De bello mirabile

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Lo dico subito a scanso di equivoci: questo romanzo mi è piaciuto. E mi è piaciuto perché è sfrontato, rompe coi generi come un mattone infrange una vetrina, anche se ovviamente si inserisce a pieno diritto nel novero dei romanzi di genere. Un fantasy, per la precisione. Un fantasy molto particolare, va detto, che corre su più binari, e non solo perché ci sono le locomotive.  Questa deve essere la spiegazione del suo successo al prestigioso premio Odissea. Steampunk ma non solo, o comunque non proprio, fantascientifico per ispirazione, e comunque non fino in fondo, ucronico per aspirazione, anche se dell’ucronia calpesta le regole fondamentali.

Sostanzialmente, però, avvincente, e avventuroso, ricco di sense of wonder. La trama è elementare, fin esile, se vogliamo: Caio Giulio Cesare, esiliato da Silla, non intraprende la carriera militare ma sceglie quella di ingegnere, Magister Machinarum, per dirla con l’ottimo autore Davide Del Popolo Riolo, e con quasi 1500 anni di anticipo su Leonardo da Vinci ne precorre la strada, costruisce armi e diavolerie a vapore assortite, con fucili e cannoni fa di Roma una superpotenza planetaria.

Finché, in pieno stile da Guerra dei Mondi, e il richiamo a H.G.Wells è troppo evidente per essere casuale, una razza aliena non decide di passare dallo spionaggio di questa umanità in  pieno sboccio tecnologico all’azione, e scaglia sulla Terra le navette che contengono i famigerati tripodi che metteranno i domini di Roma a ferro e fuoco, fino al conflitto finale.

Non basta. L’autore condisce questa trama che avrebbe fatto la felicità dell’Ariosto, ma di non tutti i suoi committenti, con uno stile epistolare, in cui i dialoghi sono riportati all’interno di lettere e diari che alcuni protagonisti o comprimari compilano per raccontare mirabolanti eventi: dallo schianto dei misteriosi globi di fuoco sulle pendici del Vesuvio all’alba tragica dei tripodi e allo sterminio di massa della romanità. E ancora, intreccia, l’autore, il vero con l’inventato, tanti i personaggi storici come Bruto che cambiano percorso di vita e persino nome, e altre vicende che svelare qui sarebbe un peccato.

Un festival di azione fantasmagorica, insomma, in cui tanti sono i colpi di scena, salvo la vicenda principale, che prevedibilmente si snoda verso un epilogo che nessuno di noi avrebbe mai messo in dubbio, e si risolve grazie a un espediente per dare credito al quale ci vuole davvero una fortissima sospensione dell’incredulità.

E qui veniamo alla parte critica. Detto, appunto tutto il bene possibile di un’opera estremamente originale, c’è da sottolineare che il suo valore è proprio frutto di una serie di debolezze incrociate e sinergiche. Lo stile epistolare, il rincorrere il modello del diario sono una scelta azzardata: a lungo andare l’effetto sarebbe il tedio, ingigantito dall’aulicità del tono dei protagonisti: certo, gli antichi romani si esprimevano così nell’ufficialità e anche talvolta in privato, ma di qui a usare questo registro per oltre 240 pagine ce ne vuole.

Così quando si comincia ad abbozzare qualche sbadiglio, ecco che arriva il sense of wonder, fondamentalmente la citazione wellsiana dei tripodi che incombono e seminano morte e suspence. Quindi la venatura steampunk, che non considererei così importante: in  ambiente ucronico molti si sono chiesti cosa sarebbe successo se i romani avessero scoperto le armi da fuoco o la macchina a vapore e le avessero utilizzate su scala globale. La risposta è sempre stata la stessa: le intuizioni, come sottolinea lo stesso Davide Del Popolo Riolo nella sua postfazione a De bello alieno, ci sono state. Peccato che non esistesse la struttura industriale per poterle supportare, che non ci fosse un settore estrattivo in grado di mettere a disposizione ferro o la mentalità organizzativa per produrre acciaio nelle quantità e qualità necessarie a una rivoluzione industriale vera e propria. Fu lo stesso ostacolo che non riuscì a superare nemmeno il genio indiscusso di Leonardo da Vinci, nonostante avesse a disposizione gli armaioli migliori di quel tempo, vale a dire i milanesi, che all’epoca avevano messo su quanto di più simile a una grande industria si possa immaginare per il Cinquecento. Ma non bastò e Milano fu comunque soffocata prima dalla Francia e poi dalla Spagna, e non riuscì né ad assurgere a potenza locale, né tantomeno a unificare l’Italia.

Ma sto divagando. Tornando a De bello alieno, con il paradosso del Cesare Magister Machinarum si arriva all’altro nodo. Giulio Cesare fu senza ombra di dubbio un personaggio storico di caratura eccelsa, un intellettuale poliedrico per la sua epoca, un grandissimo politico e stratega. Ma sarebbe riuscito, una volta frustrate le sue ambizioni militari, a imporsi come ingegnere rivoluzionario? Forse immaginando che un grande ingegno ingabbiato dalle circostanze alla fine possa diventare un genio epocale, De bello alieno lo dà per scontato, senza soffermarsi nemmeno due pagine su quale evento copernicano possa avere cambiato in questo modo la vita e l’intelletto di un uomo, per quanto eccezionale. Un uomo che non emerge come dovrebbe, va detto, come del resto accade un po’ a tutti i personaggi di questo romanzo, cannibalizzati come sono da una scelta stilistica che li penalizza, rendendoli spesso simili a icone. Un peccato, ma troppa distanza ha posto l’autore tra sé e le sue creature, alla loro introspezione preferendo un tono e uno stile che dovevano farci vivere il sense of wonder attraverso gli occhi degli antichi romani.

Ma, con buona pace di chi non è d’accordo, torniamo alla fissazione degli ucronici: In De bello alieno il Point of divergence è dunque solo l’esilio comminato a Cesare da Silla? Oh, perbacco. E che doveva fare Sandro Pertini a Ventotene, allora? O Carlo Alberto di Savoia a Oporto? No, scherzi a parte. Le strade dell’ucronia sono note per essere pavimentate con la fantasia più sfrenata, quindi sospendiamo ancora di più la nostra incredulità e andiamo avanti nella lettura, visto che, come detto, De bello alieno lo merita.

Perché tutto sommato, e qui sarebbe interessante sentire il parere dell’autore, l’impressione è che De bello alieno nasca come ispirazione ucronica, ma che poi qualcuno suggerisca di inserire uno sprazzo di fantascienza classica coi tripodi alieni e qualche macchina a vapore non proprio tratteggiata nei dettagli per fare tendenza-steampunk. Di queste diavolerie forse l’unica convincente e non a caso la più semplice è l’aeronave; per il resto si descrive con dovizia di particolari solo una stazione ferroviaria e qualche dettaglio dei treni, quando forse sarebbe stato interessante ambientarci qualche pagina e renderli così più familiari e meno fantasmatici, ancorché molto weird, e non sarebbe stato male nel quadro asfittico di un fantastico nazionale che cita, ma spesso ahimé, a sproposito, il genio di China Miéville. Ah, a proposito, anche lui ama molto i treni…

Purtroppo l’ucronia ha regole molto precise, richiede la spiegazione dei perché, vuole qualche infodump, e nessuno sembra più avere la pazienza di inserire qualche rigo che faccia capire come si è arrivati a certe conclusioni. Il risultato è che alle volte la sinfonia di Davide Del Popolo Riolo degenera in cacofonia, una “gran confusion”, un helzapoppin di richiami, petardi e fuochi d’artificio che nascondono una storia tutto sommato semplice semplice.

Mons murem peperit, dunque, per dirla coi protagonisti di questo romanzo?

No, come detto all’inizio, invece, un lodevole tentativo di uscire da un genere in crisi, il fantastico, facendo per giunta l’occhiolino a tutti i suoi sottogeneri, cavalcando l’onda steampunk, anche se, ribadisco, in maniera solo accennata. Il risultato si fa comunque apprezzare per un appiglio che a me non è sfuggito, e che è l’avventura alla Salgari, alla Jules Verne. Giulio Cesare e i suoi sull’aeronave ricordano molto Phileas Fogg e la sua banda nel Giro del mondo in 80 giorni, e nella guerra contro i tripodi ci aspettiamo sempre, da un momento all’altro, che spunti Tom Cruise, anche se Marco Antonio o Pompeo non gli si avvicinano granché.

Tuttavia, iniziare un romanzo fantastico di un autore italiano e non deporlo via dopo 15 pagine, ma tenerlo saldo fino alla fine, qualcosa vorrà pur dire. Non sarà un vero De bello alieno, no, ma di sicuro una guerra di sfrenata fantasia.

Anzi, di sfrenato fantasy. Un De bello mirabile, insomma.

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giornalista RAI e scrittore
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3 risposte a De bello mirabile

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