Il demone del gioco

feather_in_front_of_the_sun_by_TiaraMiaFeather in the Machine, o se preferite, Il demone del gioco, è un racconto in cui mi diverto un po’ fuori dai miei abituali carruggi, vale a dire sconfinando nel fantasy. E partendo invece, come si vedrà, da dati di fatto dolorosamente reali, e se vogliamo un po’ banali, come un pensionato che brucia i propri risparmi giocando compulsivamente alle slot machines dal tabaccaio. Buona lettura!

FEATHER IN THE MACHINE

– Tutto quel che deve fare è dedicarci parte del suo tempo e osservare ciò che accade. E del resto mi pare che di tempo al momento lei ne abbia in abbondanza, giusto?

– Vero, però…

– Suvvia, signor Bisio, sono ventimila euro. Non mi dica che non le fanno comodo!

Oh, sì. Dannatamente comodo.

Gianni si agitò sulla sedia. A 35 anni, dopo più di tre lustri passati a sgobbare all’Università e nelle tasche un misero contratto a progetto, non c’era da guardare molto per il sottile. L’uomo dall’altra parte del tavolo sorrise ancora.

Magari mi ci rimetto a posto la mia, di bocca, pensò fissando l’abbagliante chiostra del suo interlocutore. Questi accentuò la sua espressione compiaciuta, le luci del bar che facevano rifulgere denti lunghi e perfetti. La barbetta tagliata corta disegnava un elegante triangolo nero, che faceva risaltare l’incarnato pallido del volto.

L’ospite sporse una mano affusolata e fece scivolare un fascicolo marrone sul piano del tavolino.

– Qui c’è tutto quel che le serve. Un assegno di cinquemila euro per cominciare il lavoro, e gli indirizzi dei bar che ci interessano. E, oh – aggiunse infilando l’altra mano in tasca e cavandone un oggetto rettangolare e sottile – qui c’è uno smartphone per le sue comodità. C’è anche un navigatore integrato che le permetterà di trovare all’istante i posti dove andare. Mi sono permesso di evidenziare quelli più … appropriati per la sua ricerca.

Gianni afferrò in automatico telefono e dossier.

– Io… Io non so che cosa dire…

– Non deve dire niente. Faccia solo quel che vogliamo che faccia. Sappiamo che lei lo sa fare bene. Mi creda, dopo anni di oscuro lavoro qualcuno si è accorto di quanto lei valga e anche se di questi tempi, mi capisce, non ci sia trippa per gatti, c’è sempre modo di guadagnare qualcosa con ricerche… non convenzionali.

L’uomo con la barba strizzò un occhio, complice.

– Non mi dirà che adesso qualche grande azienda si è accorta della mia professionalità – protestò Gianni cominciando a vedere nel suo interlocutore un potenziale imbroglione. – E’ proprio sicuro che questi soldi siano veri?

Gianni aprì la busta rossa contenuta nella cartellina e impallidì: dieci banconote verdi nuove nuove. Cinquemila euro. Se erano falsi, bè, si trattava di un falso ben realizzato. Si ripropose di far controllare il denaro, ma già prima di mettere in tasca la preziosa busta sapeva che non ce ne sarebbe stato bisogno. Quelli, insisteva una vocina, erano soldi autentici, e arrivavano proprio al momento giusto, per lui e per Lisa. L’uomo di fronte a lui continuava a sorridere.

– Eh, caro amico, i soldi! Quando sono tanti non c’è bisogno di tante chiacchiere, vero? Bene – tagliò alzandosi e riabbottonandosi la giacca di un completo antracite nuovo fiammante come le banconote. – Si prenda il suo tempo, ma non esageri. Il mio principale è paziente, ma alla fine vuole risultati. Ci occorre un uomo della sua esperienza e con il suo bagaglio umano per capire esattamente come accade che…

-… Come accade che persone normali cadano preda del gioco, sì, me lo aveva già scritto per email. Ma ci sono centinaia di saggi sul tema del cosiddetto demone del gioco. Della dipendenza dal gioco, cioè. Si tratta di una patologia…

Di colpo il sorriso scomparve del tutto dalla faccia dell’uomo con la barba. Era come se quei lineamenti non avessero mai conosciuto l’ilarità.

– Caro amico – riprese con voce profonda – non si faccia trasportare dal luogo comune. Non lei, esperto di antropologia e religioni antiche! E soprattutto non ora che ha in tasca cinquemila euro che appartengono alla mia azienda. Affronti questa ricerca con serietà. Consideri ogni piega del problema. Vada a fondo qui – aggiunse passandosi una pallida palma sulla fronte – ma non trascuri di concentrarsi anche qui – precisò sfiorando con le dita un punto in mezzo al petto. – Sia razionale – sintetizzò infine – ma non dimentichi il suo cuore. Rizzò l’indice in un gesto di ammonimento, poi tornò a sorridere.

– Ma lei è un professionista, dunque non le rubo altro tempo. Si affretti, il lavoro la aspetta!

– Un momento, signor… Refne? – interruppe Gianni, realizzando di non ricordare nemmeno il nome di quell’uomo, se non il buffo alias utilizzato per email – Perché proprio le slot machines?

– Capirà a momento debito.

Il sorriso indugiò per qualche istante sul volto di Refne, poi svanì come brina al sole. L’uomo si girò e presto il suo completo grigio si confuse insieme ad altri mille nella folla.

2. Macchinette

Gianni odiava le slot-machines. Fra tutti i tipi di gioco d’azzardo, pensava, erano sicuramente il più ripetitivo e ottuso. Ci si sedeva davanti alla consolle, si mandavano a memoria dati illusori come la mancata ricorrenza di certi numeri o simboli, e si facevano calcoli astrusi circa la possibilità di evocarli tramite un secco colpo su un bottone, o una leva, come stava facendo la vecchia fumatrice seduta davanti a lui.

Un alone di fumo azzurro a nasconderle il viso, la megera, pesantemente truccata, sedeva su un alto trespolo ed eseguiva un preciso rituale. Con la mano destra agitava un pugno di spiccioli, una decina di euro in monetine da cinquanta centesimi, poi dardeggiava uno sguardo tutt’intorno a controllare quello che ormai da tempo pareva essere il suo territorio. La prima volta che Gianni era entrato nel bar l’aveva colta nel gesto di abbassare la leva consumata. La vecchia non era riuscita a fermarsi in tempo e la macchina aveva sputato un verdetto negativo. Un uccello, un mattone, un quadrifoglio, aveva risposto il display. L’anziana aveva imprecato sottovoce, fulminando con lo sguardo lo sconosciuto avventore. Col passare dei giorni, però, complice un certo regolare tintinnare della macchinetta, la giocatrice si era abituata alla presenza di Gianni, promuovendolo pian piano da elemento di disturbo a tappezzeria vagamente propiziatoria.

Niente di che, vincite da pochi euro, qualche decina al massimo, ma abbastanza perché l’anziana aspettasse con ansia quello che si era rivelato come il suo nuovo portafortuna. Salutava Gianni con una smorfia lasciva, una strizzata d’occhio che sembrava alludere a chissà cosa, poi si rigettava con avidità nella fonte vera di ogni sua cupidigia. Accarezzava la cloche della slot-machine come un’amante, sfiorava con passione figure impresse in colori che un tempo erano stati vivaci, e che adesso invece erano sbiaditi per le tante palme che le avevano toccate. Mormorava tra sé per qualche secondo e infine con un movimento secco, sempre lo stesso, spingeva la leva, aspettando poi con ansia il risultato. Sempre più di frequente, positivo.

– Anna, stai diventando troppo fortunata, eh? – interloquì a un certo punto la barista. Wilma, un donnone di una cinquantina d’anni, sempre di buonumore, da qualche giorno sembrava turbata dalle continue vincite della sua cliente.

– Come se ce le mettessi tu, le palanche – ribatté con voce cavernosa l’anziana. Gianni non l’aveva mai sentita parlare, prima. In qualche modo assurdo si era convinto che la giocatrice non potesse fare altro che sussurrare, per non inimicarsi le profane divinità che presiedevano alla sua occupazione esclusiva. Scosse la testa al pensiero. Sto cominciando a ragionare proprio come questi pazzi, si rimproverò con asprezza. Ma in fondo non c’era da meravigliarsi, si disse. A Genova, prima o poi, la scimmia del gioco capita a tutti.

E in fondo, se arriva la botta giusta, quella grossa – continuò la megera – farà comodo anche a te, Wilma. Andrai in televisione, tu e il tuo bar di merda. Verranno quelli del TG regionale, e magari ti vedrai anche sul TG1… Che ne pensa, lei, signore?

Gianni sobbalzò. Non si aspettava che la sua protetta rompesse l‘incantesimo apotropaico rivolgendoglisi direttamente.

– Non… Non lo so, signora. Non sono un giocatore.

– Certo, certo. Però perdi ore a guardare me che gioco. Ho abbastanza anni per capire che non è per le mie grazie, anche se non mi dispiacerebbe, a dirtela tutta. E non che mi dispiaccia che tu mi porti fortuna con questa piccolina…

Batté un colpo affettuoso sulla macchinetta, ricevendone in risposta un ronzio più sonoro, come di un gatto che fa le fusa.

– Lo vedi? Piaci anche a lei. Ma adesso, amico portafortuna, mi spieghi che accidenti ci sei venuto a fare qui.

Gianni guardò la vecchia negli occhi. Erano azzurri e duri, come biglie di vetro. A sottolineare la domanda, la slot-machine smise di ronzare. Con un gesto automatico la vecchia tornò ad abbassare la leva, provocando una nuova, sonora cascata di monete. A occhio, oltre sessanta euro.

– Sì, decisamente occorre una spiegazione – intimò la vecchia, inchiodando Gianni al suo sguardo.

3. Spiegazioni

– Vede, comincia tutto con una ricerca…

– Una ricerca? – interruppe l’anziana – Cioè tu non saresti un perditempo, ma uno studioso?

– Che lei ci creda o no, mi hanno assegnato il compito di studiare questa forma di gioco d’azzardo e…

Gianni si interruppe. La vecchia continuava a studiarlo. O meglio, con un occhio continuava a speculare sulla slot-machine davanti a lei, con l’altro considerava il suo interlocutore con interesse.

Prima osservazione, rimarcò Gianni in un appunto mentale, i giocatori da macchinette non sono tutti ottusi maniaci compulsivi.

Oh, bè, non del tutto, almeno. La sua protetta di sicuro era schiava del suo vizio, ma non era un’ignorante.

– Quindi tu vorresti sapere come… funziona?

La voce della vecchia gli arrivò da molto lontano.

– S…Sì, bè, la ricerca ha questo scopo. Scoprire i meccanismi, capire perché persone…

– Capire perché persone del tutto normali, o magari anche rispettabili su riducano come me, giusto?

– Non è come pensa lei, io…

– Oh, sì che lo è. Ma non ha importanza. Lo sai che da quando frequenti questo bar ho vinto duemila e ottocentosessantadue euro?

Belìn, imprecò tra sé Gianni ricorrendo al repertorio di suo zio pilota in porto. Avrebbe giurato che si trattava solo di pochi spiccioli, e invece… Era una piccola fortuna, strano che la storia non fosse ancora trapelata. Scambiò un veloce sguardo con la barista. Wilma alzò le sopracciglia e sbuffò. Gianni avrebbe giurato di notare un velo di preoccupazione dietro l’abituale cipiglio burbero.

– Sono tanti soldi – si decise a dire alla fine.

– Tanti per una macchinetta, sì – rispose l’anziana. – Ma visto che dobbiamo lavorare insieme, non credi sia il caso di presentarci? Io mi chiamo Anna.

Tese una mano screpolata ,tracce di smalto rosso fuoco sulle unghie malcurate. Gianni la strinse senza calore.

Gianni – disse infine.

– Un nome comune, sei proprio un signor nessuno, eh? L’ideale per portare fortuna. Ma bando alle ciance, signor sconosciuto comparso all’improvviso. Adesso vuoi fare qualcosa per me?

– Cosa?

– Non ti preoccupare, ti ho detto che ti avrei aiutato, no? Adesso, Gianni, mettiti in piedi dietro di me e guarda. Guarda e ascolta. Se è come penso io, capirai. Non subito, ma capirai. Capirai tutto.

Capirà tutto a tempo debito, aveva detto Refne.

A disagio, Gianni si mise in posizione. Anna si assestò sul suo trespolo e si accese un’altra sigaretta. Nella nebbia azzurrina non sembrava più una vecchia barbona, ma una regina che si apprestava a fare ingresso nella sala del trono. Si girò a mezzo, nelle biglie che aveva al posto degli occhi si rifletteva la luce intermittente irradiata dal display della slot-machine.

– Sei pronto?

Gianni aprì la bocca, ma non riuscì a emettere suono.

– Eccellente, lo senti già. – si compiacque Anna. – Adesso, prima che la porta si apra, devi sapere alcune cose…

All’improvviso Gianni si accorse del silenzio, tanto improvviso da potersi toccare. Una cortina di velluto, tanto soffice quanto impenetrabile. Il resto del bar, Wilma, gli altri avventori, tutto era sparito dietro quel bizzarro sipario.

– Non ti distrarre – ordinò secca Anna. – Questa è solo la soglia. Prima devi sapere ciò che conta. E ciò che conta sono tre cose: la ciliegia, l’uccellino e il cuore. Altrove sono la mela, il fiore e la nave, o quel che più ti piace. Quel che conta è che sono tre. Tre di ciascuno, tre passaggi. Come forse già saprai, una sola di ciascuno o una coppia non contano nulla. Ma adesso guarda.

La macchinetta sfavillava come un’astronave. Il trono di Anna si era trasformato in una consolle, il display che sembrava occupare lo spazio di una finestra. Una finestra tripartita, che tremò allo scatto sonoro di uno scettro istoriato di gemme. Possibile che fosse quella leva consumata?

– Lo vedi anche tu, adesso? – chiese trionfante Anna. – Capisci ora perché non c’è altro? Perché non può esserci altro? No, non ancora, forse. Non del tutto. Prima devi entrare per la Porta.

Lo scatto e il tremore lasciarono spazio a un ronzio dalla frequenza sempre più bassa. A Gianni vibrarono le ossa, dallo stomaco salì un calore intenso che prese possesso della sua spina dorsale e risalì verso la testa. Gli occhi si annebbiarono. Batté le palpebre, e il display davanti a lui si allargò a dismisura, inghiottendo ogni altra cosa. C’era solo quella finestra, sempre più grande, e come uno scorrere di ombre fantasmatiche. Pian piano la sarabanda prese corpo, rivelando una terna di forme rosse e familiari.

Gianni alzò una mano. Cadde in avanti, senza potersi fermare.

4. La porta

Si ritrovò in una radura erbosa, ai piedi di un albero carico di macchie rosse. Si avvicinò, e prima che potesse formulare la parola, un frutto maturo e perfetto fece capolino in mezzo agli steli verdi.

Ciliegia! Sentì proclamare da qualche parte dentro di sé. Un’affermazione che echeggiò a lungo, in un sottofondo che avvertiva crescere. Un brusio, un clamore lontano. Si guardò intorno, una brezza dolce che gli scompigliava i capelli. Oltre l’albero di ciliege, un sentiero bianco portava in cima a una collina. Percorse affascinato il dolce declivio, fino ad affacciarsi alla sommità dell’altura. Il clamore risuonava adesso più urgente, con singole voci che si levavano, come a invocare qualcuno o qualcosa. Una ridda che si faceva più ansiosa di momento in momento, di passo in passo.

Gianni si affacciò infine a una sorta di gradinata naturale, che scopriva un panorama esteso per… Chilometri. Centinaia di chilometri, se basta. O Dio. O mio Dio.

In basso, ai piedi di quell’anfiteatro naturale, marciava una colonna infinita di uomini, donne e bambini. Curvi, esausti e dolenti, spinti e incalzati da creature simili a cefalopodi, rivestite di enormi conchiglie a spirale, che procedevano a scatti muovendosi su tentacoli chitinosi. Gli aguzzini avevano anche delle umanissime braccia, che sporgevano dai lati della loro corazza. Reggevano bastoni o spade, incalzavano le loro vittime.

Laciliegialaciliegialaciliegialaciliegialaciliegialaciliegialaciliegia…

Gianni si rese conto all’improvviso che il clamore erano migliaia, milioni, forse, di voci, che ripetevano all’infinito la stessa parola.

Dammi la ciliegia! Proruppe alla fine una voce più forte delle altre. Gianni mise a fuoco l’immenso corteo, e distinse in lontananza una mischia. Centinaia di creature che lottavano, spinte e pungolate dalle loro guardie corazzate. Dal trambusto emerse un enorme torso, che salì fino a torreggiare in cielo. Un volto immenso, affamato e implorante. Gianni natté le palpebre, vagamente consapevole di avere visto una scena simile in un dipinto di Bosch. O di Breughel, forse?

E’ tutto nella mia immaginazione. Devo solo…

DAMMI LA CILIEGIA!

La collina e l’infinita valle ai suoi piedi sparirono, come sparì l’oscena migrazione di dolenti. Gianni si ritrovò nel suo letto. Era notte fonda. Aprì gli occhi e vide incombere su di lui una figura. Un uomo anziano, in maglietta e calzoncini. Suo padre. E insieme, realizzò, lo stesso volto, la stessa fame di quella figura in cielo. Fermo, impalato come se lo stesse fissando da ore. Proprio come faceva suo padre quando…

– Dammi la ciliegia. – echeggiò ancora una volta la voce, con urgenza.

Gianni brancicò sotto il lenzuolo, e subito trovò quel che cercava. Tese il frutto, maturo e carnoso, all’apparizione, che lo prese con delicatezza, per poi portarlo alla bocca. Lo morse, evidenziando denti neri e spezzati, e lo divorò. Succo rosso scuro colò denso sul suo mento, grosse gocce caddero per terra. Un suono cupo, che si ripeté fino a tramutarsi di nuovo in clamore e urla.

– Hai scelto. Hai aperto la porta. Ora basta, torna e richiuditela dietro!

La voce di Anna lo riscosse. Si ritrovò in piedi, davanti al display della slot-machine, che evidenziava una terna di ciliege, rosse e allegre. Barcollò, finché la mano di Anna, sorprendentemente forte, non lo sorresse.

– Guardami. Ora. Sei tornato. Cominci a capire adesso?

Il clamore si trasformò in un tintinnio intenso, e in voci eccitate che si sovrapponevano. Gianni aprì gli occhi e si ritrovò davanti il volto eccitato di Anna. Le biglie dure dei suoi occhi sfavillavano di emozione, mentre le mani dell’anziana si tendevano a coppa sotto la buca della slot-machine. La macchinetta sputava, apparentemente senza fine, una cascata di monete da uno e due euro. Quando il flusso finalmente si arrestò rimasero solo le voci di Wilma e degli altri avventori del bar.

– Ma è impossibile!

– Saranno più di duecento euro!

– Ma come fa quella macchinetta a contenere tanto denaro?

– Guardate quell’uomo. Se l’è fatta sotto!

Gianni strinse le palpebre, cosciente degli sguardi che si appuntavano prima sulla slot-machine, e poi su di lui. Uno sguardo fugace a una delle pareti a specchio gli chiarì il perché: era pallido come un morto, e sul davanti dei pantaloni gli era comparsa una chiazza giallastra.

– Io… C’era mio padre lì dentro. Mio padre stava per…

Gianni richiuse gli occhi. Rivisse il dolore e l’umiliazione. Risa e grugniti, il peso sulla schiena. Qualcosa gli percorse una guancia. Si grattò via una lacrima

Ehi, Gianni. Guarda me. C’è sempre un prezzo da pagare per la fortuna. Questa è la prima cosa che devi capire. Poi però è semplice. Apri una porta, scegli, la richiudi. E’ facile. Non ti distrarre adesso. La dea bendata è sempre in corsa. Va agguantata finché è possibile. Anna strise le mani come due grinfie. Monete da un euro le sfuggirono dalla presa, andando a rotolare per terra. Un ubriacone si avvicinò per raccoglierle. L’anziana lo scalciò con insospettabile forza, facendolo gridare. L’uomo si ritirò brontolando.

E soprattutto la fortuna è di chi la conquista, non fartela mai rubare! – soggiunse la vecchia, sorridendo compiaciuta. – Vieni, è tempo di aprire un’altra porta. Vediamo se ci riesce di volare, stavolta!

6. Allodole

Stavolta, quando Anna abbassò la leva-trono, le gemme di cui era istoriata rifulsero solo per un istante: il display della slot-machine si allargò mostrando l’ormai familiare barbaglio, uno scorrimento veloce, sagome che si muovevano e si agitavano su uno sfondo bianco, che in breve si allargò fino a conquistare l’intera prospettiva di Gianni. Niente più erba però, ora, sotto i piedi, nessun albero, ma solo distese e pietraie che scorrevano sotto in quello che appariva essere un volo radente. Il cielo era grigio chiaro. Non nuvoloso, non si scorgevano cumuli né altre forme a ingombrare l’azzurro, ma solo una cortina uniforme e traslucida, senza alcun sole.

– Sei molto dotato, ragazzo mio – risuonò in un punto imprecisato la voce di Anna. Davvero, molto, molto dotato. Voltati appena, sono dietro di te.

Gianni girò lo sguardo sopra una spalla. Scorse la forma aggraziata di una libellula, il corpo segmentato sostenuto da grandi ali da insetto, che vibravano ad alta frequenza, a mo’ di quelle dei colibrì. Sulla testa dell’insetto campeggiavano due grosse biglie azzurre. Gli occhi di Anna. La visione gli trasmise una vertigine. Tornò a fissare avanti a sé, e si imbatté in una sezione del proprio corpo, setole e chitine che si agitavano febbrili. Fu preso dal panico, il ronzio delle ali perse frequenza, e il paesaggio sottostante cominciò ad avvicinarsi, sempre più veloce. Stava cadendo.

– Non ti emozionare – ordinò di nuovo la voce di Anna. – Ecco, così. Basta pensare a volare e si vola. Non c’è fretta. Loro verranno, lo so. Basta aspettare. Non lo senti anche tu?

Gianni tentò di stringere le palpebre, ma non ci riuscì. Gli occhi rimanevano aperti, e il paesaggio scorreva, avrebbe detto, con uno strano aspetto sfaccettato. Non avendo una bocca, ma una proboscide, da qualche parte dentro il suo nuovo sé sorrise alla consapevolezza di essere diventato a sua volta un insetto. Stranamente questa coscienza lo sollevò. Riprese quota e assetto.

Dopo istanti che gli parvero lunghissimi, al ronzio delle loro ali vibranti si aggiunse nell’aria un nuovo suono. Più attutito, come un battito ritmico di una materia diversa, molto più pesante e resistente. D’istinto Gianni accelerò il suo volo, in tempo per scorgere sotto di sé un lungo serpente scuro, punteggiato da punti più grossi. Prima ancora di sforzare la sua vista da libellula sapeva già di cosa si trattasse: il lungo corteo di dolenti, stavolta da un’altezza molto maggiore. Cercò di scorgere l’immensa lontananza verso la quale la processione si dirigeva, un chiarore rosso intenso e bruciante.

Poi le tre allodole furono sopra di loro. Il piumaggio tra il grigio e il marrone, il ciuffo sopra il capo, gli occhietti neri e vivaci, il becco lungo e aguzzo, alte strida di eccitazione e di giubilo. Una visione che un tempo lo avrebbe entusiasmato e commosso, stavolta lo riempì di terrore. I tre uccelli erano in caccia, e loro, lui e Anna, erano la preda.

O forse no, non ancora. Velocissime, le tre cacciatrici si gettarono sulle loro tracce, fendendo l’aria. Tre missili di carne, piume e ossa cave che, in perfetta coordinazione, divisero il suo volo da quello di Anna, isolando la libellula più lenta e vulnerabile. Invano la sua compagna cercò di sfuggire all’assalto. Accelerò e scartò, abbassandosi e alzandosi di quota, finché uno degli inseguitori la colpì con una zampata. Un affondo nemmeno tanto violento, ma abbastanza forte da interrompere il volo dell’insetto e a lesionare gravemente le sue delicate ali. Anna turbinò nell’aria animata dalle strida trionfanti delle allodole, fino ad arrivare alla portata di una di queste. Il colpo che Gianni vide assestarle la piegò in due all’altezza del terzo segmento ventrale, e la abbassò a portata di becco di un secondo predatore. Questi lo aprì e lo chiuse in un istante, tagliando la libellula-Anna in due. I tronconi cominciarono a ricadere, ma vennero recuperati al volo dalle allodole, che se li disputarono in brevi istanti, prima di farli sparire del tutto.

Oh, Dio.

Non c’era tempo per chiedersi se fosse possibile morire in questo mondo, e se ciò che aveva appena visto fosse vero. Gianni accelerò ancora, abbassandosi verso la cima di alcuni alberi isolati, avanguardia stenta di un bosco che ricopriva parte della desolazione, sulla strada verso il chiarore rossastro. Il corteo dei dolenti costeggiava la piccola foresta, badando a rimanervi lontano.

La libellula-Gianni schizzò attraverso le fronde, in attesa di tuffarsi nell’ombra più fitta, dove gli inseguitori non lo avrebbero più potuto vedere. Dietro avvertiva ancora le strida trionfanti delle allodole. Improvviso si levò un gracidio, un verso profondo e ripetuto. Autoritario. Uno sfarfallio di rami e foglie, e un nuovo protagonista si levò in volo. Ali grandi e appuntite, becco forte e artigli possenti.

Un rapace. Di bene in meglio.

Il gracidio crebbe d’intensità, risuonando sopra le strida delle allodole. Gianni turbinò intorno a un tronco, nascondendosi in volo sospeso. Nello spicchio di cielo superstite dall’occultamento delle fronde vide il grande uccello librarsi sopra le tre cacciatrici. Queste arrestarono il loro inseguimento, e iniziarono a disimpegnarsi, prendendo ciascuna una direzione diversa. Quella che rimase nel suo campo visivo esitò un istante di troppo. Il rapace le fu addosso in un attimo, la abbatté con il becco e la lasciò precipitare al suolo. Poi le fu sopra, le aprì il petto e le divorò le interiora. Consumato il breve e sanguinoso pasto, tornò a gracidare e sparì, verso il tetto fronzuto del bosco.

La libellula-Gianni si scosse dalla sua paralisi. Timida, volteggiò verso il corpicino straziato della sua inseguitrice. Nel parossismo predatorio, il rapace le aveva strappato il ciuffo sul capo. Gianni esitò per qualche istante, poi si abbassò e sfiorò quelle piume.

Eccoti. Prendile.

La voce di Anna.

Ma come?

Non te ne curare. Adesso prendi quelle piume

Lepiumelepiumelepiumelepiumelepiume…

La litania si fece strada fra gli alberi.

Il corteo! Non devo farmi trovare qui.

Gianni si alzò in volo, il ciuffo di piume dell’allodola stretto fra le zampe, appena prima che due cefalopodi in carapace, armati di lancia, spuntassero nella radura. In quella difficile posizione salì fino a incontrare il cielo opaco e traslucido e ad accorgersi dei lampi che accendevano il chiarore rossastro all’orizzonte.

7. Rientro e ritorno

Stavolta il rientro fu più traumatico. Gianni serrò le palpebre e le dita, come se ancora avesse grinfie chitinose in cui stringere le preziose piume strappate all’allodola morta e non volesse guardare lo spettacolo. Si fermò solo quando un sordo dolore lo avvertì che si era tagliato il palmo con le unghie.

– Fermo, fermo adesso… E’ tutto finito, ora, e… Guarda!

Gianni aprì gli occhi.

Anna. Ma io l’ho vista divorare viva.

Lo so – annuì l’anziana. – Al di là della Porta le cose funzionano in modo diverso. Quasi sempre, almeno. Ma guarda qui! – tornò a invitarlo. Con la mano sinistra reggeva il serbatoio della slot-machine, che rigurgitava di monete. Un altro carico vincente, ancora più abbondante di quello che lo aveva preceduto. Una vera cascata di denaro. La vecchia rise, ma subito strinse le labbra in una smorfia di dolore. Solo allora Gianni si accorse che teneva il braccio sinistro abbandonato lungo il fianco, un filo di sangue che le correva giù dal polso e lungo il dito mignolo, andando a sgocciolare sul pavimento. Nessuno pareva accorgersene.

– Te l’ho detto: bisogna pagare un prezzo ogni volta che si apre la Porta – lo schernì Anna sorridendo. A Gianni parve che la donna mostrasse qualche ruga in meno. – Abbiamo iniziato col cuore, stavolta abbiamo sfidato la ragione. E abbiamo vinto di nuovo!

La donna sospirò ancora di dolore, ma la schiena parve rizzarsi di rinnovata energia.

– Sei pronto adesso, giovanotto, alla sfida finale? Quella che ti farà varcare la soglia e comprendere tutti i perché?

Gianni rabbrividì, ma non riuscì a impedire che le sue labbra articolassero la risposta:

– Sì.

– Ovvio che sì – lo canzonò – Dai, che si riparte.

Ancora un fremito, la consolle della slot-machine che si animò di vita propria, il display a tre finestre che si allargò fino a colmare la visuale. Fu la luce, prima ancora che ogni altra impressione, a informare Gianni che si trovava al di là della Porta.

– E allora? Come mi trovi?

Anna stava in posa come su un palcoscenico, il corpo rivestito da un’armatura, il capo da un elmo che lasciava scoperta la parte inferiore del volto e i capelli ramati.

– Ma sei…

– Ringiovanita? Da questa parte siamo tutto ciò che desideriamo, e qui siamo al di là della tua Porta. E io, amico mio, sono proprio come tu mi vuoi… Attento!

Con un unico movimento che non aveva nulla della goffaggine di un’anziana, Anna portò le mani dietro la schiena e sguainò una lunga spada ricurva. La lama andò a scontrarsi in parata contro una lunga lancia. L’affondo, accompagnato da un sibilo, era stato portato da un paio di nerborute braccia di colore brunito, che si dipartivano da un’enorme conchiglia dalla forma e dalla livrea simili a quelle di un Nautilus.

– Così, bastardo! Credevi di potermi fregare con una mossa così banale?

Con un sospiro di frustrazione, la creatura si mise in posizione di attesa, la lancia tenuta salda con la punta in avanti. Metallo, o forse pietra, di colore scuro, quasi nero. Come neri e malevoli erano gli occhietti posti su ciascun lato della testa. Questa era poggiata su un mazzo di tentacoli, quattro più lunghi e spessi, che servivano per muoversi, e altri quattro, più corti, il cui uso non era chiaro.

Un occhio della creatura roteò lentamente su Gianni, valutandolo. Lui si vide riflesso su quella superficie convessa e traslucida, un’armatura in tutto simile a quella di Anna, le impugnature incrociate di due sciabole che sporgevano da dietro la schiena.

– Se vuoi, puoi farlo, ricorda! – esclamò Anna, impugnando di nuovo la sua arma e affondandola verso la guardia del cefalopode. Questi tornò a fissare la sua avversaria principale, e parò senza difficoltà l’attacco. Ma lo slancio di Anna le aveva scoperto un fianco. La creatura se ne accorse e, con velocità insospettabile per una mole così ingombrante attaccò a sua volta di punta, seppellendo la lancia nel punto non coperto dall’armatura. Anna si dimenò per qualche istante, come una farfalla infilzata da uno spillo, poi si fermò, appoggiata sull’arma che l’aveva trapassata. Il cefalopode soffiò trionfante, spingendo la lancia fino in fondo, e scagliando infine da parte il nemico abbattuto.

– No! – gridò Gianni impugnando le sue spade e lanciandosi a sua volta all’attacco. Come se già sapesse cosa fare, mirò in basso, recidendo due dei grossi tentacoli deambulatori del mostro. Questi vacillò e cadde di lato, annaspando nel suo stesso sangue, un icore giallastro e denso come fango. Schiacciato sotto il peso della sua stessa corazza, il cefalopode continuò a roteare un occhio grande come un piattino da tè, finché Gianni non gli fu sopra e lo trafisse con la sciabola. Insieme all’occhio lacerò e distrusse anche organi vitali, se è vero che la creatura stirò braccia e spire per poi abbandonarle.

Gianni gridò al cielo, di trionfo e insieme dolore. Quando tornò a fissare la radura intorno a sé vide che altri due cefalopodi, più piccoli, ma armati nello stesso modo, armeggiavano intorno al corpo di Anna. Con i robusti tentacoli manipolatori le lacerarono la corazza e il costato, infilandosi infine nel suo torace.

– Che succede? Non azzardatevi a toccarla, mostri!

Lascia che sia – disse una voce nella testa di Gianni. – Deve essere così. Non hai visto, un momento prima che si aprisse la Porta? La chiave era …

Il cuore, completò Gianni, non riuscendo a smettere di fissare ciò che uno dei cefalopodi teneva tra le spire. Il cuore di Anna, ancora palpitante. Il mostro lo ripose in una specie di bisaccia e cominciò ad allontanarsi. Gianni fece per avventarglisi contro, ma un manipolo di altre creature fece ingresso nella radura spianandogli contro le lance.

Lascia dunque che sia così. Concentrati sul cuore. Con la mente, non cercare di inseguirlo.

Gianni scrutò minaccioso le creature che, lentamente, si allontanarono verso l’esterno del bosco, sempre tenendo le lance spianate contro di lui. Chiuse gli occhi, finché non rivide il mostro che aveva mutilato il cadavere di Anna, la bisaccia con dentro il cuore che batteva contro la conchiglia. Il cefalopode arrancò fino a raggiungere il corteo dei dolenti, che continuava a snodarsi verso il chiarore rossastro all’orizzonte. Quando raggiunse la sfilata, aprì la bisaccia. Una forma umana ne uscì a fatica. Era piccola, nerastra, simile a un omuncolo. Un’ombra che raggiunse le altre, unendosi al coro dei lamenti.

Anna! ANNA!

– Deve essere così. Adesso torna indietro. Prima però molla la piuma.

Gianni strinse d’istinto il ciuffo tra le dita. La sensazione era confortante.

– Perché devo farlo? – chiese con la mente. – Sento che…

– Ascoltami, – interruppe lo spettro di Anna. – Fallo e basta. Fallo ora. Non c’è tempo per spiegarti!

Un lampo barbagliò nella valle, illuminando a giorno l’immensa colonna in cammino. Fece seguito il tuono più potente che Gianni avesse mai udito, e all’istante l’oscena valle dei dolenti sparì alla vista, lasciando di nuovo spazio al retrobottega del bar con la slot-machine che emetteva le sue luci intermittenti.

Anna però non era più sul suo trespolo. Di nuovo vecchia, come l’aveva conosciuta, Gianni la vide, accasciata sul pavimento, parzialmente ricoperta di una nuova, ancora più abbondante cascata di monete, mentre Wilma e un paio di avventori tentavano di rianimarla. Invano, perché, Gianni lo sapeva, Anna era morta. Due lacrime cominciarono a scendergli pigre sulle guance. D’istinto infilò una mano in tasca, e strinse.

Il ciuffo piumoso era ancora lì, e il suo cuore palpitò di gratitudine.

8. Epilogo

– Le ci è voluto poco per decidersi a contattarmi di nuovo. – Refne sorrise increspando la barbetta nera e facendo fiorire minuscole righe intorno agli occhi.

Gianni guardò il telefono. Solo ventiquattro ore. L’avventura al bar era durata così poco? Dove erano andati a finire i giorni persi in appostamenti, la scelta del soggetto d’indagine, il tempo necessario a guadagnarsi la fiducia di Anna?

– Già – cominciò distratto dal flusso dei suoi pensieri. – E’ che le cose sono più complesse di quanto sembrassero all’inizio.

– E il suo approccio antropologico? – sembrò canzonarlo Refne.

– E’ servito. I giocatori incalliti si perdono effettivamente in un mondo tutto loro.

Gianni si agitò sulla sedia del bar, e con un palmo spazzò il piano del tavolino. Riprese, scandendo le parole. – Quello che non potevo immaginare è che questo mondo fosse…

– Reale? Oh, amico mio, lei stesso sa che menti disturbate possono rendere reale qualsiasi cosa…

– Sì ma non così reale – obiettò Gianni. – Insieme con quella donna io ho fisicamente passato una specie di porta, e mi sono trovato in un mondo bizzarro e crudele… Migliaia, milioni di povere anime condotte al macello…

Gianni si interruppe. Refne lo fissava. Le pupille nere come il carbone, iridi che sembravano occupare l’intera orbita.

– Vada avanti, non si fermi – lo incitò con voce soffocata dall’urgenza.

– Ognuno ha… ha la sua propria porta, ma la destinazione è sempre la stessa. E chi muore finisce nel corteo… Un corteo diretto verso…

– Sì? Dove? – lo interrogò con urgenza Refne. Gli occhi sembravano sempre più infossati e, Gianni ne era sicuro, quando aveva parlato aveva intravisto denti appuntiti fare capolino tra le labbra. Scosse la testa. Ne erano successe così tante in appena un giorno, che cominciava a dubitare di essersele sognate, e… Ma non era sangue, quello che colava in un sottile filo dalla bocca di Refne? Strinse le palpebre e la visione retrocesse. Il suo interlocutore tornò a essere un bizzarro signore in completo grigio antracite con un’appuntita barbetta nera. Si schiarì la voce e riprese a parlare.

– Ma vede, io non so se davvero… E’ tutto così confuso, come in un sogno.

– Eccole qui, signor Bisio, quindicimila euro per completare il suo racconto. Il mio principale e io stessi siamo estremamente interessati a questo tipo di sogni.

– Ma è sicuro? Cioè, io… Vabbè. Ecco, in fondo le ho detto tutto. Io credo che quelle macchinette giochino sugli effetti dell’intermittenza delle luci. Come in discoteca, capisce? Un effetto ipnotico, che magari interessa alcuni soggetti sensibili più di altri. Da piccolo, sa, ho avuto qualche episodio di petit-mal, e…

– Il dono degli dei! – si eccitò Refne. – Non lo sottovaluti. E continui a raccontare. Mi interessa quel chiarore, la destinazione del corteo nella Valle delle Lacrime.

– Com’è che l’ha chiamata? – si meravigliò Gianni. D’istinto quel nome gli aveva fatto accapponare la pelle.

– Non ha importanza, sono solo metafore. Racconti, racconti!

– Ecco, il corteo era diretto verso questo chiarore, e poi costeggiava un bosco. Lì – oh, ma è così pazzesco! – quel rapace, un’aquila, o un falco, sì, era un falco, ha ucciso una delle allodole che mi inseguiva in forma di libellula. E le ha strappato un ciuffo, che…

Gianni si frugò in tasca. Le sue dita incontrarono l’ormai familiare consistenza piumosa. Sollevò l’oggetto davanti al volto. Gli occhi di Refne vi si appuntarono, febbrili.

– Me lo dia, mi piacerebbe esaminarlo…

L’uomo stese la mano, e Gianni gli consegnò il reperto.

– La piuma e l’ala, su questo piano. Non era mai successo – mormorò Refne. – Lei ci è stato di immensa utilità, signor Bisio.

– Aspetti, cosa significa?

Refne si levò in piedi. L’incarnato pallido si dileguò rapidamente dal suo volto, lasciando spazio a un colorito roseo, che rapidamente virò verso il rossastro. E il suo completo, possibile Gianni non se ne fosse accorto prima? Non era più, non era mai stato grigio atracite, ma di un rosso mattone perfettamente in tono con la pelle del proprietario.

– Caro amico, lei doveva scoprire come funzionano le Porte, ma è andato oltre! – esclamò Refne trionfante -Guardi là!

Indicò l’orizzonte con un lungo indice. Era spezzata quell’unghia che spuntava in controluce? Il disco del sole si disfaceva, tramutandosi in un bruciore rossastro. Come lacerata da due mani titaniche, la scena di primavera genovese, con il bar all’aperto, i dehors e la Cattedrale di San Lorenzo sullo sfondo cominciò a ritirarsi, lasciando il posto a una pianura attraversata da una colonna interminabile di persone che a turno alzavano la testa al cielo caliginoso, lamentandosi.

La visione durò solo qualche istante, poi la Valle delle Lacrime sparì di nuovo. Il cielo però era rimasto lattiginoso, e il sole ardeva come un bruciore diffuso all’orizzonte, lanciando ombre viscide sugli antichi palazzi.

Gianni strizzò le palpebre e osservò l’impossibile: un drappello di Guardiani, rivestiti della loro corazza da Nautilus, le lunghe lance puntate davanti a sè, circondò rapido i tavolini, facendo alzare gli interdetti avventori.

– Ma… stanno girando un film? – si meravigliò un uomo calvo, vestito con un costoso completo da avvocato. Mosse appena un passo verso i Cefalopodi, levando a sua volta un indice, ma uno di questi affondò la lancia. Il professionista ne fu trapassato all’altezza del ventre, la punta nera spuntò dopo qualche secondo da una guancia. Il Guardiano lo tirò sù come un vessillo di morte. Altri Cefalopodi, intanto, affluirono sulla scena. A decine, efficienti e organizzati, inquadrarono gli umani ancora in strada, mentre altri Guardiani si materializzarono nei vicoli e cominciarono a setacciare casa per casa, portone per portone.

Cosa ho fatto? Cosa? ebbe il tempo di chiedersi Gianni, prima che le lance fossero puntate anche verso il suo petto.

– Ecco, tutto si compie. Benvenuto, caro Bisio, bienvenue chez Refne. Bienvenue dans l’Enfer!

Compiaciuto all’anagramma, l’uomo con la barba gettò indietro la testa, e tese le mani verso il cielo. Rise a lungo, mentre la piuma di allodola gli si carbonizzava lenta tra le dita.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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