Non è un paese per vecchi

bufTorno a postare dopo un bel po’ di tempo, a lume di naso direi quattro mesi e nel frattempo, perbacco se ne sono successe di cose. Finivo di scrivere nel novembre dello scorso anno, quando arrivava alla sua brusca conclusione l’esperienza di Mario Monti e del suo governo. Dodici mesi di lavoro, poche luci e molte ombre, ma, sembrava, una certezza: che il Professore avesse un futuro in politica, suggellato dalla nascita di una formazione, quella Scelta Civica cui aderivano con entusiasmo alcune vecchie conoscenze della politica italiana: Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, e Luca Cordero di Montezemolo. Bella gente, galleggianti sicuri, ci si diceva, futuro garantito.

E invece no, perché quell’imprevedibile paese che è l’Italia stava preparando la sua ennesima “invasione barbarica”: l’irruzione sulla scena politica, da protagonista assoluto, del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Accreditato già a novembre di un’ottima prospettiva, il M5S in pochi mesi sbanca ogni aspettativa e alle elezioni di febbraio si aggiudica il banco. Primo partito in Italia, anche se Bersani può consolarsi con la propria coalizione, quella di centrosinistra, che arriva prima e che può di conseguenza rivendicare il diritto di chiedere la premiership e di formare il nuovo governo. Ma come?

Già, come.

Il M5S non negozia, anzi negozia e non negozia, stravolge usi e linguaggi, fa apparire prima ancora che giudicare vecchi e decrepiti gli altri competitors, a cominciare dal Bersani che fa offerte che non si potrebbero rifiutare, stile nuovo – riforme assortite – e anche stile vecchio – presidenze di rami del Parlamento e di commissioni, fors’anche ministeri.

Fin qui, però, si potrebbe dire, il solito modo di fare all’italiana, sia pure nella novità, con qualcuno già a discettare di come i nuovi barbari verrebbero presto gattopardescamente assorbiti. E tuttavia le cose non stanno proprio così. Perché?

Cercherò di essere analitico e insieme sintetico.

1) Perché non c’è più una sinistra. Il PD, giubilando Renzi e preferendogli Bersani dopo un discutibilissimo percorso di primarie con regole cambiate in corso d’opera aveva già scelto di non liberarsi dei vecchi protagonisti. Evidentemente doveva garantire loro “five more years”, e non se l’è sentita di andare a capo. Strategia pessima. In quindici giorni il PD ha perso dieci punti di percentuale e, ciò che più conta, la testa. La corte stretta tributata a Beppe Grillo la dice lunga. La mancanza di programmi e proposte, se non sedersi sulla piattaforma grillina, fa capire che ormai l’esperienza voluta da Walter Veltroni è finita. A breve, temo, il partito si spaccherà fra le due componenti storiche, la cattolica e la socialista riformista. Una sinistra a mio avviso potrà rinascere solo se la seconda metà riuscirà a ritrovare se stessa, magari confluendo insieme ai meno massimalisti fra coloro che hanno seguito SeL e Ingroia.

2) Perché Berlusconi ormai funziona solo come lepre in campagna elettorale. Ha già dimostrato di non avere più freschezza di proposte per governare e di non avere intorno a sé una classe dirigente che possa raccoglierne il testimone. Un centrodestra legato solo all’ex premier è ormai improponibile.

3) Perché Monti ha fallito come leader politico e difficilmente potrà essere riesumato come governante, anche dal punto di vista tecnico. Con estrema difficoltà i cittadini potranno accettare una sua permanenza o riproposizione a Palazzo Chigi dopo lo sconquasso di febbraio e soprattutto il flop della sua proposta. Il governo del risanamento di Monti è diventato simbolo di depressione, ristagno e iniquità sociale. Lo stesso premier e la sua principale collaboratrice, Elsa Fornero, sono ormai eufemisticamente mal digeriti dalla maggior parte della popolazione. Di più, la fine politica di Mario Monti ha decretato anche il tramonto defitivo del cosiddetto “centro”, con UDC e FLI scomparse dalla scena politica, Casini e Fini vittime principali di questo risultato.

4) Perché la sinistra massimalista non è riuscita a sfruttare il momento. Contrariamente a quanto accaduto in Grecia, il colore rosso non è stato ritenuto affidabile, nemmeno in un momento economicamente e socialmente così difficile. Rivoluzione Civile di Ingroia ha scontato la discutibilità della scelta di un candidato premier che sembrava per primo non credere a ciò che andava dicendo. E la sua mancanza di convinzione ha travolto l’intera proposta politica, appesantita tra l’altro dalla sia pur discreta presenza di un Antonio Di Pietro travolto dal crollo rovinoso di IdV.

Che cosa rimane dunque e cosa cambia?

Rimane il blocco del Movimento Cinque Stelle, la proposta totalitaria in senso filosofico, perché tutto contiene in sé, di Grillo e Casaleggio. Una proposta radicale e potenzialmente rivoluzionaria, che coinvolge soprattutto giovani perché dà speranza – ciò che gli altri partiti da tempo non riescono più a comunicare. Che parla anzitutto sul web e dal web, e dunque è moderna. Che fa “spogliatoio” intorno a quanto teorizzano i suoi cosiddetti “guru” al punto di emarginare le voci dissenzienti e fa muro nei confronti di chiunque stia fuori, pur rimanendo ben disposta ad accogliere chi, si dice, la saprà condividere. In questo senso molto “diciannovista” come lo fu il fascismo, ma nello stesso tempo oltre le etichette e profondissimamente “civile” nelle rivendicazioni di pulizia, onestà, tutela dell’ambiente e rinnovamento radicale della politica.

Viene in mente un’altra analogia, solo apparentemente peregrina: quella con la rivoluzione islamica del 1979. Lì c’erano mullah, ayatollah e un imam. Qui, appunto, un ideologo che lavora nell’ombra – Casaleggio – un tribuno – Grillo – e intellettuali che si avvicinano affascinati dal tutto che gravita intorno a un punto, mi riferisco a Dario Fo che legittima il M5S con il suo avallo. Nulla di apparentemente religioso fra i grillini e nel loro movimento, ma molto di fideistico nell’identificazione di un “ineluttabilità” rivoluzionaria che starebbe nella stessa ragione delle cose, nel modo in cui il movimento è sorto ed è esploso, e in cui, si dice, invariabilmente procederà. Perché, continua a dire e far capire Grillo, questa è una rivoluzione, noi siamo il futuro e gli altri sono morti. Nessun dubbio, e le folle tornano a stipare le piazze, come nell’Iran del ’79.

E curiosamente la ventata integralista si allarga: è di questi giorni l’insurrezione popolare e intellettuale a Genova contro la nuova casa da gioco di Pegli. Moto guidato da Don Andrea Gallo, che non ha esitato a scagliarsi contro “le tette della Minetti”, visto che i titolari del locale avevano improvvidamente invitato l’ex consigliera regionale lombarda del PDL all’inaugurazione. Minetti non si è vista, ma il corteo anti sì, con tanto di bandiere della sinistra massimalista e del M5S, ovviamente. E il sindaco Marco Doria ha approfittato per definire le sale da gioco una “piaga sociale”.

Non che il fenomeno sia da sottovalutare o addirittura lodare, beninteso: soprattutto a Genova cresce ogni giorno il numero dei ludopati che si rovinano alle slot nei bar di periferia e non solo, e ormai le sale da gioco si moltiplicano al ritmo della speculazione sullo spread. Tutto vero. Ma a colpire è la rinnovata foga con la quale si impugna il forcone della moralizzazione. Fra poco, chissà, qualcuno se la prenderà con i sexy shop, e dai black bloc passeremo direttamente ai pasdaran.

Forse che sì, forse che no. Forse non ci sarà integralismo, ma solo una doverosa moralizzazione. Non andremo in giro in giacca e camicia chiusa al colletto come i notabili persiani, ma saremo solo un po’ – molto – più seri. Non ci farà male, per tanto tempo siamo stati paese da operetta, terra di clown, come da ultimo ha detto qualcuno che di clown se ne intende, anche se il suo, va detto, è ineguagliabile per le dimensioni tragiche della sua performance nel circo della storia.

L’Italia va cercando una sua dimensione di dignità, allora, potremmo dire? Forse. Forse il M5S è un tentativo in questa direzione, e il repulisti politico che cerca di accelerare è il primo faticoso passo di questo necessario processo.

Forse che sì, forse che no. La sensazione è che il paese in cui vivo si stia trasformando velocemente in un paese poco adatto al vecchio che tra qualche anno sarò. Alcune accelerazioni preoccupano anche me, devo ammetterlo. Ma il giovane che c’è ancora ghigna ai volti terrei di qualche tronista che deve avere capito, come me, che la china potrebbe essergli poco favorevole. In TV si vedono sorrisi tirati, conduttori in ambasce, adulatori di professione disorientati davanti ai”ti piglio-non ti piglio” politici di Grillo e ai proclami di pulizia. Forse, pensano, stavolta ci tocca davvero levare le tende.

Si riuscisse almeno in questo, un pezzetto di rivoluzione, questo vecchietto, la saluterebbe con un goccio di quello buono.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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