Corpi caldi, menti fredde

Avevo questo prurito in testa da quando ho visto la prima puntata della terza stagione di The Walking Dead e mi sono ritrovato a seguire, con inspiegabile passione, la vicenda di questo manipolo di protagonisti alle prese con uno dei cliché più abusati della letteratura horror. Perché piacciono tanto gli zombie? Perché fino a ieri piacevano così tanto i vampiri?

The Walking Dead, va detto, è una serie molto diversa dall’altrettanto popolare True Blood. Vediamo anzitutto le cose in comune: il grandguignol che sconfina nel kitsch e dunque la paura che esorcizza se stessa lavorando sull’eccesso; alla fine, se vedi troppo sangue, ti ci abitui e lo consideri parte del paesaggio. E dunque una solida storia familiare o qualcosa che le si avvicini, la famiglia vera e propria nel Sud altrimenti mieloso di True Blood, i legami di gruppo in The Walking Dead, laddove invece – ops, prima differenza – la famiglia è venuta meno, guarda la vicenda personale del vicesceriffo Rick Grimes, che comunque, guarda caso, viene dal Sud anche lui.

E ancora, cose in comune, l’innegabile vena neoconfederata, le cose che si muovono sotto la superficie all’ombra delle gloriose Stars ‘n’ Bars possono ancora fare paura ai tecnocrati di Washington. Se non, sogno revanscista, cancellarli prima o poi dalla faccia della terra.

Veniamo alle differenze. True Blood partiva da uno stato di fatto ormai acquisito: in un presente parallelo e distopico in cui si accetta l’esistenza di mostri e fenomeni paranormali/soprannaturali assortiti, i vampiri hanno fatto outing e vivono, dichiaratamente, in mezzo ai mortali e ricorrono per alimentarsi – più o meno – al sangue sintetico. Ma quest’ultimo dettaglio si perde quasi subito per lasciare il passo a una sorta di sit-com sexy-horror con punte assolutamente esilaranti, come quando arriviamo alla storia della menade – personaggio negativo eppur simpaticissimo – che porta al delirio satiresco e ninfomane l’intera Bon Temps, cittadina della Lousiana dove il serial è ambientato. Sangue, buoni sentimenti e pistolone posato accanto al vasetto di burro di arachidi, insomma, anche se con un certo sense of humour che evita, almeno nelle prime due stagioni, l’effetto del sermoncino moralista.

The Walking Dead è una serie molto più disincantata e senza dubbio moderna. Qui la famiglia non è lo zucchero degli abbracci tra i protagonisti – quanti ne abbiamo visti in True Blood! – ma amare storie di tradimento, di infanzie non vissute o stroncate, di amici che diventano nemici e brave persone che si trasformano in squilibrati che uccidono per il piacere di uccidere.  La terribile scena del massacro degli zombie nel fienile, che evoca sì Romero, ma soprattutto le stragi di civili dal Vietnam all’Afghanistan, all’Iraq. Il senso della famiglia e della comunità che diventa branco con tanto di capo – Rick Grimes – con diritto di vita e di morte sugli altri membri del gruppo. “Questa non è più una democrazia” dice Rick alla fine della seconda stagione, dopo l’uccisione dell’amico-rivale Shane. E il bambino che Lori, la moglie di Rick, aspetta, di chi sarà? Insomma, le domande e gli intrighi di sempre, ma collocati in un mondo davvero postapocalittico, in cui cioè cambiano i valori, e si può decidere di massacrare qualcuno solo a causa di un sospetto. E tuttavia anche questo ci ricorda qualcosa, vale a dire le guerre di cui sopra, ma anche le uccisioni razziste, gli stupri di gruppo, le tante atrocità che caratterizzano il mondo di oggi.

Ho fatto il passo più lungo della gamba, lo ammetto. Perché alle analogie con l’oggi volevo arrivarci dopo, ma tant’è. L’apocalisse sceneggiata, in una serie TV o in un film, è cosa antica. Dai Sopravvissuti degli anni ’70 alle tante pellicole sulle invasioni aliene o sui cataclismi epocali, non a caso intensificatesi di ritmo negli ultimi anni. La cosiddetta profezia Maya – o la mitologia nera di Nibiru – a riassumere in sé tutti questi luoghi comuni.  Insomma, si torna alla domanda iniziale: perché questa forma di deriva irrazionale piace così tanto?

Piace in parte perché si sta attuando: non è necessario evocare gli zombie per vedere cataste di cadaveri e massacri sanguinosi, si pensi all’Africa dei soldati bambini o della guerra civile fra tutsi e hutu, o alle autobombe mediorientali. Si pensi al dopo-11 settembre e al terrore USA di diventare un Libano o un Iraq all’estrema potenza. Non occorre scomodare i vampiri per pensare a predatori spietati del genere umano, se esistono serial killer di ogni genere o la stessa irrazionalità di un momento può trasformare una persona del tutto comune in un demone. Lo provano i tanti delitti a sfondo familiare, anche nella nostra piccola e provinciale Italia, sempre più simile al resto del mondo, compresa l’infinita stanchezza per le regole e la normalità.

Dunque ci si rassicura evocando archetipi e metafore del nostro malessere, ma nello stesso tempo, ecco il nodo vero: Se True Blood evoca una coesistenza, The Walking Dead descrive un punto di ripartenza. E ha successo, perché l’uomo comune teme, ma nello stesso tempo, auspica di ricominciare daccapo. La ragione è che il mondo di oggi è troppo confuso, troppo veloce, troppo complicato soprattutto. L’epidemia o la catastrofe che lo azzerino equivalgono alla vecchia, cara rivoluzione. Da un dato momento, ciascuno, anche il più sfigato, può riprendersi in mano la propria vita, beninteso, se saprà difendersi da solo, con la forza fisica o con l’astuzia. E via i politici, le banche, le regole soprattutto. Il ritorno della frontiera, del tutto è possibile. E scusate tanto se il vecchio Bill si è beccato una pallottola in fronte, succede sulla strada. Pace all’anima sua, noi andiamo avanti.

Fin quando – la fine di Shane insegna – non toccherà a noi. Dunque The Walking Dead traccia il nuovo solco. Sotto sotto, qualcuno che anche solo mentalmente ha accettato l’Apocalisse prossima futura, quale che sia, c’è. E c’è anche chi va oltre. Le TV satellitari propongono ora documentari su coloro che, negli USA o altrove, sia pure ancora nel mondo cosiddetto civilizzato, vivono già nell’emergenza, con arsenali in casa e maschere antigas sulla faccia.

Non siamo così lontani dal point zero, no. Forse, il problema è che ci siamo persi l’esplosione della Bomba.

Annunci

Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...