Fantascienza e Italia

Fantascienza e Italia: titolo impegnativo, lo so, perché scopre nervi solo temporaneamente assopiti, ma nello stesso tempo titolo obbligato. Perché? A mio modesto parere di cinquantunenne che comincia a sentire qualche acciacchetto, in primo luogo per un paio di recenti scomparse, quelle di Ernesto Vegetti e Vittorio Curtoni, due colonne del genere e nello stesso tempo due intellettuali assai lontani tra loro, che hanno identificato in se stessi la spaccatura che ha caratterizzato la fantascienza e il fantastico italiano nell’ultimo mezzo secolo. Destra e sinistra, polemica, progresso e cristallizzazione.

Chi scompare, e chi rimane, a segnare con forza un’epoca eroica e un presente che cambia: Gianfranco de Turris, altro personaggio imprescindibile e tuttora in ottima salute, tanto per completare il quadro, e l’altro Gianfranco, l’amico Viviani che è stato ed è ancora un faro per chi ha voluto scoprire autori di altrimenti difficile emersione.

Infine, chi c’è e ha raccolto il testimone: Salvatore Proietti, saggista, traduttore, intellettuale; Giuseppe Lippi, finissimo intellettuale a sua volta e anima di Urania, e infine gli amici Silvio Sosio e Franco Forte, l’uomo che ha preso in mano le sorti delle collane che Mondadori destina alle edicole, e dunque, di nuovo Urania. Tutti, o quasi, amici, va sottolineato, di cui mi sono occupato in passato sull’antico sito http://www.giampietro stocco.it ormai abbandonato e misteriosamente caduto in mani altrui, poi sulla prima reincarnazione ucronicamente.blogspot.it e nel frattempo nella serie di podcast prodotti con lo pseudonimo di djUbik per la webradio http://www.radiorock.to sotto il titolo di Have you seen the stars tonite? che potete cercare su questo link.

Personaggi e interpreti, intellettuali, divulgatori, apripista, editori. Coloro che hanno portato e stanno portando ancora la fantascienza in Italia. Nello stesso tempo, parlando di Sosio, Forte e Lippi, non si può non parlare di premi letterari: l’Odissea, già Fantascienza.com, e lo storico Urania, i due veicoli principali per venire a conoscenza di un mondo tanto complesso quanto spesso considerato marginale, quello della sf italiana. Dell’altro e meritorio premio Kipple parlerò in un altro momento, visto che si differenzia sostanzialmente dagli altri due per presupposti e consistenza.

In questi giorni mi sono dedicato alla lettura di due romanzi premiati: I senza tempo di Alessandro Forlani, ultimo premio Urania,

e Infezione genomica di Giovanni Burgio, premio Odissea 2010.

Due romanzi molto diversi tra loro. Il primo, un testo borderline, di fatto un horror trapiantato in ambientazione fantascientifica; il secondo, un thriller biotecnologico che parte da una brillante teoria sui batteri e le loro possibilità di diventare in qualche modo senzienti.

Due testi diversi dal solito, due operazioni a mio avviso non riuscite per ragioni diverse.

Forlani è forse il più creativo fra i due scrittori: cerca un genere fra le pieghe del genere, contamina, mescola, addirittura decostruisce il suo testo passando da una storia di impianto tradizionale a una vera e propria sperimentazione linguistica nella seconda parte, e poi finalmente ci serve il piatto: purtroppo la mia esperienza è stata negativa, nel senso che la storia più lineare finisce per essere l’ennesima riproposizione dello scontro fra Bene e Male con tanto di Supercattivo castigato in modo assolutamente prevedibile e una serie di appendici che vorrebbero essere sperimentali, ma che si traducono, secondo me, in una lettura faticosa e direi ultronea: meglio sarebbe stato congegnare a punto il romanzo “tradizionale” piuttosto che cercare due strade parallele così diverse e, diciamocelo, alla fine tali da far sospettare che per nascondere la modesta riuscita della storia più convenzionale, l’autore sia ricorso alle cortine fumogene.

Ma lode a Forlani, che con questo romanzo ha vinto ben due premi, appunto il prestigioso Urania, e anche il Kipple, dunque in una sintesi lodevole, è riuscito a mettere insieme tradizione e innovazione.

Veniamo alle note dolenti, vale a dire Giovanni Burgio. Non potrebbe trattarsi di autore più lontano da Forlani. Sperimentazione linguistica in Infezione genomica non ce n’è. In compenso, di linguistico, c’è tanta confusione. L’autore si tuffa in un thriller cosmopolita, ambientato fra Bologna e Monaco di Baviera. Si lancia in un tedesco improbabile, in cui la banda “Baader-Meinhof” diventa “Bader Mainoff”, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”diventa “Frankfurter Algemainer”; non pago, l’autore si inabissa anche nell’oceano dell’inglese: software diventa addirittura “softweare” e il terribile linfoma non-Hodgkin diventa “non Hockins”.

Ora, prima di parlare della trama di Infezione genomica, va detto che Burgio, entomologo ma soprattutto ricercatore e biologo, con certi termini dovrebbe avere, anzi, sicuramente ha, dimestichezza e familiarità. Come ha scritto più di qualcuno su social network, pare impossibile che certi strafalcioni, peraltro ripetuti, debbano attribuirsi alla sua penna.

Ci si chiede allora dove fossero gli editor di Delos Books, notoriamente attenti e pignoli, gente che negli anni ha fatto dei premi che promuoveva delle vere palestre di qualità letteraria, con tanto di iniziative e forum partecipati e vitali. Ci si chiede come sia possibile che un testo del genere abbia passato indenne e fin vittorioso una giuria, quella del premio Odissea, comprendente Franco Forte, Silvio Sosio, Luigi Pachì e Gianfranco Viviani. Ammesso che sia lo stesso testo.

L’effetto sul romanzo è devastante. Una costruzione di cui ci si appresta a giudicare intreccio e sense of wonder diventa automaticamente un pasticcio costellato da errori marchiani, qualcosa di illeggibile. Ma, ci si dice, fra giudizio e pubblicazione qualcosa di brutto deve essere successo a questo testo, e allora ci si fa forza e si va avanti.

Peccato che si debbano subire decine di pagine di insostenibile, monocorde dialogo scientifico fra gli autori, una pesantezza che si poteva ben tagliare; cosa che in passato presso Delos era attenta prassi chiedere ad autori tendenti al prolisso; adesso evidentemente non più. Peccato che la parte di azione non riesca a integrarsi con la prima, anzi ne evidenzi il ritmo plumbeo e sia capace di proporci solo l’ennesima società segreta di pazzoidi paranazisti, ovviamente tedeschi. Peccato, infine, che il gineceo che domina il mondo di Infezione genomica e che farebbe pensare a una predilezione di Burgio per i personaggi femminili sia così apparentemente convenzionale, dipinto sembra con misoginia di maniera. Cosa che stupisce, se si pensa che Burgio viene dalla scuola di scrittura Delos, che è sempre stata politicamente corretta. E invece qui troviamo donne apparentemente forti che in realtà si rivelano fragili e bisognose dell’aiuto maschile, quando si comportano un po’ da fallocrati addirittura vengono punite dalla trama. E i loro pensieri e azioni sono comunque monodimensionali e troppo lineari.

In conclusione, una settimana di letture deludenti ma per quanto riguarda Burgio anche sorprendenti,  purtroppo in senso negativo. Nessun chiarimento finora da Delos. Non che se ne aspettassero, beninteso, ma sarebbe stato interessante capire cosa sia successo a un romanzo che è stato scelto per un riconoscimento così prestigioso.

In conclusione, una considerazione un po’ amara sulla sf italiana. Lo so, non è la prima volta, non sarà l’ultima. Siamo ancora a metà del guado. Siamo ancora alla ricerca di un canone italiano, o meglio di una strada nazionale verso la sf. Vero, esiste il Connettivismo: il lavoro di Francesco Verso, Lukha Kremo Baroncinj, Giovanni De MatteoSandro Battisti, Alessio Brugnoli, in parte del grande outsider Dario Tonani che schiettamente connettivista non può secondo me tuttavia ancora definirsi, e poi, del tutto fuori da questo interessante recinto, le grandi avventure di Valerio Evangelisti, l’autore nostrano che per temi, prosa e passo ricorda di più Dan Simmons; insomma, tutto ciò qualcosa di nuovo ci mostra. Più di un fermento in ogni caso.

Se però i premi devono fare scuola, sarebbe una bella cosa se qualcuno ci spiegasse anche le motivazioni con cui certi testi sono stati scelti. E che la serietà del processo di selezione uscisse fuori anche nel processo della successiva pubblicazione. Sono sicuro, per essermi occupato a mia volta di editing e selezione testi in altri e ben più modesti concorsi e contesti, che il lavoro delle giurie di Urania e Odissea sia la classica scalata della montagna. Se si è eccellenza, se si vuole proporre eccellenza, però, come si conviene a chi comunque, anche se popolare, fa cultura, occorre evitare di partorire il topolino.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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2 risposte a Fantascienza e Italia

  1. iguana jo ha detto:

    Non ho ancora letto i due romanzi (anche se quello di Burgio non credo mi passerà mai tra le mani), ma a leggerti mi pare che più passa il tempo più le cose rimangono uguali.
    Del romanzo di Forlani ho letto giudizi positivi da persone affidabili, metto in conto anche la tua, anche se mi pare che le tue osservazioni puntino più su quello che tu avresti voluto leggere puttosto che sul testo in sè. Ma ok, magari ci si risente a fine lettura.
    Quel che mi sfugge è il legame tra il cappello introduttivo e le recensioni che seguono.
    Non capisco se rimpiangi le figure scomparse o se sottolinei l’inefficacia del lavoro di quelli rimasti. Boh…

    • gstocco ha detto:

      In effetti rimpiango entrambi. Poi è evidente che se uno gradisce un romanzo è perché si avvicina a quel che avrebbe voluto leggere. Se non lo vuoi leggere, non lo fai, punto, provi al massimo qualche capitolo e poi lo molli lì. Non capisco io cosa vuoi dire. Il testo in sé non è male, ma a mio avviso si sviluppa in maniera un po’ involuta. Ora è parecchio che l’ho letto e dovrei rileggerlo, ma il fatto che non ne abbia alcuna voglia la dice lunga. Ma io sono un pigro.

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