La tenuta di un Paese

Alle volte nell’ucronia sembra di averci sempre vissuto, o comunque di stare vivendo una dimensione alternativa da cui nessuno sembra essere in grado di tirarci fuori. Se la sensazione di artifizio era evidente nelle ultimissime fasi del precedente governo, adesso lo squillo delle trombe del giudizio torna a farsi forte, a colpi di spread, di Grecia sull’orlo del fallimento e dell’uscita dall’euro, e di pericolosi segni di sgretolamento sociale, quale è stato l’agguato genovese all’ad di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi.

La sensazione è quella di un panico sottile. Di nuovo sembriamo attirati verso l’orlo di un baratro, di nuovo si intravedono sul fondo ombre oscure dalle quali saremmo destinati a essere inghiottiti. Stavolta però più concretamente, visto che nemmeno il governo “tecnico” sembra riuscire a farcela. Sbiadiscono i dei ex machina Monti e Fornero, rimane insieme come ultimo appiglio e santino il Presidente della Repubblica, a dire che, sì, ce la faremo, e la TV rimanda applausi e incoraggiamenti.

Sì, perché alla fine viviamo in Italia, e il senso del teatro prevale anche sulla tragedia. Fu così, mutatis mutandis, alla fine degli anni ’70, è così anche oggi, quando il dramma di un intero sistema politico-economico-sociale si consuma in televisione. Ciò che fa riflettere prima e arrabbiare poi, però, è l’attaccamento al video di certi personaggi. O meglio, non tanto l’attaccamento al video, che da parte di personaggi televisivi sarebbe anche comprensibile, ma il loro ostinato rimanere uguale a se stessi: Fazio, Saviano e il loro mondo di indignazione moderata, sempre politicamente corretto e sempre, rigorosamente, autoreferenziale.

Così come autoreferenziale è l’analisi di Enrico Mentana: i pre-titoli del telegiornale di La7, così prolissi, e i titoli veri e propri in seguito biascicati manco fosse un contratto recitato da un notaio. L’editoriale prima del giornale, la celebrazione dell’io del cronista che filtra un mondo attraverso le proprie categorie interpretative, le stesse da decenni: il sondaggio, le parole dei politici, il rimando ad altre fonti indirette.

Eh, sì, perché la stampa italiana ormai da anni non segue più i fatti, ma l’interpretazione dei fatti che essa stessa ne dà: fenomeno autoreferenziale inquietante e tutto italiano. Basta seguire i canali principali della televisione: talk show in cui i giornalisti intervistano altri giornalisti e sedicenti “esperti” in un tripudio di polsini, orologi e cravatte di marca. Privilegiati che ascoltano e fanno parlare altri privilegiati lontani ormai anni luce dalla realtà. Gente non più abituata a tenere i contatti col mondo là fuori, ma a interpretarlo leggendo o ascoltando ciò che dicono o scrivono altri colleghi. Tutt’al più, se il mondo reale deve fare la sua comparsa, allora si costruisce una biosfera artificiale, fatta di claques preistruite e possibilmente urlanti. Un feedback micidiale che contribuisce ad affossare un Paese stordito, esasperato, incattivito.

Un paese in cui, mercé una stampa di questo livello, la coscienza civile è ai minimi storici.  Siamo davvero tutto questo?

Eh, sì, purtroppo. Al momento almeno non si vede come l’italiano medio possa risollevarsi dall’abisso in cui è stato cacciato e, diciamolo, ha allegramente contribuito a farsi cacciare. La mistica del posto fisso; l’obiettivo obbligato della casa di proprietà tramite mutuo; la diseducazione sistematica dei figli, ormai tutti vestiti di marca, detentori di sopracciglia scolpite, tette finte a 18 anni e pluritelefoninizzati, e soprattutto privati della prospettiva anche solo teorica di pensare a un lavoro che non sia da scrivania. Questi solo alcuni dei peccati mortali dell’italiano come categoria sociale. Peccati commessi da tutti, indistintamente, all’ombra dell’ipocrisia che ci viene dalle radici cattoliche. Vizi privati, pubbliche virtù.

Chiaro che su questo substrato di base la televisione non poteva che prosperare, nel suo ultimo periodo facendo della finzione un impianto che si è progressivamente sostituito alla realtà. Fa impressione, tanto per dirne una, vedere la differenza tra i cortei operai in Grecia o anche in Francia e quelli in Italia: da noi non importa se la manifestazione venga commentata con i toni preoccupati di chi fa riferimento a spread e crisi finanziaria, i dimostranti spesso sghignazzano ed esibiscono capi d’abbigliamento o accessori di marca. Non è così ovviamente altrove. La contestazione dura è ormai relegata ai cortei No-Tav e alle iniziative antagonistiche, anche queste con le loro coreografie obbligate, ma senza dubbio coerenti nella loro contrapposizione dura e pura. Qui non c’è modo di sbagliarsi, insomma, che si condividano o no certe ragioni. Ma si può accettare che l’unica opposizione che non appaia connivente col potere sia quella radicale o antagonistica? Possibile che tutti gli altri siano “d’accordo”, come si comincia già a sentir dire anche da qualche insospettabile casalinga al mercato? E non è questo forse un humus che favorisce certi gesti che sembravano appartenere a un’altra epoca, come sparare alle gambe di un uomo indifeso, eletto a simbolo del Male?

Di qui la sensazione ucronica, o quantomento di realtà lacerata. Di irrealtà. Ma se la benzina aumenta del 20% su base annua come mai si continua ad andare in auto? Se l’inflazione in questo quadro non supera il 3,3% non sarà perché c’è l’euro che ancora ci garantisce livelli di vita accettabili? E i fautori dell’uscita dalla valuta comune l’avranno capito che se dovesse succedere i salari verrebbero decurtati di almeno il 40% e la stessa inflazione schizzerebbe oltre il 20? E che stando così le cose non sarebbe più una crisi, ma un tracollo, con le famiglie a fare, letteralmente, la fame? Ben peggio che negli anni ’70, ben peggio che in Argentina dieci anni fa.

In questo quadro, invece, anziché avvisare la gente dei rischi, si continua come sempre. La stampa, salvo pochissime eccezioni, continua a riproporre gli stessi schemi e le stesse facce di sempre, ma con una desolante dose di narcisismo in più. Negli anni ’70 ci fu una tenuta etica e sociale, voluta alla fine dagli stessi partiti che detenevano il potere. Il ruolo del PCI fu cruciale, il ruolo dei lavoratori determinante. Oggi i lavoratori ricalcano i modelli consumistici del resto della popolazione, sono divisi e indeboliti. La politica è disfatta, disciolta nell’acido degli ultimi cinque anni di melma mediatica e ha lasciato il posto a un massimalismo per ora confuso.

Schizzano in alto le 5 Stelle, movimento fatto di un leader che grida molto e di una base tutta da vedere alla prova dei fatti. Tutto da verificare se, dall’ira del pensionato che sbatte il bastone sullo sportello delle Poste – o della tricoteuse che invoca la ghigliottina – questa nuova opposizione riuscirà a passare a uno stadio successivo e più costruttivo. Tutto da sperimentare, se la Rivoluzione Italiana passerà attraverso lo stendardo di Beppe Grillo: del resto in un Paese ormai diventato in gran parte una immensa televisione, la rivoluzione, se sarà, non potrà che essere mediatizzata. A dispetto di ciò che dice lo stesso Grillo ai suoi uomini e donne, via dalla TV, messaggio comprensibile per chi ritiene di dover “fare”, tenersi cioè lontano dalla fuffa, dalla chiacchiera per la chiacchiera, dalla celebrazione dell’effimero e dell’autoreferenziale. Ma Beppe Grillo fu e ancora è uomo di spettacolo. Dovesse vincere lui, c’è da scommettere che la vecchia, cara televisione continuerà a svolgere il suo ruolo di condizionatore/aizzatore sociale.

In tutto ciò monta, almeno in me, una nostalgia lacerante: nostalgia dei Bocca, dei Montanelli, dei Rivolta, degli Scalfari e dei Pansa d’antan e dei Marrazzo senior. Di quella generazione di giornalisti capace di analizzare la realtà senza l’incubo degli indici di ascolto. Senza l’ossessione della telecamera. Senza la suscettibilità dell’Annunziata. Senza le risatine o i gessati stile America anni ’30 di certi conduttori televisivi. Senza lo sguardo assassino di un Crozza che, picchiando tutti, in realtà non picchia nessuno, e ammiccando ammiccando fa capire, ueh, ragazzi, in fondo è tutto un gioco di ruolo. Occorrono low-profile e armi affilate. Occorre serietà. Via le star televisive, dentro gente preparata e capace di ricominciare dai fondamentali: chi, cosa, quando, come, dove, e perché. Una televisione asciutta ed essenziale sul modello di Report sarebbe già un buon punto di partenza. Un punto da dove cominciare a ricostruire le fondamenta di un Paese.

Ma occorre far presto. Anzi, potrebbe già essere troppo tardi.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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