Sono solo bambocci

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Sono solo bambocci ha avuto più titoli di un nobile polacco del Settecento. Ma in ogni variazione possibile e immaginabile la parola “bamboccio” continuava a tornare, come un necessario minimo comun denominatore insieme di familiarità e disprezzo che la razza umana, ho immaginato, potesse condividere per esseri venuti da altrove che apparentemente non fossero onnipotenti conquistatori o scienziati. Oppure, fate voi, per gente apparentemente miserabile, venuta da paesi lontani a chiedere alle nostre porte un’esistenza migliore. Apparentemente non onnipotente, apparentemente miserabile. Ma l’apparenza inganna… Buona lettura.

SONO SOLO BAMBOCCI

Stupidi bambocci.

L’improvviso suono ritmico, simile a quello prodotto da un picchio che tormenti una corteccia, lo distrasse dalle parole crociate. Ed alzò lo sguardo a spiare quanto accadeva appena al di là del portico, nel giardino accanto. Emise l’ormai consueto grugnito di disapprovazione. Quei nanerottoli senza cervello avevano ricominciato le loro giaculatorie quotidiane.

Se si poteva chiamare giaculatoria quell’assurdo ticchettio. Sbuffò, cosciente di non poter staccare gli occhi dalla scena a cui stava per assistere, la stessa da mesi: cinque di quegli gnomi dalla testa pelata e le gambe corte si abbrancarono l’un l’altro per le spalle. Tenendo il capo chino, si fissarono i piedi tozzi, poi pian piano sollevarono la testa, accompagnando il movimento con uno schioccare sempre più veloce della lingua. Quando la raffica arrivò al massimo dell’intensità, tutti i Bambini mostrarono con fierezza lo stesso sorriso ebete. Se poteva dirsi sorriso quella smorfia che, sostenevano gli xenoantropologi, era piuttosto espressione di estasi mistica. Ma chi poteva dire di sapere davvero qualcosa su quei mostriciattoli?

Erano arrivati ormai da un anno, ricordò Ed. Un giorno memorabile:

ai margini delle grandi foreste tropicali e dei deserti, nelle savane e perfino sulle coste della Groenlandia e dell’Antartide, un po’ ovunque insomma nel mondo si fosse lontani, ma non troppo, da insediamenti umani erano comparsi all’improvviso gruppi di centinaia di quelli che sembravano bambini smarriti e disorientati. Tutti insieme, come il frutto di una silenziosa catastrofe planetaria.

Bambini in realtà lo sembravano soltanto. Le prime riprese televisive girate dall’alto commossero il mondo, mostrando stuoli di infanti nudi, accaldati o infreddoliti, magari un po’ tozzi, dai movimenti curiosi e scoordinati. Quando però le missioni di salvataggio si avvicinarono si scoprì la verità e lo sconcerto fu altrettanto globale. Le pallide folle disorientate si rivelarono gruppi – mandrie? – di esserini dai grandi occhi sfaccettati e dalla pelle verdastra.

La grossa testa rotonda, le piccole dimensioni e i gesti incerti li facevano però assomigliare comunque a dei bambini sperduti, abbandonati ai confini del mondo selvaggio. La curiosità e la tenerezza prevalsero dunque sugli interrogativi escatologici, sovrapponendovisi. Nessuna fede, neppure la più integralistica, poteva accettare di lasciare al gelo, al sole rovente o alle intemperie creature così simili ai bambini. E fu così che il mondo cominciò a chiamarli: i Bambini.

Ed grugnì di nuovo, facendo crocchiare le nocche artritiche. Digrignò i denti al dolore e al ricordo.

Presto le cose erano cambiate. Nello stupore generale i piccoletti, che non esibivano caratteri sessuali di alcun tipo, cominciarono a moltiplicarsi come conigli, generando molti altri piccoletti in tutto simili. In breve tempo le loro comunità sperimentarono un’esplosione demografica. Si consigliò loro di radunarsi nelle periferie delle grandi centri urbani. Loro lo fecero di buon grado – facevano tutto di buon grado – e cominciarono a vivere degli avanzi dell’uomo, costruendosi ripari di fortuna, tutti collegati tra loro. Nacquero così complessi simili a piccoli alveari, a pianta esagonale, senza finestre e con un’unica porta. Una volta costruite queste abitazioni, i Bambini presero a riprodursi a un ritmo ancora più alto. Fu allora che tutti notarono quei bizzarri rituali sociali che rivelavano senza equivoco la natura aliena dei nanerottoli. Dopo un anno, con centinaia di migliaia, forse addirittura qualche milione di Bambini in giro, era montata la diffidenza.

Tutti a quel punto si trovarono d’accordo su un fatto: i nanerottoli non avevano poi un aspetto così rassicurante. Sugli occhi tondi da neonato, precisavano esperti alla televisione, una specie di membrana nittitante faceva su e giù sopra un’iride più nera dello spazio profondo, in apparenza priva di pupilla. Per tacere poi che quegli scostumati andavano in giro completamente nudi, e anche se non mostravano genitali, non si curavano di nascondere un corpo bizzarro: a ben guardarlo, le pieghe di grasso nascondevano divisioni a segmento come quelle delle vespe. Così simili e così diversi: insomma, se i Bambini volevano vivere insieme agli uomini, che dunque almeno si coprissero e fossero discreti. Miti, i nanerottoli, dopo avere acconsentito a vivere in slums, accettarono anche gli abiti umani. Taglie da bambino, ovviamente.

D’altra parte, però, i Bambini avevano rivelato un altro aspetto, questo di sicuro più rassicurante e conveniente: sapevano aggiustare tutto e in brevissimo tempo. Potevi portargli qualsiasi cosa, dall’orologio fermo da anni al computer fuori uso. Loro, l’ampia bocca sempre distesa in un inquietante facsimile di sorriso, giravano l’oggetto tra le mani, lo esaminavano, lo lisciavano per un po’. Senza fallo risolvevano sempre qualunque problema. E senza pretendere alcun compenso.

Ed grugnì ancora, frustrato, e spiò ancora nel giardino accanto. I bambocci adesso sembravano paghi della meditazione, e avevano cominciato la loro giornata. Sempre in gruppi di cinque, alcuni si davano da fare con la siepe del dirimpettaio, altri spazzavano la strada, altri ancora, con aria complice, ricevevano gente che portava il solito oggetto da riparare. Un isolato individuo era accucciato ad accatastare biglie vicino all’ingresso dell’abitazione comune.

No, Cristo, non di nuovo le maledette biglie, implorò il vecchio in silenzio.

Era il loro odioso passatempo. La solita, bizzarra architettura generata in apparenza solo dalla destrezza. Da lontano ricordava una piramide. Fissandola, però, si scopriva che la struttura presentava variazioni e volute impossibili, sfidava la forza di gravità torcendosi su se stessa in modo talmente complesso da far venire il mal di testa. Come riuscissero i nanerottoli a creare quelle forme limitandosi ad accostare biglie, come potessero legarle insieme senza ricorrere ad altro che alla sovrapposizione, Ed non riusciva proprio a capacitarsene. Stava di fatto che i Bambini andavano pazzi per le biglie e di biglie non se ne trovavano più in giro se non in quelle innaturali accumulazioni.

Come se cosciente di essere fissato, il bamboccio ingegnere si distaccò dalla sua Babele aliena e si alzò, rivolgendosi a Ed. Distese le ampie labbra in quello che il mondo ormai conosceva come il Sorriso dei Bambini. Contemporaneamente agitò l’umanissima mano a cinque dita come per salutare. Come se indottrinati da un ipotetico ufficio propaganda alieno, ormai tutti i bambocci avevano imparato quel gesto.

Turbato, Ed tuffò di nuovo il naso nelle parole crociate. A settantacinque anni era diventato un maestro in quest’arte, come in quella, molto più difficile, di far finta di niente. L’avrebbe data a bere a qualsiasi essere umano. Ma non a un Bambino.

Il volto ineffabile e cereo simile a quello di una bambola di porcellana, il piccoletto arrancò verso la siepe divisoria. Scomparve per un attimo, poi si riaffacciò, allargando i rami con le manine paffute.

– Qualcosa da sistemare, signore? – chiese. La voce querula e l’aspetto vagamente orientale dell’interlocutore diedero sui nervi a Ed.

– Da sistemare, dici, bamboccio? – ringhiò – Da sistemare ci sareste voi, coi vostri assurdi balli da tirolese e quelle facce da insetti. Tornatevene a casa!

– Orologio? Coltello? Doccia difettosa? Computer? – insisté, simile a un ambulante cinese il Bambino, il sorriso sempre stampato sulla faccia levigata. La zucca pelata e le luccicanti guance rosate concorrevano all’illusione.

– Se non te ne vai, giuro che ti sparo – fece Ed alzandosi con fatica dalla sedia. Impugnò la vecchia Beretta, retaggio degli anni in polizia. L’aveva rispolverata giusto da un anno, e ormai la portava sempre con sé in una fondina sotto l’ascella. La puntò contro il nanerottolo. – E sfido qualsiasi giudice a condannarmi per omicidio – aggiunse.

– Pistola, bisogno di pulizia – sentenziò imperterrito il Bambino, senza arretrare di un millimetro. In una parodia di sguardo clinico la creatura inarcò un sopracciglio simile a una virgola. In realtà, si trattava ben più che di una parodia. Si sapeva che quegli occhi vedevano con un’acutezza superiore a quella di qualsiasi creatura nata sulla Terra, e in molti più spettri luminosi.

La rivoltella spianata, la visiera del berretto da baseball calata sul naso, Ed fissò il proprio cipiglio riflesso nelle iridi sfaccettate dell’essere. Un’immagine di impotenza moltiplicata per cento. Di nuovo avvertì il turbamento di prima. Senza rendersene conto rinfoderò l’arma.

– Dovreste tornarvene tutti da dove siete venuti, ecco cosa – ripeté, tornando a sedersi.

– Ma questo non… razionale, vero? – chiese il Bambino. Per la prima volta apparve meravigliato. – Noi qui per aiutarvi, – riprese con sgrammaticata passione. – Se noi andiamo, nessuno ripara più niente. Nessuno fa più niente.

E’ vero, ammise Ed in silenzio. Non si trattava più solo di riparare oggetti. Da quando il loro numero era cresciuto a dismisura, i Bambini avevano ereditato tutti i lavori manuali, a cominciare da quelli più faticosi. Nessun uomo ormai avrebbe voluto più svolgerli. Nessun indiano, nessun chicano e nemmeno nessun dannato negro, precisò con rabbia Ed tra sé. Lanciò uno sguardo ostile ai quattro mocciosi dei Valdez, che ciondolavano con le loro birre all’altro capo della strada.

Un tempo gli adolescenti che non andavano a scuola li si faceva lavorare, perdio…

– Ma voi fortunati – insisté il Bambino, strappando Ed alle sue cupe riflessioni. – Noi siamo qui. Ricorda: tu basta chiedere, e io riparo.

Le manine si ritrassero dalla siepe e la cortina vegetale inghiottì il volto di bambola. Ed abbassò gli occhi sulle parole crociate. Creatura indifesa, era scritto al tre orizzontale. Almanaccò qualche minuto a cercare invano un sinonimo accettabile di bambino, poi, stizzito, scagliò la rivista sul pavimento.

2.

Ed era furioso perché sapeva un’altra cosa. Anche se avesse voluto, quei lavori di casa, quelle piccole riparazioni che fino a un anno prima erano state la sua passione, non avrebbe più saputo farli. Questa era un’altra delle tante stranezze che erano capitate alla razza umana dopo l’avvento dei Bambini.

Come fosse accaduto, nessuno lo sapeva con certezza. Era successo e basta. Da una settimana all’altra, da un mese all’altro, i piccoletti, all’inizio un’orda di esserini miserevoli e disorientati, si erano trasformati in efficienti eserciti di aiutanti, operai specializzati, artigiani. E da qualche tempo erano comparsi i Bambini commessi e i Bambini inservienti.

I Bambini tassisti, Cristo santo.

Oh, sì, ci si era interrogati sui motivi. La televisione però aveva rassicurato i più. Non era comodo, in fondo, fare un fischio e trovare chi ti tirava a lucido la Lexus in dieci minuti, oppure procurarsi in mezz’ora la manodopera sufficiente e, Dio sapeva come, anche qualificata per far ripartire una miniera o per smantellare un relitto? A Chittagong o a Mumbai non c’era più un bambino umano a smontare navi o a estrarre oro da vecchie schede per i computer. Facevano tutto loro, i dannati piccoletti, in meno di metà del tempo, gratis, e senza nemmeno farsi male. Sfruttamento minorile, kaputt, insomma, e allora, perché darsi pena? Il genere umano in futuro si sarebbe solo riposato. In fondo c’erano loro, no? Non erano forse arrivati al momento giusto, proprio mentre il mondo sembrava andare a rotoli?

Riposare avrebbe voluto dire anche risparmiare le forze per dedicarle a qualcosa di più importante. Com’erano arrivati quei mostriciattoli sulla Terra? Trasporto interstellare o interdimensionale? Loro non erano stati in grado di spiegarlo, o non avevano voluto. Né gli esami medici avevano evidenziato indizi. La fisiologia dei Bambini, a parte le differenze esteriori e l’apparente natura asessuata, sembrava simile a quella umana, con organi in tutto simili e destinati alle stesse funzioni. Poi però, sia pure con gentilezza, non appena erano sorte le loro comunità, i piccoletti avevano scoraggiato ogni altro approfondimento. Avevano i loro medici, dicevano. Ormai era come se ci fossero sempre stati. Qualcuno continuava comunque a sperare che le risposte alle tante domande sarebbero arrivate, come pure le conoscenze scientifiche che tutto il genere umano si aspettava. Bastava attendere il momento giusto. L’attesa aveva rivitalizzato le religioni vecchie e ne aveva fatto fiorire di nuove. I Raeliani erano diventati un vero e proprio culto globale, che faceva concorrenza al Cristianesimo e in breve avrebbe insidiato anche l’Islam. Poco importava che i Bambini non fossero arrivati in sella a una cometa.

Riposarsi, prendersi una pausa. Aspettare. Un pensiero che confortava Ed. A ben vedere, però, subito dopo lo faceva incazzare di brutto. Perché diamine doveva aspettare che qualcun altro decidesse cosa era giusto fare per lui? Era valsa la pena arrivare alla sua età per perdere ogni nozione e limitarsi a desiderare qualcosa per ottenerla da… un bamboccio? Dannazione, lui era stato un uomo vigoroso, e adesso non aveva nemmeno più voglia di guardare di nascosto le cosce delle ragazzine che tornavano da scuola, figuriamoci di farci qualche pensierino. Erano mesi che non si faceva più nemmeno una sega. Erano gli anni, o aveva a che fare di nuovo coi bambocci? Come che fosse, Ed non lo sapeva. Forse era per questo che nell’ultimo anno si era chiuso in casa senza più frequentare nessuno. O quasi.

Da quando Emma se n’era andata, il suo unico contatto col mondo era Doug, il padrone del drugstore all’angolo della sua strada. Da Doug Ed continuava a comperare ciò di cui aveva bisogno: nonostante la mente gli dicesse di rilassarsi e ricorrere all’aiuto dei Bambini, comporre l’ormai arcinoto numero verde che gli avrebbe fatto comparire alla porta il servizievole piccoletto in uniforme da fattorino, ogni mattina Ed si sforzava di tradurre le proprie necessità in una lista della spesa. Scriveva, con la sua grafia ormai incerta, la mano che quasi si rifiutava di tradurre in segni sghembi pensieri ancora più sghembi, poi finalmente prendeva il foglietto pieno di scarabocchi, se lo metteva in tasca e andava da Doug.

Oh, Doug, lui sì che era osso duro! Resisteva ostinato al nuovo che avanzava. Quasi tutti gli altri commercianti stavano chiudendo, incapaci di fronteggiare la rapidità con la quale i Bambini andavano offrendo servizi sempre più sofisticati. In breve tempo, di sicuro, sarebbero entrati anche nella grande distribuzione, e poi nell’industria. O forse già ci erano dentro, chi poteva saperlo?

Piccoli stronzi reticenti, masticò tra sé Ed.

Un’altra raffica di ticchettii, un’altra quadriglia di Bambini, la stessa smorfia sui volti a salutare il sole.

Ed digrignò i denti. Sembrano a casa loro, pensò. Proprio come dei buoni americani. Stava per sputare dal disprezzo, quando lo interruppe una familiare voce roca.

– Da non crederci, eh?

– Eh? – fece Ed, sorpreso. Mise a fuoco la familiare faccia a luna piena di Doug. Era talmente immerso nei suoi pensieri che era arrivato al drugstore senza rendersene conto.

– Scusami, amico – si scusò – sono un po’ stordito, ultimamente.

– Figurati – rispose Doug facendo spallucce. – Chi non è un po’ strano, oggigiorno?

Doug si voltò e aprì un armadio chiuso da una grata. Ne estrasse una bottiglia piena di liquido color ambra e prese due bicchieri da cucina.

  • Niente ghiaccio, giusto? – chiese, versando due dosi abbondanti.

– No, perdio, va bene liscio. – replicò Ed, finendo il suo whisky con una

smorfia.

– Vacci piano – lo ammonì Doug. – Non è nemmeno mezzogiorno e lo sai cosa dicono di te. Se passa lo sceriffo…

– Si dice quel che si è sempre detto, lo sceriffo è un coglione e tu da quando hai deciso di rompermi le scatole?

Doug rise, dal profondo della pancia fin su ai polmoni asmatici. Un accesso furioso di tosse lo costrinse a fermarsi. Tacque, il volto color porpora, per qualche lungo istante.

– Oggi – riattaccò con voce assente – uno di quelli lì è venuto a chiedermi se ho bisogno di aiuto col negozio. Bevve a sua volta e studiò il bicchiere in controluce.

– Sono come…

– Come le termiti – completò Ed.

– Come le termiti – echeggiò Doug. – O gli scarafaggi. Non fai tempo ad accorgertene, e ti hanno infestato la baracca. Ma che io sia maledetto se farò mai entrare un bamboccio in questo posto. Questo negozio è stato di mio padre, e prima ancora di suo padre, e prima ancora…

– Capisco, amico – fece Ed. Mise una mano sulla grassa spalla dell’amico. – Come va a Roma?

Con un pollice, Ed fece segno alla televisione, che regolata sulla CNN a volume azzerato, mostrava a loop immagini di tumulti.

– Oh, lì va a meraviglia – si entusiasmò Doug cercando invano il telecomando. – Gli italiani hanno capito tutto da subito. Li hanno subito chiusi tutti in quei loro campi per negri. Ma succede come qua: questi si moltiplicano e non c’è più spazio. E anche i negri si incazzano e li vogliono cacciare via.

– Si è capito come fanno a riprodursi? – chiese Ed, cupo.

– Ha qualcosa a che fare con quegli Alveari che costruiscono, ma in qualche modo riescono a farlo anche fuori. Ma guarda che succede laggiù!

La televisione mostrava immagini di una folla armata di torce e bastoni, un esile cordone di poliziotti a difendere le grate del centro di detenzione. Poi accadde tutto molto in fretta. Il commentatore di Atlanta lasciò la parola a quello italiano. Ed non capiva molto delle parole straniere, ma non gli servì quando vide i poliziotti all’improvviso cedere e fuggire e la folla fare irruzione nel campo. La telecamera mostrò le prime immagini di bastoni che ruotavano abbattendosi su teste pallide e luccicanti, aprendole come fossero cocomeri. Icore color arancio imbrattò vestiti e marciapiedi, poi lo scempio sfumò. Lo schermo si fece nero. Doug aveva ritrovato il suo telecomando.

  • E’ almeno la decima volta che lo vedo, oggi – precisò il proprietario del drugstore – ma ci credi se ti dico che non riesco a versare una lacrima?

Doug versò un’altra dose di whisky per sé e per Ed. Sollevarono entrambi i bicchieri e dopo un breve brindisi li svuotarono contemporaneamente.

– Bella forza – esclamò Ed. – Non sono umani.

Nella bottiglia ormai rimaneva soltanto un fondo di liquore. Ed picchiò un pugno sul bancone, facendolo gemere. Di nuovo all’unisono, entrambi crollarono il capo, studiando le venature sul piano.

– Serve qualcosa? Ripara frigo, bar, congelatore?

Doug ed Ed si scossero, improvvisamente lucidi. Davanti a loro, la sagoma bassa e tozza di un Bambino. Le sue nere iridi sfaccettate si spostavano ritmicamente dai loro volti alle immagini della TV, che aveva ricominciato a trasmettere il servizio sulle violenze di Roma. L’alieno inarcò le sopracciglia ed Ed ne riconobbe la fisionomia.

Ma questo è il bamboccio ingegnere!

– Quello che desideri, io ripara! – insisté il piccoletto, continuando a spiare la televisione, la voce sempre querula.

E tuttavia…

Due curiose linee verticali avevano fatto la comparsa in mezzo agli occhi inumani dell’essere. Ed ne osservò l’evoluzione in rughe sempre più profonde, come tagli sulla fronte.

– Io… ripara… tutto – ansimò infine il Bambino, per poi infine tacere. Ormai la sua attenzione era tutta per il servizio trasmesso dalla CNN.

Stavolta, moltiplicati per cento e più nei suoi occhi sfaccettati, Ed vide i bastoni della folla di Roma calati sulle teste dei suoi simili. Il Bambino cominciò a respirare sempre più rumorosamente. Le sue spalle fecero su e giù, i piedi cominciarono a sbattere a terra, come se fossero in marcia sul posto.

– Io… ripara! – proclamò un’ultima volta, la voce ridotta a un ringhio. Fissò per lunghi istanti i due umani davanti a sé, poi fece dietrofront e uscì di corsa dal negozio.

3.

Si stava facendo sera quando Ed si decise a rincasare. Lo vide subito, la tonda curva della gota quasi disegnata sul muro dalla luce del sole che calava. Il Bambino era di nuovo accucciato davanti alla porta del suo Alveare, tutto intento a ritoccare la forma della sua architettura di biglie. Lo oltrepassò per fermarsi come stregato: non era più né una piramide, né un cono, né una qualsiasi forma conosciuta. La struttura nasceva come un ottaedro, ma poi cresceva, si ritorceva, pendeva, esitava in perenne attesa di caduta, o di un’esplosione. Guardarla non faceva più solo male agli occhi. In qualche modo incuteva tristezza. Un dolore che andava dritto al cuore e non conteneva alcuna speranza di rimedio.

Suo malgrado, Ed provò un nodo alla gola. Qualcosa di simile a due lacrime gli inumidì gli occhi. Irritato, se li strofinò coi palmi callosi.

– Hai finito di imbrattare il buon suolo americano con quegli abomini? – sbottò rivolto al Bambino.

La creatura si alzò, stavolta lenta e con impaccio.

– Nostra… Anima adesso esprime cosa succede. Noi non bene qui.

– Bella forza. L’hai capito, allora, che questa non è casa vostra.

– Definisci “casa” – ribatté il Bambino, gli occhi neri come il giaietto. Il volto rotondo era inclinato da una parte, come il muso di un cane in attesa.

O come quello di un grasso maialino in attesa del mangime…

– Casa è… Ma insomma, casa è casa, perdio! – sbottò Ed vincendo il disgusto. – Devo proprio spiegartelo? Non ci arrivi con la tua testa di cocomero a che cosa vuol dire? Da dove vieni tu?

– Noi veniamo da qui proprio come voi. Nati qui.

– E’ una bugia! – tuonò Ed, la mano di nuovo alla fondina. Fece uno sforzo per controllarsi. – Voi siete… Insomma, siete… apparsi e basta. Nessuno vi ha invitato!

– Talee arrivate tanto tempo fa. Ma noi nati qui.

– Le tal… Come, le talee? – chiese Ed, sbalordito.

– Noi nasciamo in quegli inc… incubatori.

Il Bambino indicò l’Alveare dietro di sé.

– Sentiamo/vediamo con questi – spiegò indicando i suoi occhi da insetto. Sfiorò quindi le fessure frastagliate che aveva al posto delle orecchie. – Impariamo dalla terra e da…

Il piccoletto fece un altro gesto molto umano. Aprì entrambe le braccia, indicando se stesso, Ed e tutt’intorno.

– Impariamo da tutto – continuò. – In poco tempo… parliamo come voi. Questo mondo nostra casa come vostra. Come… tutti mondi.

Ed impiegò qualche istante a riprendersi dallo choc. Un anno per abituarsi a quei mostriciattoli e adesso quel nanerottolo gli veniva a dire di essere… La rivelazione lo pietrificò dalla sorpresa.

– Una fottuta pianta? Sei una dannata pianta? – chiese Ed incredulo. – Ma almeno un nome ce l’hai?

– Cos’è, nome? Noi tante parti di una sola anima. Non serve un nome. Alveare casa di tutti, tanti Alveari formano Anima, come da voi Foresta. Ogni ciclo di sole, noi parla con Anima, e riassume cosa Anima dice attraverso forma di quelle che voi chiamate biglie. Ma se per te più semplice, chiama pure questa Parte con nome.

Il Bambino si mise una mano sul petto e scosse il capo, come in segno d’incoraggiamento.

Ed si levò il berretto e lo scagliò via, furioso. Subito il piccoletto trotterellò a riprenderlo e glielo porse sorridendo.

– Visto che ti comporti come un cane – ringhiò Ed trionfante – ti darò allora il nome di un cane. Ti va bene Black?

– Black va benissimo – sorrise ancora il Bambino.

– Va bene, allora, cagnaccio, adesso però fuori dalla mia proprietà – tuonò Ed perentorio.

Black si allontanò col suo strano sorriso verso la staccionata e fece per richiuderla. Il legno vecchio si trascinò sul prato scavando un solco a semicerchio. Prima che Ed potesse intervenire, il Bambino si accucciò, passando rapidamente la mano sotto il rudimentale cancello. Ne toccò e lisciò i cardini, poi fece come per spazzolarne la superficie scabra.

– Adesso, meglio – stabilì Black, sempre sorridendo. Si rialzò, e se ne trotterellò via, sparendo dentro il suo Alveare.

Ed fece appena in tempo a raccogliere una pietra, ma non riuscì a scagliargliela dietro. Si avvicinò a sua volta allo steccato. Non solo il cancello adesso era perfettamente bilanciato e in squadra, ma il legno era levigato a perfezione, come se Black ci avesse passato una fresa elettrica per ore.

Le labbra serrate, gli occhi ridotti a una fessura, Ed cominciò a tremare. Dapprima sentì solo il suono.

Tonk… tonk…

Non si fermò finché la pietra non fece sanguinare la sua mano. Il cancello adesso era di nuovo pieno di schegge di legno e pendeva sghembo come prima a strisciare sull’erba.

4.

Il mattino seguente Ed fu svegliato da grida, forti rumori meccanici e sghignazzi. Uscì sul portico, e vide l’assembramento davanti all’Alveare. O quel che rimaneva di esso. Una ruspa faceva avanti e indietro scavando grossi solchi nel terreno umido. La struttura era sventrata, ed evidenziava al suo interno celle in tutto simili a quelle costruite dalle api. Da una parte stavano i Bambini, in gruppo, le braccia lungo i fianchi, a guardare inespressivi lo sfacelo.

    • Così, Jaime, faglielo vedere!

– Come a Roma, che imparino il rispetto!

– E la finiscano con quei balli del cazzo!

Alla guida del caterpillar c’era il maggiore dei fratelli Valdez. Una testa calda. Prima che arrivassero i Bambini aveva provato a taglieggiare Doug, ma la canna di una carabina lo aveva messo in fuga insieme con i suoi fratelli e qualche altro perdente. Adesso lo stronzetto aveva finalmente trovato qualcuno alla sua altezza. Altri chicanos e dei neri mai visti prima erano insieme al resto della piccola folla. C’era anche qualche donna e due o tre ragazzine in shorts. Prudentemente schierate nelle retrovie, incoraggiavano mariti e fidanzati con fischi e grida.

Quanto ai grand’uomini, alcuni si limitavano a mostrare i pugni, altri brandivano minacciosi assi prese da qualche vecchio steccato. Riconobbe Mike, il meccanico, agitare al cielo una chiave inglese. C’era in pratica l’intero vicinato e anche qualcosa in più. Mancava solo Doug a completare il comitato di demolizione.

Ed si tolse il berretto e si grattò la testa. Avrebbe dovuto godere dello spettacolo, ma la buffa sensazione di turbamento era tornata a infastidirlo. Cercò invano di scacciarla, finché si accorse della causa: in mezzo al gruppo di Bambini c’era anche Black. Al contrario degli altri suoi simili, tutti fermi in gruppo, gli occhi vuoti come automi disattivati, il nanerottolo ingegnere lo fissava senza alcun timore, le stesse profonde rughe che gli aveva visto il giorno prima nel drugstore.

Un suono più secco, come di vetro che si infrangeva, attirò l’attenzione di Ed. Era Mike. Aveva appena tirato un calcio all’architettura di biglie, spargendole per ogni dove. Per qualche istante nessuno si mosse. Era come se avessero tutti pensato, Ed compreso, che quelle costruzioni fossero tanto aberranti quanto indistruttibili. Invece era bastata una pedata a infrangere l’incantesimo. Mike fissò istupidito una biglia rotolare fino a fermarsi contro un suo scarpone.

Come a un segnale convenuto, tutti gli umani si avvicinarono al gruppo di Bambini, roteando le loro assi e le altre armi improvvisate. I nanerottoli continuavano a rimanere immobili e Black a fissare Ed.

Al diavolo.

Il vecchio si calcò il berretto in testa e si infilò in mezzo alla folla. Quando a sua volta impugnò la Beretta, salì un mormorio di approvazione. Durò pochi istanti, finché Ed fece fuoco due volte verso l’alto e poi spianò l’arma contro la folla, prendendo alternativamente di mira Mike e Valdez. Il chicano era rimasto bloccato mentre scendeva dal caterpillar, un piede sul primo gradino della scaletta l’altro ancora nell’abitacolo. Le O di stupore che campeggiavano sulle bocche di tutti gli umani contrastavano con l’impassibilità sui volti dei Bambini.

– Nessuno attacca nessun altro vicino a casa mia – ordinò Ed perentorio.

– Calma, calma! – fecero alcune voci. Qualche donna cominciò a gemere.

Ed fissò la piccola folla. Gli occhi stretti a fessura e le labbra stirate sui denti avevano lasciato il posto a iridi sgranate e a palme tese in avanti. La determinazione omicida stava lasciando il posto alla paura di beccarsi una pallottola in fronte.

Bene. Stavano per sbollire. O quasi.

– Ehi, vecchio, vabbè che sei stato in polizia, ma questi sono…

– Sono cosa? – sibilò Ed, infilando la canna della Beretta in una narice di Valdez.

– Sono… solo… fottuti bambocci! – balbettò il giovane, spaventato.

– Errore, chico – ruggì Ed. – Sono i fottuti bambocci che stanno vicino a casa mia. Vedi di ricordartene.

Staccò l’arma dal naso del ragazzo e la puntò di nuovo contro l’intera folla, cercando lo sguardo di ciascuno.

– Ricordatevene tutti! Non voglio puttanate davanti al mio portico. Questi sono ancora gli Stati Uniti d’America, non la fottuta Italia del cazzo. E adesso via, circolare!

Alla spicciolata, scoccando sguardi colmi di imbarazzo verso l’Alveare semicrollato, uomini e ragazzi si dispersero nel quartiere. Ed fissò Valdez mentre si allontanava insieme ai suoi fratelli: camminando all’indietro, il giovane prima gli mostrò il dito medio, poi gli puntò contro l’indice, con rabbia. Non sarebbe finita lì. Scuotendo la testa, l’ex poliziotto rinfoderò la Beretta. Le mani sui fianchi, si girò verso i Bambini. Il gruppo era ancora radunato a fianco della casa danneggiata. Tutti inespressivi come statue, eccetto Black. Il piccoletto si fece avanti, incerto.

– Anima… ferita – sillabò, la voce impastata. – Altri, non può muoversi.

Di nuovo quel turbamento. C’era solo una cosa da chiedere.

– Cosa vuoi che faccia? – domandò Ed.

– Aiuta me… ricostruire.

5.

Ed si accostò a Black e, sforzando le vecchie giunture, gli si accosciò accanto. Il piccolo essere si era avvicinato alle rovine dell’Alveare e teneva le mani vicino a quanto rimaneva delle celle, come a carezzarle.

– Anima, ferita… – ricominciò a voce bassa, molto diversa dall’abituale tono querulo.

Ed allungò a sua volta una mano. Il materiale con cui era fatto l’Alveare era normale cemento da costruzione misto a mattoni, ma il tutto era amalgamato in maniera molto diversa rispetto a quella di una casa umana. Non sembravano esserci giunture, e i frammenti lacerati dal caterpillar sembravano parti di un’unica struttura prefabbricata, sottile, elastica eppure molto resistente.

Come carne, si ritrovò a pensare Ed, che scacciò subito il pensiero come una mosca.

– Come farai a rimetterlo insieme? – chiese a Black.

– Noi bravi a riparare, ricordi? – chiese il Bambino voltandosi a mezzo verso di lui.

Black chinò di nuovo il capo sulle rovine dell’Alveare e ne raccolse due pezzi a caso. Li riaccostò, senza curarsi se combaciassero. Cominciò a lisciarli, come se si trattasse di un vecchio orologio fermo. Il frammento si ricompose, senza segno della precedente frattura.

Come diavolo…?

L’aveva già visto fare, ma continuava a stupirlo. Black alzò gli occhi evidenziando un volto ancor più esangue. Le rughe in mezzo agli occhi assomigliavano sempre più ai due tagli che Ed aveva notato nel drugstore di Doug.

– Non chiederti come… Fai stessa cosa – mormorò Black – prendi due pezzi, io ripara insieme con te…

Incredulo, Ed si sorprese a prendere a sua volta due pezzi. Stavolta i bordi coincidevano, e riaccostarli fu semplice.

– Così, giusto – lo esortò Black. – Ora accosta le tue mani alle mie…

Il vecchio eseguì senza fiatare, la bocca ridotta a una linea. I polpastrelli tozzi di Black sfiorarono le sue mani e i frammenti che contenevano. Il volto del piccoletto si scolorò di un’ulteriore sfumatura, prendendo una tonalità giallastra.

Una cazzo di pianta, ripensò Ed.

Poi lo sentì ancora. L’abituale turbamento, stavolta, si accompagnava però a una specie di tremore, che lo pervase per qualche secondo, costringendolo a chiudere gli occhi. Dopo un’eternità, o solo qualche istante, li riaprì. Si guardò le mani e vide che anche il suo pezzo di muro adesso era intero. Fissò quindi Black, la bocca aperta in una O altrettanto sbalordita di quelle dei suoi concittadini mezz’ora prima.

– Non posso continuare… molto… – sospirò Black. – Ma… il più è fatto.

Un’altra mano tozza si posò sulla spalla del Bambino. Ed si girò e incontrò un altro paio di occhi sfaccettati. Un secondo Bambino si era staccato dal gruppo degli esserini in stand-by, ora apparentemente in grado di muoversi in modo autonomo. Black ricambiò il tocco del suo simile, e il suo volto subito riprese colore. Il nuovo piccoletto si accosciò e cominciò a sua volta ad accostare e ricomporre pezzi del puzzle che era stato l’Alveare.

In breve l’intero gruppo di Bambini si rianimò. Tutti si misero alacri alla ricostruzione. Ed si tirò su e si fece in disparte, osservando le piccole mani che accostavano, lisciavano, impilavano pezzi. In capo a un’ora sul giardino sorgeva un nuovo Alveare, in tutto simile a quello che era stato abbattuto dal caterpillar, eppure in qualche modo, ancora diverso. E studiare quella diversità incuteva all’animo un dolore del tutto nuovo. Non disagio, non nostalgia, ma…

Malinconia?

Incapace di tollerare quell’alieno magone, Ed spostò lo sguardo sull’erba. Notò che dell’Alveare distrutto non era rimasto nemmeno un frammento.

– E’… E’ esattamente uguale a quello di prima! Cioè… E’ uguale ma nello stesso tempo non lo è … E’ impossibile! – gridò alla fine il vecchio, vinto dal tormento.

– Sì e no – rispose Black, il sorriso che gli addolciva un volto di nuovo lucido e rosso di salute. – Stesso Alveare di prima, ma non uguale. Anima conserva memoria di forma in nostri pensieri e memoria di quanto accaduto nei suoi.

– Vuoi dire che questa casa… pensa?

– Anima pensa quello che noi pensiamo e percepisce ciò che è intorno. Prima Anima quasi uccisa, e noi quasi morti con lei. Tu hai salvato tutti noi.

– Io… io non ho salvato proprio nessuno! – replicò Ed, spaventato. – Avete fatto tutto da voi!

– Se tu non av… avessi aiutato me a cominciare – spiegò Black, la sintassi più chiara a ogni momento che passava – io non sarei riuscito a … svegliare altre Parti. Il Tutto si compone di Parti, senza Parti non esiste Tutto, e questa Parte che tu chiami Black aveva b… bisogno di.. tuo aiuto per… riprendere catena.

– Ma perché io? – domandò Ed accorato. Perché avevate bisogno proprio di me?

– Perché…

Il Bambino a un tratto zittì. Prese aria con fatica, la membrana nittitante scese più volte a inumidire gli occhi improvvisamente opachi.

– Adesso… Black molto stanco. – riprese incerto. – Bisogno di entrare in Anima per riposo. E per parlare ad Anima di… Qual è tuo… nome?

– Ed. Mi chiamo Ed. – rispose il vecchio. Avvertiva le gote umide e si sentiva strano. Esausto, come se un intero mondo gravasse sulle sue spalle. E poteva giurare che non si trattava dei suoi settantacinque anni.

– Al diavolo – borbottò infine scacciando lacrime e malessere con una mano. Guardò Black ritirarsi nell’Alveare e fece per rientrare a sua volta in casa. Fu allora che si accorse delle biglie sparse in giardino. Si chinò a raccoglierne prima una, poi una seconda, poi ancora un’altra. Quando un’ora dopo si rialzò dall’erba, non riuscì a credere a quello che aveva realizzato a sua volta, senza mastici e senza collanti: una nuova arcologia in miniatura, un cilindro che si avvitava su se stesso per poi puntare verso il cielo a un’impossibile angolatura di quarantacinque gradi. In preda al panico, Ed fece qualche passo all’indietro, poi si girò e fuggì, barricandosi in casa.

6.

Ed.

Emma lo aveva chiamato per aiutarla in cucina. Non lo aveva mai fatto con piacere, ma stavolta aveva intuito che sua moglie aveva bisogno di lui. Così si era affacciato con una certa apprensione dalla porta del soggiorno e aveva visto la familiare silhouette curva sul piano di lavoro. Poi, lentamente, Emma si era girata…

Ed? – lo aveva chiamato la bocca che conosceva così bene, dalle labbra piene e sensuali. Dall’amato sorriso, però, si erano estruse due impossibili mascelle da insetto, così come insettoide era diventata la testa, gli occhi insieme umani e sfaccettati, il collo segmentato che si agitava su un busto innegabilmente femminile.

– Andrà tutto bene, Ed. Resteremo sempre insieme, tu e io.

Poi erano spuntati arti sottili e pelosi, e il corpo snello si era abbattuto sul pavimento. Emma aveva incominciato a zampettare verso di lui, mentre la cucina si trasformava in una delle celle esagonali dei Bambini…

Ed aveva gridato ancora e ancora, finché non si era ritrovato in un angolo del letto, il lenzuolo fradicio di sudore stretto fra le dita.

Mollò la presa, registrando solo con una parte di se stesso l’assenza del solito dolore sordo nelle dita artritiche.

Andrà tutto bene, continuava a sibilare nella sua testa la voce dell’insettoide-Emma.

– Maledizione, e ancora maledizione! – imprecò Ed massaggiandosi le dita.

Si alzò, e incerto si affacciò alla soglia della cucina. Per un assurdo istante aveva temuto di rivedere la cella esagonale e strisciarci in mezzo a propria volta come uno scarafaggio. Infine si decise ad accendere la luce. La cucina era ancora lì, uguale a come l’aveva lasciata prima di coricarsi. Con una mano tremante Ed ispezionò l’armadietto degli alcolici. Prese una bottiglia e si versò due dita abbondanti di whisky. Bevette d’un fiato e dallo stomaco il calore si diffuse subito alla testa, esplodendogli dietro gli occhi.

Appoggiò la nuca al muro e respirò lentamente, fino a calmarsi.

Solo un fottuto incubo.

Si staccò dalla parete e si ritrovò in mezzo alla cucina, il cuore gonfio d’ira. Fuori dalla finestra scorse, illuminata dalla luna, la forma troncoconica dell’Alveare.

– E’ tutta colpa vostra, maledetti sgorbi! – gridò, agitando il pugno all’indirizzo della struttura aliena. – State fuori dalla mia testa, avete capito?

Lanciò la bottiglia sul pavimento, infrangendola in mille pezzi. Quando si chinò per ripulire, si accorse con meraviglia che la schiena non gli faceva più male e che le ginocchia non gridavano di protesta. Si guardò le mani: le dita che stringevano lo strofinaccio erano lunghe e forti come tanti anni prima. Non c’era alcuna traccia dei gonfiori nodosi che per tanto tempo gli avevano tormentato nocche e articolazioni. Anche la noiosa tendinite che gli aveva bloccato per mesi entrambi gli avambracci sembrava passata.

Andrà tutto bene…

Corse verso il bagno, appena cosciente che le gambe non cedevano come al solito. La faccia che gli rimandò lo specchio era sì, allucinata, gli occhi iniettati di sangue e la barba ispida. Dov’erano finite però la canizie, le occhiaie e la pelle cadente? Si passò una mano sul volto. Lo trovò tonico ed elastico. Si tirò i capelli: erano di nuovo folti, e soprattutto neri come una volta. Si diede un pizzicotto, prima leggero, poi accentuando la pressione fino a farsi male. Nessun cambiamento: l’immagine nello specchio era quella di un uomo in piena salute fra i trenta e i quarant’anni.

– Cosa mi hai fatto, bamboccio? – mormorò Ed guardandosi atterrito. – COSA MI HAI FATTO?

Uscì in giardino, continuando a urlare. Il grido si spense nelle sue orecchie quando si trovò di fronte all’Alveare. Era come se occhi invisibili lo spiassero attraverso quei muri, lisciati fino all’impossibile.

Andrà tutto bene. Devi solo…

– Smettila di parlare dentro la mia testa, stronzetto! Esci fuori di lì, mi senti? Cosa mi hai fatto? Aspetta che ti metta le mani addosso! Vieni fuori e dimmi che cazzo sta succedendo!

Mentre le sue parole echeggiavano nella notte e tra le case del quartiere, Ed si rese conto di un’ulteriore stranezza. Nessuna luce si era accesa, nessuno era uscito fuori per vedere cosa stesse succedendo al vecchio Ed che non era più il vecchio Ed.

Sulla soglia dell’Alveare in quel momento comparve Black. Un momento prima non c’era, un momento dopo era lì, come se ci fosse sempre stato. La mano di Ed corse di nuovo alla fondina, estrasse la pistola e la puntò stavolta sul volto di porcellana della creatura.

– Adesso mi racconti tutto o ti faccio esplodere quel cocomero marcio che porti sul collo – minacciò Ed con un filo di voce. – Che cosa mi hai fatto?

– Questo è il dono dei Bambini – scandì Black con voce triste.

– Come… come?

Ed non riusciva a formulare altri concetti.

– Ha importanza? – rispose il Bambino.

– E’ stato quando mi hai toccato, vero?

– Il nostro DNA è molto… attivo – cominciò Black studiando le parole. Allargò l’enigmatico sorriso. – Possiamo adattarci a qualsiasi codice genetico, manipolarlo e modificarlo. Non ho fatto altro che… darti una ripulita. Invecchiare è… accumulare sporco. Io l’ho levato.

– Ma perché? Perché proprio io? – farfugliò Ed. Black non esitava più mentre parlava e il suo tono da triste era diventato solenne. Il piccoletto pareva addirittura più alto.

– Non sei solo tu, infatti – rispose il Bambino. – Ce ne sono altri. Questo mondo può essere molto meglio di com’è. Come altri mondi. Non tutti, però.

– Di cosa stai parlando?

Andrà tutto b…

– Andrà tutto bene, Ed. Devi solo… fare un viaggio.

7.

Ed continuava a guardarsi senza credere a quello che era successo. Le braccia non erano più secche come bastoni. Carne e muscoli sembravano esservi cresciuti sopra, come su tutto il resto del corpo, dandogli un aspetto sano di…

Frutta matura?

Il paragone gli si evidenziò spontaneo. Del resto, sotto a quel colorito rosato che adesso gli dava un aspetto sano e giovanile, sembrava esserci una sfumatura diversa, tra il giallo e il verde.

– Sto diventando una dannata pianta anche io? – chiese a Black che gli trotterellava a fianco.

– Bisogna cambiare per migliorare – sentenziò il Bambino. – Adattamento, questa è la chiave.

– Ma non sono più io. E soprattutto, a che cosa serve tutto questo?

– Volevi capire, no? E adesso apri gli occhi.

Il cuore batteva in fretta nel petto di Ed, ma senza la presenza dolorosa degli ultimi anni. Mentre seguiva Black su per quella salita, in alto, verso la cima della collina, si meravigliò di sentire appena un po’ di respiro corto. Niente di peggio di quando, sessantenne, faceva ancora jogging. Raggiunse infine il Bambino sulla cima, in tempo per vederlo allargare le braccia a comprendere l’intero panorama.

– Guarda, Ed.

In nome di Dio, quando li hanno costruiti?

Sotto di loro, nella foschia, una distesa regolare di Alveari. A centinaia, a migliaia, quei tronchi di cono affollavano la campagna, formando come un ordinato slum alieno. Simili agli antichi disegni dei canali marziani, passaggi cilindrici li collegavano l’uno all’altro. Aveva sentito parlare degli agglomerati suburbani che i Bambini avevano formato un po’ dappertutto, ma vederli così andava oltre ogni immaginazione.

Ed poggiò le mani sulle gambe e riprese fiato.

– Vi state preparando alla conquista del mondo? – chiese infine, con un filo di voce. Non poté evitare però di flettere e rilassare i suoi nuovi muscoli, guizzanti come pesci nel mare.

– Vedo che la tua nuova condizione non ti dispiace del tutto – osservò Black strizzandogli un occhio. La membrana nittitante discese e risalì rapida sull’iride sfaccettata.

– Ti piacciono i gesti umani, vedo.

– Sono… interessanti. Sintesi efficaci di sentimenti complessi. Ma c’è di più. Vieni ancora con me.

La mano tozza prese gentilmente il palmo ora soffice di Ed, guidando l’uomo giù, verso la valle. La foschia si diradò al loro passaggio, scoprendo costruzioni sempre più complesse e bizzarre. Ai tradizionali alveari si alternavano arcologie di biglie e di sfere traslucide di ignota provenienza, tutte accatastate in strutture curve e ritorte, circonvoluzioni simili a spire cerebrali che poi finivano tutte per svettare verso il cielo ad angolazioni impossibili. Le dimensioni di quella che appariva ormai come una vera e propria metropoli turbarono Ed, ma nello stesso tempo lo confortarono, come una sorta di ritorno a casa.

Andrà tutto bene…

Il sentiero che stavano percorrendo si trasformò in un’ampia strada in terra battuta. Sfilarono tra gruppi di Bambini che li salutarono agitando le mani, fino a trovarsi in una specie di ampio viale delimitato ai lati da edifici immensi a pianta esagonale e con grandi porte e finestre simili a sezioni di celle.

Dalle aperture sciamarono verso di loro grandi esseri dal corpo segmentato e dotato di otto paia di zampe setolose per lato. Robuste mandibole inquadravano musi appuntiti con occhi allungati, stranamente umani. Iridi verdi e azzurre, che solo da vicino mostravano la stessa sfaccettatura di quelle dei Bambini. E ciascuna creatura portava, accomodati in selle appese lungo i possenti fianchi, almeno quattro piccoletti. I Bambini erano intenti a ripulire gli insettoidi, a esaminarli, a strofinarcisi sopra come a coccolarli.

Prima di pensarci, Ed si ritrovò a passare una mano sul ventre di una di quelle enormi creature. Era caldo, e pulsava con regolarità. Chiedeva amore e conforto.

Fluidi da scambiare.

Ed chiuse gli occhi.

Emma.

    • Capisci, ora? – chiese la voce di Black.

    • Sì. – mormorò Ed.

C’erano sempre stati, avevano atteso solo il momento più giusto per reclamare il loro retaggio.

La linfa scorse dalle profondità dei vasi rinnovati di Ed per giungere in superficie, là dove la pelle della creatura avrebbe potuto assorbirla, rilasciando in cambio endorfine.

Lui si abbandonò alla sua nuova condizione.

Andrà tutto bene.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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