Emma sull’astronave

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 Un altro articolo dopo nemmeno una settimana? E che mi succede? Succede che forse qualcosa bolle in pentola. Dopo la ripubblicazione  di Nero Italiano mi sono detto, chissà. E adesso aggiungo: forse sì. E inserisco un assaggio. Tanto così, per divertirsi, ma anche no. Non solo. Buon viaggio, fedele lettore, scriverebbe lo Zio…

Cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo fin da quel momento legittimo appannaggio dell’una o dell’altra delle loro figlie. (Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio)

1.

Emma chiude il libro con uno schiocco secco, appena attutito dall’atmosfera artificiale. Troppa adrenalina ancora in corpo, non riesce a concentrarsi come dovrebbe. Come le hanno consigliato, dopo le due ore passate in palestra. Un ambiente insieme familiare ed estraneo, ricavato com’è nel modulo circolare che corre tutto intorno allo snodo fra il ponte di comando e il Cimitero. Lì da dove lei, e tutti gli altri zombie che adesso deambulano in giro sono emersi qualche giorno standard addietro, per andarsi poi a riprendere vita e tono muscolare in quell’anello. Ore di corsa, cyclette e moderati pesi per vivificare muscoli e ossa. Per rinascere dopo cent’anni. Carne scongelata assieme ai pensieri, ora da riscaldare con un buon libro. Così avevano consigliato di fare a casa, i cervelloni che avevano organizzato la missione. Mens sana in corpore sano.

Risvegliarsi dalla criostasi assomiglia davvero un po’ alla resurrezione di uno zombie, rimugina Emma ruotando l’articolazione del polso e traendone un cigolio acquoso. Si aspetta quasi che la mano le cada staccandosi di netto dal braccio, mentre ricorda l’istante di agonia in cui, con assoluta soluzione di continuità, ha aperto gli occhi nella vasca, è emersa dal fluido sbattendo le gambe contro i bordi in plexifrost e infine li ha scavalcati, pestando incerta il pavimento in velcro antiscivolo, mugolando e ondeggiando verso il padiglione di reformat. La Soglia, come tutti la chiamano.

Nessuna coscienza vera e propria in quei momenti, no, solo l’attivazione di un chip neurale sensibile alla temperatura, che contiene una manciata di informazioni-base: libera i polmoni, respira, apri gli occhi, alzati e cammina dentro la luce dorata: il padiglione adiacente al Cimitero, appunto. Si entrava trascinando passi viscidi e lasciando impronte di liquido melmoso, poi l’impulso elettromagnetico – la luce – attivava il secondo chip e… Bang!

Rinascere? No, non rinascere, in realtà. Era stato come scuotersi da un momento di distrazione. Prima, prima… Cosa c’era stato prima? Mah. Ero sovrappensiero. E adesso. Uhm, che ora è? Ma… Come mai sono nuda? E perché questo schifo addosso? Consapevolezza. Poi, i ricordi. Una cascata. Così come lei era caduta, in ginocchio. Lo ricorda ancora, il dolore. Aveva dovuto farsi ricostruire entrambi i menischi al MediPad. Il fluido ci sapeva fare decisamente meglio con la pelle e gli organi interni che con articolazioni e ossa. Cinque giorni standard di infiltrazioni. Nanomacchine e sofferenza. E lo stillicidio della memoria, prima il temporale, poi la pioggia fitta, poi sempre più rada, ogni goccia un riquadro del passato. Un’istantanea di un mondo che non c’era più. Un mondo morto, ricordato da uno zombie.

E adesso? Inutile tentare di comunicare con casa. Non era previsto, sarebbe stato inutile. Tutto ciò che occorre alla missione è lì, sulla nave. E’ lei, le sue conoscenze ingegneristiche e biologiche. Ce ne è voluto perché ogni tassello – morto anche lui, beninteso – trovasse il suo posto. E sono tutti quelli che girano lì intorno, parlano poco o nulla, come zombie si nutrono e poco altro. E sono tutti gli altri, quelli che ancora dormono – quelli che sono ancora morti.

Missione di esplorazione e primo contatto, obiettivo, una stellina arancione più piccola del sole nella costellazione della Vela. Sei mondi, fra i quali una strana prototerra, un pianeta tre volte e mezzo il nostro, su cui il nuovo spettrografo in viaggio verso i confini del sistema solare ha rilevato strane variazioni. Un secolo di viaggio coi nuovi FLE, motori a velocità luminalfrazionale. Una vita di differenza e anche di più per Emma e tutti gli altri. Tutti morti viventi, se non fosse per quella stretta che non è fame, o anzi sì, lo è, oh, Dio, ma no, Dio qui non c’entra più da un pezzo. Non è fame di cibo, questa.

E’ fame di sesso e di cuore.

Lui si chiama George e ha ripreso a camminare normalmente da una settimana standard. Emma lo ha visto prima arrancare e mugolare, poi reformattare dalla Soglia, e pian piano riprendere coscienza e cordoglio. Ora deambula in silenzio come tutti, ma ogni giorno i suoi movimenti si arricchiscono di personalità. Di piccoli tic morti che tornano inconsapevoli. Ridiventa ciò che è stato, pardon, ciò che sarebbe potuto essere sulla Terra lontana. Odia questo risveglio, ma insieme le piace. Perché le piace il suo nuovo vicino di casa. Ed ecco il perché della sinapsi che l’ha portata ad aprire l’armadietto dei ricordi e a ripescare questo libro.

Un regalo di suo padre, l’informa di nuovo il chip, nel caso il collegamento ricostruito non funzionasse a dovere. Lei batte le palpebre e informa la macchina di non ripetere più il suggerimento. Non ce n’è bisogno. Ricorda benissimo perché si chiama Emma e perché quell’antiquata collezione di carta e pelle le sia così… Cara, ecco. E’ ancora difficile distinguere tra bisogno fisico e necessità d’altro genere. La prima volta che ha preso il libro l’ha portato alla bocca e stava per addentarlo.

Come all’inizio voleva addentare George. Adesso vuole solo scoparlo. Forse col tempo imparerà a desiderarlo anche in altri modi.

Il guaio è che vuole scoparselo anche Mira, e questo fa incazzare Emma di brutto.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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