Entropia prossima futura

entropia

Due scadenze: fine anno, esce Dolly; prossima primavera, (forse) si vota.

Cosa hanno in comune queste due cose? In primo luogo, il protagonista, cioè il sottoscritto, che pubblicherà un romanzo dopo due anni da Nuovo Mondo – ricorrenza dolce e amara, magari un giorno vi dirò anche il perché; e che apporrà la sua croce sulla scheda, come del resto milioni di suoi concittadini.

Poi, la riflessione. L’uscita di un romanzo è per me da sempre motivo di riflessione. Mi faccio forza per rileggermi, intanto. In primo luogo per timidezza e “poco se mi considero”. Nel mio narcisismo sui generis, provo sincera allergia a ripercorrere le mie righe. Ma lo devo fare, se voglio evitare di ricadere in uno stesso, o più errori, a distanza di tempo. Vero è che Dolly è abbastanza diverso da ciò che ho scritto sinora, sebbene le sue radici siano antiche, ma nondimeno vale la stessa regola.

Riflessione, dunque, e la riflessione meriterebbe tempo. Tempo invece non ce n’è, a meno di strapparlo a morsi a ciò che faccio, a ciò che tutti facciamo ogni giorno, tentando disperatamente di sfuggire al demone della semplificazione. Quel demone di cui qualcuno dovrà scrivere, prima o poi, e che da qualche tempo si è annidato sui social network. Su alcuni più che su altri. Twitter ne è ancora se non immune, almeno non del tutto soggiogato. Facebook, che sono costretto a tenere su per ragioni biecamente autopromozionali, invece ne è schiavo.

Avete fatto caso come Facebook abbia totalmente cancellato Usenet? I vecchi, cari newsgroups in cui ci si scontrava, spesso sanguinosamente, ormai sono del tutto spopolati a vantaggio di questo mostro che funziona perfettamente con la logica manichea del mi piace/non mi piace. Che si attaglia alle caratteristiche di chi posta un link e lo molla come amo per chi facilmente abbocca.

Da qualche giorno per esempio spopola l’immagine di Chavez giustapposta a qulla di Monti, chi è il vero dittatore, tutto da desumere in maniera ovviamente unidirezionale, sulla base di alcune affermazioni argute e apparentemente innocenti.

Lo so che è invitante crederci, ma prendetevi due minuti di tempo, bastano, e leggetevele bene, queste affermazioni. Scoprirete che sono tutt’altro che innocenti.

Quel criterio è tutt’altro che banale: è vecchio come il mondo, lo hanno perfezionato le dittature vere, fasciste e naziste, e mira, in modo semplice ed efficace, a gettare discredito sugli avversari politici e a creare consenso immediato toccando il cuore e il portafogli di chi legge. Facebook, con la sua capacità di penetrazione, sarebbe stato il sogno di Lenin e Goebbels, ma anche di Filippo Tommaso Marinetti. Un ariete capace di effetto “immediato”.  Segno dei tempi. Facebook fascista? Interessante argomentazione, ma non è questo ciò che mi interessa approfondire ora. Ciò che mi preme è un aspetto di questo fascismo di ritorno. L’immediatezza, appunto.

Quanto odio questa “immediatezza”, gente…

Immediatezza che implica il compulsivo schiacciare “mi piace”, per contarsi e valutare le forze nello spogliatoio o coltivare l’ego di qualcuno.

Immediatezza che nega la riflessione e che le conferisce una valenza negativa: cosa vuoi ancora pensare e riflettere? Il mondo è così, il complotto facile facile che spiega tutto, e lo vedi che lo scemo ero io a non averci pensato. Il rutto elevato ad articolazione di pensiero.

Bastasse però questo.

Oltre a chi, e sarebbe inutile fare dei nomi, si bea in questo cinetismo selvaggio per accumulare consensi facili, c’è il rumore bianco di sottofondo. Statiche su uno schermo vuoto. Ciò che dovrebbe esprimere la società civile e che invece non è in grado di fare. I partiti che hanno demandato tutto ai tecnici, e che ora, spogliati della loro anima dal Grande Seduttore, si ritrovano a contemplare la propria ineluttabile vuotezza.

I partiti. E poi la gente comune, di nuovo, ancora a parlare ossessivamente di politica su Facebook, senza elaborare alcunché di nuovo. Anche loro, plagiati, da destra a sinistra, dal ventennio del Grande Seduttore. Rumore bianco, convinti di discutere come sulla scalinata del tempio di Metaponto, tutti a perdere tempo, quando la vita è comunque altrove.

Non è un caso, allora – forse? – che io stesso esca dopo due anni con un romanzo che nulla ha a che vedere con quanto ho scritto finora. Una storia senza speranze, e anche no. E poi il voto di primavera  – primavera, sinonimo di speme, e anche no, guarda il sanguinoso settembre cileno del 1973 – il primo in cui saremo costretti – davvero – a guardare l’abisso della nostra vuotezza, e l’abisso guarderà noi.

Ve lo confesso, ho un po’ paura dell’entropia. Non credo che si possa camminare sull’orlo del nulla per sempre, senza finire per esserne, in qualche modo, annullati. E se non faremo qualcosa per riprenderci le nostre vite, il rumore bianco ci risucchierà per sempre.  Senza farci male? Mah. Chissà. Non ci giurerei.

Per dare un segno di  vita forse un modo c’è. Chiudere i social network, uscire in strada.

Rovesciare i tavoli. Fare.

Ma fare presto.

Advertisements

Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...