Pirlo girò subito verso di lui gli occhi grandi e intelligenti, ravviandosi la ciocca ribelle che gli ricadeva sul volto.

– Sì, mister?

Uno sguardo a Totti, che rimaneva in secondo piano. L’avatar non rimase però immobile come gli altri. Levò davanti a sé un grande palmo rosa, per andarlo a scavalcare con tre dita dell’altra mano.

Ma certo.

Riferì l’istruzione a Pirlo, che inalberò un cipiglio meravigliato.

– Preferirei scavalcare il loro centrocampo, mister – rispose infine. Le palle filtranti che vuole lei sono rischiose con una linea mediana fatta di giocatori che hanno tutti oltre diciotto di media nei parametri di anticipo e lettura del gioco.

– Proprio per questo, Andrea – rispose Vittorio. – Non se lo aspetteranno. E sarà la nostra arma vincente.

Totti annuì in secondo piano.

-Mister, questo gioco è solo matematica! – replicò Pirlo, frustrato.

– No, è anche la scelta giusta nella casualità favorevole!

Pirlo esitò qualche istante, e infine annuì pensoso. Curioso come gli sviluppatori di WORLDMANAGER fossero riusciti a rendere su schermo la riflessione di un avatar.

Con Gattuso fu più semplice. Una luce maliziosa si accese nei virtuali occhi neri quando Vittorio propose la marcatura asfissiante in raddoppio sul giovane Hernandez.

– Come Gentile su Maradona, mister? – ridacchiò Ringhio pregustando il contatto fra i suoi tacchetti e le carni elettroniche del fuoriclasse argentino.

Lo hanno programmato con i controcoglioni, pensò Vittorio, chiedendosi dove quella figurina avesse posto per un dato così specifico come la partita Argentina-Italia ai mondiali veri dell”82 in Spagna. Si domandò che cos’altro i suoi giocatori potevano dire, se stimolati a dovere.

Aprì la linguetta di Totti e il capitano lo sorprese di nuovo.

– Ce semo già detti tutto prima, mister.

– Ma come, prima? Ho ricaricato il gioco senza salvare!

– Lei deve da ave’ fiducia nei suoi ommini, mister! – sorrise ambiguo il Pupone. – Ma adesso me faccia canta’ l’inno nazionale, che me sento una sensazione bbona… Lei stia solo a guarda’, nun deve da fa’ gnente.

La simulazione ripartì come decine di altre volte, il catino dello stadio del Gremio affollato di spettatori, i sudamericani a cantare a squarciagola con la mano sul cuore, gli azzurri a tenersi per le spalle e a storpiare l’inno di Mameli.

Poi l’arbitro diede via ai giochi. l’Argentina teneva il pallino, col suo gioco fatto di una ragnatela di passaggi corti e improvvise, brucianti accelerazioni, l’Italia pressava a centrocampo e quando poteva ripartiva in contropiede sulle fasce. A metà ripresa, quando sembrava che il copione della gara non potesse più cambiare, Gattuso e Totti entrarono una volta di più in forbice su Hernandez. Il giovane in maglia biancoceleste stese a sua volta il capitano azzurro con una rischiosa entrata da dietro. L’arbitro esitò appena, poi fissò bellicoso il giocatore argentino e tirò fuori il cartellino rosso. Disperazione tra le fila sudamericane, esultanza tra quelle azzurre, tripudio tra la folla brasiliana sugli spalti. Tutto decisamente fuori copione per il gioco.

Pirlo batté la punizione, una palla radente che filtrò in mezzo alla barriera per il tocco smorzato di Totti. Portiere da una parte, palla dall’altra. Uno a zero, ma stavolta per l’Italia, al 67′. Senza Hernandez l’Argentina si ritrovò con una voragine in mezzo al campo. Una nuova palla filtrante all’80’ e ora Gattuso, libero da ogni controllo, fissò sul due a zero il punteggio. Il fischio finale salutò la festa degli azzurri, un tripudio tricolore nell’attesa del più malleabile Uruguay nella finalissima.

Il telefonino all’ingresso era ancora muto e Vittorio, trionfante, salvò la partita nel bel mezzo dell’apoteosi.

      1. Inizia il viaggio

Subito dopo il salvataggio, Vittorio premette il tasto “spazio”, mandando avanti il gioco. Anziché la familiare schermata progressiva che indicava lo scorrere delle ore di allenamento e di tattica in vista della finalissima, si aprì un video. Gli azzurri festeggiavano nello spogliatoio, bottiglie di spumante rigorosamente uguali che si aprivano, spuma poco renderizzata che scorreva su corpi dai dettagli appena abbozzati, in contrasto con fisionomie facciali fin troppo riconoscibili, rese caricaturali dalle espressioni di giubilo.

– Mister, viene pure lei? – chiese l’avatar di Totti, staccandosi dal groviglio eccitato dei compagni. – E’ tutto merito suo, lo sa? E’ un risultato storico!

Vittorio indossò di nuovo la cuffia-microfono.

– Mi piacerebbe, ma come si fa? – rispose più a se stesso che al capitano della nazionale, che era rimasto come in attesa di una risposta che in tutta evidenza doveva arrivare, ma non in forma vocale. Totti rimaneva in piedi, le mani sui fianchi, le sopracciglia che andavano in su e in giù, mentre la routine dei festeggiamenti riprendeva daccapo, ancora e ancora.

– Tu mi vuoi dire qualcosa, ma come faccio a capirti? – Vittorio appoggiò il mento sulle mani, studiando lo schermo. Eppure doveva esserci una spiegazione. Da quel filmato non si usciva, se non forse premendo il tasto “esc”. In qualche modo, però, Vittorio sapeva che esisteva un’altra risposta.

Oh, già. Lo sai. Come lo sapevi due anni fa , quando credesti ciecamente nel futuro dei pannelli solari e rimanesti a fare la cooperativa con Alberto e quegli altri scemi… Vittorio e le sue brillanti intuizioni…

Scosse il capo scacciando la depressione. La fabbrica e la cooperativa erano ormai fasi chiuse del suo passato. Adesso quel che contava stava lì, in quelle curiose variazioni elettroniche sul tema.

Variazioni, uhm…

Vittorio si lanciò verso il ripostiglio. In pochi istanti lo svuotò di involucri e scatole, fino a trovare la custodia di WORLDMANAGER. Teneva il DVD sempre nel PC, e aveva dimenticato quella piccola chiave USB che aveva acquistato insieme con il gioco. Contenuti 3D, stava stampigliato sopra la penna. La inserì nell’apposita porta, e inforcò gli occhiali. Con un certo scetticismo: non aveva mai gradito quegli effetti speciali da circo Barnum che trasformavano il gioco più bello del mondo in un’esibizione da funamboli del joy-pad.

Quello che a un tratto lo circondò era però tutt’altro che lo scenario di un saltimbanco.

Si trovò da solo, nello spogliatoio dell’ Estádio Olímpico Monumental di Porto Alegre, lo stadio del Gremio. Lo conosceva a memoria, l’impianto in cui per decine di volte aveva giocato la semifinale di coppa del mondo. Il colore azzurro della squadra di casa che si ripeteva in motivi frattali, gli armadietti e le panche, gli asciugamani lasciati dai suoi ragazzi.

Già, ma dove erano andati a finire? Nella visione convenzionale, non stereoscopica dei festeggiamenti da fine partita erano sempre lì, che si abbracciavano e cantavano, facce note e fisionomie anonime. Qui, invece, era come essere arrivati in ritardo, dopo che l’ultima bottiglia era stata stappata e i protagonisti ripuliti, rivestiti e partiti per chissà dove. Con in più il disorientamento da 3D.

Vittorio si guardò intorno, poi, stordito, portò una mano al volto. Se la vide paffuta e colorata come in un fumetto. Scosso, si girò indietro. Esterrefatto, non si trovò più di fronte la vecchia scaffalatura di casa dove i giochi facevano a pugni coi libri, ma un muro alto istoriato con scritte pubblicitarie brasiliane e il logo della Coppa del Mondo, e in cima una stretta finestra da cui scendeva una lama di sole. Continuando a chiedersi a quali risorse attingesse una simulazione così sofisticata, mosse qualche incerto passo verso la porta dello spogliatoio, e con una grossa mano rosa abbassò la maniglia.

Fuori, impazzava la notte brasiliana. Auto rivestite di tricolori italiani intrecciati col vessillo verdeoro del Brasile improvvisavano cortei e caroselli intorno allo stadio fin nel centro della città. La gente festeggiava la nazionale azzurra che aveva vendicato quella di casa, sconfitta ai rigori dall’Argentina. La nazionale che ora avrebbe incontrato nella finalissima l’altra rivale storica, quell’Uruguay che aveva umiliato i cariocas proprio a Rio più di mezzo secolo prima. Ragazze poppute dall’età indefinibile agitavano tondi posteriori in cima a pickup che procedevano come carri di carnevale. Statuarie ballerine nere eseguivano coreografie perfette, agitando gagliardetti da scuola di samba. Luci e ombre in strada palpitavano al ritmo con i neon che si accendevano e si spegnevano sui palazzi della grande città I colori erano virati al massimo, come su una televisione regolata male, o su un cartone animato.

Il clamore era assordante. Sopraffatto, Vittorio si portò le mani alle orecchie. Strinse le palpebre, e quando riaprì gli occhi, intravide in lontananza una macchia azzurra più ampia. Erano i suoi ragazzi, caricati a loro volta su un pickup, circondati da danzatrici che si agitavano come bisce.

Qualcuno lì sopra lo indicò, e il mezzo invertì la marcia, con una manovra repentina che ne mise a dura prova l’assetto.

Quando, con rumoroso stridore di freni, l’auto inchiodò al suo fianco, il panorama era del tutto cambiato. Lo stadio era solo una macchia luminosa all’orizzonte, e il panorama urbano era sovrastato da alte colline panoramiche, su cui incombeva una colorata bidonville. Sulla cima più alta stava ritta, illuminata a giorno, una statua dalle braccia aperte.

Rio de Janeiro? Ma non eravamo a Porto Alegre?

– Nun te chiede come, mister, stanotte se realizzano tutti i desideri! – gridò eccitato Totti dal cassone del pickup. Stretto fra due ambigui e ridenti donnoni, il capitano della nazionale mostrava un volto più dettagliato che nella simulazione tradizionale e insieme alieno, come fosse un manga.

Sono in un dannato cartone HD, pensò Vittorio.

– Che stai a aspetta’? Vieni su, dai! – lo incitò la versione aggiornata dell’avatar del Pupone.

Ma sì, vediamo dove va a parare questa commedia…

Vittorio si fece tirare su da un robusto braccio brunito. Un po’ troppo mascolina per una semplice ballerina di samba, osservò tra sé. Accettò comunque di buon grado di sistemarsi a fianco del suo calciatore preferito, stretto nell’abbraccio delle sue nerborute ammiratrici. Il pickup imboccò un’erta salita e procedette a sobbalzi per qualche chilometro, inseguito da una torma di bambini urlanti e vestiti di stracci, per poi arrestarsi, di fronte a quella che sembrava una teoria di portici scavata nella roccia.

– Daje, mister, annamo, qui ce stanno li mejo locali de Rio!

I giocatori della nazionale italiana scesero dal cassone del pickup e si involarono verso l’entrata di quella che appariva una Disneyland tropicale, incorniciata da altissime volte naturali e con ai piedi uno strapiombo che si affacciava, centinaia di metri più in basso, su un mare azzurro e cristallino, bordeggiato da mezzelune di sabbia chiara.

Vittorio si guardò nel riflesso di uno specchietto dell’automezzo. Portava una maglietta azzurra come i suoi ragazzi e un paio di pantaloncini bianchi, ed era rosso in viso, a causa dell’intenso calore irradiato da un sole color arancio che ardeva in un cielo violetto, quasi nero. L’astro illuminava a giorno colline e mare, generando ombre più nere dell’inchiostro. Nella bizzarra prospettiva, pareva di poter toccare i bagnanti, simili a formichine nere che si muovevano sulla sabbia dorata e in mezzo alle onde dell’oceano.

A Vittorio mancava l’aria. Una volta aveva visto un documentario sulle prime missioni umane sulla luna, e la luce sembrava la stessa che si diffondeva su corpi celesti senza atmosfera, con la differenza di un sole più gentile e misericordioso.

E comunque non è aria quella che stai respirando? Avanti, fatti coraggio, questa è solo una simulazione psichedelica molto riuscita.

Vittorio drizzò le spalle, si calcò sulla fronte quello che all’improvviso si era materializzato come un cappello alla moda a stretta tesa e oltrepassò la soglia dai titanici voltoni di pietra.

      1. Rio, e oltre l’infinito.

Il calore scemò non appena passata la soglia, lasciando spazio a una frescura da caverna che Vittorio salutò come benvenuta. Man mano che si allontanava dall’ingresso, la luce si faceva sempre più soffusa, generata da una teoria di fiaccole sparse un po’ ovunque. Una rete di illuminazione naturale che sembrava sconfinata, al pari di quel dedalo di gallerie e sterminate piazze che con ogni evidenza la natura – di nuovo – aveva scavato nella roccia. Un mondo che definire sotterraneo appariva decisamente riduttivo, visto che si scendeva e si saliva e i livelli sembravano sovrapporsi senza soluzione di continuità. E in quale mondo sotterraneo, poi, ci sarebbe stata una folla simile? Gente di ogni razza e colore che si incrociava sorridendo per strada, i vestiti dal taglio informale e dai colori allegri: qui un professionista in gessato rosa, in mano una seriosa borsa di cuoio, sulla spalla un grande pappagallo rosso e blu, si affrettava a piedi nudi verso chissà quale appuntamento di lavoro; là un quintetto di ragazzine provava balletti e sincronie, muovendo all’unisono nastri gialli e verdi; sullo sfondo robusti uomini dalla pelle bronzea e turbanti color cannella impartivano ordini a strane tigri dal manto bianco e nero.

Contrariamente a quanto ci si poteva immaginare, il dettaglio aumentava con la vicinanza e più di una volta una pelle in apparenza lucida si rivelò al tatto madida di sudore nella calca dei corpi. Vittorio continuava a chiedersi a quale ignoto database la simulazione stesse attingendo: la chiavetta non era poi così capiente, a meno che non si trattasse di quei nuovi software paravirali che si spacchettavano a catena, diramandosi per tutto l’hard disk.

Poco male, quando non ci sarà più spazio sul disco tornerò alla realtà, pensò con una scrollata di spalle. E poi stavolta ho salvato in tempo.

Sorrise malizioso al ricordo, ma il buonumore svanì quando, sempre all’inseguimento dei suoi ragazzi, che lo precedevano in un corteo rutilante di bambini e di danzatrici, si inerpicò per una ripida salita. La galleria era più bassa e la luce delle torce più diretta evidenziava, su entrambi i lati della strada, una lunga fila di botteghe che apparivano chiuse da anni, le finestre e le porte serrate da saracinesche rugginose e spezzate: carpenterie, studi legali, ferramenta, alimentari, frutta e verdura, ma anche sedi di aziende per lo più meccaniche, cantieristiche e perfino una compagnia di crociere.

Dai vicoli laterali giungeva puzzo di orina e di gente disperata. Qualcuno lo invitò alla carità, per favore. Occhi febbrili comparvero nel buio e qualche mano sfiorò i suoi vestiti, cercando invano di fermarlo. Vttorio abbassò gli occhi e accelerò il passo. Percorse una ventina di metri guadagnando terreno sul corteo festoso della nazionale, ma finì per scontrarsi duramente con un corpo che gli si era parato davanti all’improvviso.

– Ma che diavolo?… Alberto? Ma tu cosa ci fai qui?

L’apparizione del suo collega e compagno d’avventura nella storia finita male della cooperativa era decisamente sbagliata. Cosa ci faceva il suo ex caporeparto nella simulazione di WORLDMANAGER? Dov’è che aveva sentito che certe sostanze che attivavano gli occhiali 3D potevano dare effetti allucinatori?

– Vittorio, ce l’hai mica qualche soldo per un amico?

La visione era fin troppo realistica e prosaica.

– Cosa vuoi da me? Vattene! – rispose, la voce stridula.

– I miei soldi, però li hai ben voluti e sperperati quando ti sono serviti! – incalzò lo pseudo-Alberto, levando una mano sporca e piagata e stringendo il braccio di Vittorio in una morsa. – E adesso che sei ricco e famoso, niente? Dammi cinquanta euro, ti prego!

– Toglimi le mani di dosso!

– Non voglio farti del male. Sono tuo amico. Maura come sta? Te l’ho presentata io alla camera del lavoro, ti ricordi? Usciva insieme con mia moglie… Adesso che la cooperativa è fallita facciamo la fame… E dammi questi cinquanta euro!

Vittorio artigliò la mano che lo bloccava, graffiandola a fondo e spillando sangue che alla luce delle torce apparì nero come catrame.

Non sta succedendo davvero.

Graffiò e strattonò, finché lo pseudo-Alberto mollò la presa, tenendosi la mano insanguinata con l’altra.

– Cosa saranno mai, cinquanta euro per il commissario tecnico della nazionale? Bastardo! Non fosse stato per me saresti morto di stenti! E non avresti mai fatto una scopata vera!

Vittorio corse e corse fino a perdere il fiato, finché l’oscuro quartiere di botteghe serrate non sparì all’orizzonte lasciando il campo a un’elegante distesa di negozi di abbigliamento. Nessuno pareva essersi accorto del suo incidente, salvo il cuore che gli martellava nel petto. Continuò a salire per quella che si era trasformata in una stradina degna di Portofino, un’erta in cui alle boutique di lusso si alternavano, sempre più di frequente, tratti più ampi, simili a piazzette coperte, con finestroni che affacciavano, decine e decine di metri più in basso, su spiagge ancora più belle ed esclusive di quella da cui era partito. Era come muoversi in un club privato.

Dei suoi ragazzi, però, ancora nessuna traccia. Da quando li aveva persi di vista mentre cercava di liberarsi dallo pseudo-Alberto non aveva più nemmeno sentito i cori dei bambini.

Maura.

Lo pseudo-Alberto aveva destato un ricordo dolce, ma inspiegabilmente amaro. Cosa c’era che non andava con sua moglie? Perché continuava a sentire una portiera d’auto che sbatteva e un motore che andava su di giri?

Qui, non c’erano auto neanche a pagarle un miliardo. Vittorio salì e salì, fino a ritrovarsi su una specie di belvedere. Una piazza ampia, in cui la galleria si allargava al punto da far sembrare che si fosse all’aperto. Sentì un clamore, e si avvicinò alla fonte del suono. Fu preso dalla vertigine. Giù da uno dei lati della piazza si stendeva un ripido anfiteatro dalle alte gradinate gremite di pubblico. In fondo, molto più in basso, distingueva piccole figure nuotare avanti e indietro in uno specchio di mare trasparente come ai Caraibi. Ci mise un po’ a capire che si trattava di una partita di pallanuoto. Si allontanò con prudenza da quello strapiombo per imbattersene in un altro: dalla parte opposta della piazza un identico anfiteatro radunava una folla altrettanto sterminata. Oggetto dello spettacolo, una lotta tra testuggini giganti. Gente in costume e pareo scommetteva sui grandi rettili, che si affrontavano sbuffando e cozzando tra loro gli enormi carapaci, cercando di cavarsi gli occhi con becchi massicci e acuminati.

Che mondo è questo? Maura! invocò. Disorientato, arretrò di nuovo, trovando uno sentiero che stavolta discendeva, ma senza la protezione della galleria. Fu colto dalle vertigini. Per evitare di cadere si chinò, abbassando il baricentro. In lontananza distinse un chiarore soffuso e un altro dedalo di caverne. Sapeva di dovervi arrivare, ma lo terrorizzava l’idea di attraversare quel sentiero stretto gettato su chissà quale abisso.

– Mister! E daje! Aspettamo solo te! – echeggiò una voce familiare. – Sapessi che bambine ce stanno, da questa parte…

La grande mano rosea di Totti faceva ampi cenni d’invito in lontananza. La festa, Vittorio lo sapeva, lo attendeva al di là di quei cinquanta metri, più non dovevano essere, di passerella sull’ignoto.

Ma certo, si disse menandosi una pacca sulla fronte. Deve essere una specie di gioco nel gioco, una Easter Egg molto sofisticata. Guadagno prestigio se attraverso il sentiero. Mi avevi quasi fregato, WORLDMANAGER!

Vittorio! Fermati, Vittorio!

Maura? No, è solo la mia immaginazione.

E il sentiero davanti a lui era di solido selciato. Vittorio lasciò da parte ogni indugio, e attraversò quei cinquanta metri sopra l’ignoto. Sotto, molto lontano, udiva l’oceano frangersi su quelle che di sicuro erano aspre scogliere. Strinse le palpebre, forzandosi a procedere senza fermarsi, ignorando quella vocina che lo invitava invece ad affacciarsi per godere dello splendido panorama.

Varcò un’ulteriore soglia. Ritrovò la familiare atmosfera festosa, gallerie che si incrociavano con altre gallerie e si sviluppavano su più livelli. Roccia rivestita di preziose stoffe multicolori, sfumature che si ritrovavano sulle livree di uccelli che scorrazzavano in libertà per i cunicoli, lunghe code e ali vaporose che sfioravano teste, piume che si strinavano sulle fiamme delle torce. Bancarelle odorose di spezie e decorate da batik di ogni dimensione affollavano ogni metro. Mercanti di ogni razza invitavano al grande affare. L’afrore era ubriacante. Vittorio si fece largo nella folla di questuanti. Gli bastò seguire il ritmo dei tamburi per trovare il centro della festa, una sorta di immenso palcoscenico che dominava il centro di un’ancora più immensa piattaforma situata nella più grande caverna che avesse mai visto. Un vero e proprio stadio creato dalla natura, in cui finalmente ritrovò tutti i suoi ragazzi, compreso Totti. L’avatar era sempre stretto fra le sue ambigue ammiratrici.

Mister, vieni su, ce devi da parla’, domani sera ce sta la finalissima!

La voce del Pupone era amplificata da un impianto tanto invisibile quanto potente. La frase del capitano della nazionale si spense in un fischio lacerante. Per una breve intermittenza Vittorio, volgendosi indietro, intravide la familiare scaffalatura di casa. E un volto pallido, illuminato da due occhi bruni.

Maura?

Poi l’immagine sbiadì in un confuso mare oscuro che si agitava nella sua direzione. Erano migliaia di teste che si giravano, in attesa di ascoltare il discorso del commissario tecnico della nazionale italiana.

Levò d’istinto le braccia al cielo e procedette, muovendosi al ritmo ossessivo del samba. Altro che fabbrica, altro che cooperativa, lui era nato per questo! Si beò del clamore ritmico, migliaia di voci che invocavano il suo nome.

O Grande, o Mago!

Lui era il Grande, lui era il Mago! Non aveva bisogno di nessuno. Nemmeno di…

Maura?

Una fugace sensazione di vertigine, un’idea nella coda dell’occhio, come due mani che lo scuotessero con forza per le spalle, tentando di…

Svegliati, per l’amor di Dio!

– Mister, vieni su, aspettano tutti a te!

La mano di Totti era tesa, grossa e rosa, gli occhi tondi e dolci come quelli di un fumetto. Le ballerine si muovevano senza posa, i denti che splendevano in sorrisi moltiplicati fino all’estremo.

SVEGLIATI!

Non più travaglio, non più sacrificio…

SVEGLIATI, ADESSO!

Uno schiocco secco, gli occhiali 3D volarono via. Vittorio fu strappato al suo momento di gloria, in tempo per vedere la sofisticata periferica infrangersi in mille pezzi contro la parete dello studio di casa.

Davanti a lui, ansante, le spalle che andavano su e giù, i capelli crespi rovesciati sulla fronte, Maura.

– Dio mio, Vittorio, dove sei stato?

Sullo schermo del computer solo l’innocua schermata tattica di WORLDMANAGER, e…

Ma la preparazione alla partita che vedeva non era quella della finalissima contro l’Uruguay, bensì l’odiosa eterna semifinale contro l’Argentina.

– Io… Io non lo so… C’era Totti che… Ma cosa hai fatto?

– Tu la devi smettere con questo gioco. Ti farà venire l’epilessia prima o poi. E, senti…

– Cosa c’è? – Vittorio rispose secco, smanettando tra i menù, cercando di capire. Infine si arrese, abbandonandosi contro lo schienale.

Maura rimase in piedi davanti a lui, mordendosi un labbro.

– Senti, ci ho pensato. Io… Noi… Io credo che dovremmo ricominciare. Mio padre… Mio padre mi ha proposto una partecipazione al suo ristorante. Potremmo…

Ma sì. Aveva buttato anni della sua vita, poteva cacciarne nel cesso altri ancora. E questo stupido gioco…

Proveremo anche questa – rispose infine, con il sorriso degli anni belli.

Maura si ravviò i capelli. Per un attimo sembrò la donna bella e intelligente e vivace che aveva sposato vent’anni addietro.

Con l’indice, solennemente, Vittorio si apprestò a spegnere la simulazione calcistica.

Fermò il gesto a mezz’aria.

Dietro di sé, appoggiato al vano della porta, un roseo Totti scuoteva a sua volta un indice roseo come un osceno wurstel, e sorrideva. Il ghigno salì di tono, ancora e ancora, fino a trasformarsi in un urlo che Vittorio, in verità senza alcuno stupore, riconobbe infine come il proprio.

Epilogo.

– Proprio come ci aspettavamo, vero?

– Bè abbiamo ricostruito apposta un pattern abbastanza usuale: frustrazione, evasione e delusione.

– Guarda qui, i tracciati neurali sono alterati. Le capacità di giudizio inquinate. Non sa più distinguere la realtà dalla fantasia!

Un indice dall’unghia curatissima batté ripetutamente contro lo schermo a cristalli liquidi di un tablet. I due uomini in camice bianco confabulavano fitti sullo sfondo di un lettino che ospitava un uomo collegato a decine di cateteri e sensori.

– E’ un esperimento tanto costoso quanto inutile: una simulazione nella simulazione. Mi chiedo ancora perché lo stiamo continuando – commentò il secondo uomo in camice, seguendo lo schema che gli indicava il collega.

– Ma è ovvio, no? Ricercare la quadra tra sogno e realtà, fra aspirazione e realizzazione. Se ci riesce con lui, con l’esperienza che ha avuto, figurarci con gli altri.

– Mandare i cassaintegrati a ubriacarsi nel cyberspazio? E’ davvero tutto qui? E guarda che è successo: prima o poi lo schema torna sempre lì. Qualcuno lo richiama alla realtà. E lui crolla. Come tutti gli altri. No, no. Dobbiamo rassegnarci. Non può esserci una risposta virtuale alla conflittualità sociale.

– E se invece agissimo sulle famiglie? Su chi gli sta vicino? Guarda un po’ questa app…

Il primo uomo cavò dalla tasca un palmare. Su uno schermo ad alta risoluzione comparve l’avatar di un lattante, disteso sulla schiena. La figuretta piangeva disperata, le braccia e le gambe che mulinavano in aria.

– Su, su, frugoletto, che adesso si mangia.

Col pollice l’uomo sfregò sulla pancia del bambino, poi con l’indice selezionò un biberon immaginario. L’avatar iniziò a ciucciare e si addormentò – o qualsiasi altra cosa che fosse – all’istante.

– Vedi? Fa già furore tra il 60% delle donne sposate e senza figli oltre i 35 anni. E bastano poche migliorie al software per…

– Per cosa? – chiese il secondo uomo in camice?

– Guarda qui. – Il primo uomo ricaricò la simulazione poco prima dell’irruzione della Maura virtuale sulla scena dell’allucinazione psichedelica di Vittorio. Una suoneria angelica interruppe il volo della mano che stava per strappare gli occhiali 3D dal volto dell’ex operaio.

– Povero piccino! Stavo per dimenticarmelo! – scandì la cyber-Maura, dimenticandosi di suo marito e cominciando subito ad accudire la creatura virtuale. Vittorio continuava intanto la sua avventura psichedelica. Un sorriso si disegnò sul volto dell’uomo steso sul lettino, riflettendosi sul volto del primo uomo in camice.

– Ma è solo un avatar che si prende cura di un avatar! – protestò il secondo uomo.

– Funzionerà, invece – garantì il primo uomo – Un click al momento giusto: all’ora di cena, prima di andare a letto, alla sveglia del mattino. Basterà un minuscolo chip da inserire nel collo durante la periodica visita medica, una leggera scarica che attivi la routine e tutto sarà sotto controllo. Ah, e un telefonino della nostra compagnia come benefit gratis per ogni famiglia di cassaintegrati. L’uovo di Colombo!

Tornò a fissare Vittorio, che steso sul lettino sembrava ronfare come un gatto soddisfatto.

– Vedi? Sono sicuro che adesso, tra le mani, sta stringendo la sua coppa del Mondo!

Nello stesso tempo, in un’enorme caverna Vittorio si affollava ringhiando insieme con una torma di uomini e donne dai vestiti tropicali laceri e dalle unghie adunche intorno a un giovane uomo biondo dai lineamenti scultorei e dalla capigliatura scolpita. Fu il primo a gridare di giubilo mentre gli apriva la gola.

– Rivoluzione… – ruggiva la folla. – Rivoluzione!

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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