Don’t think twice it’s allright

Così cantava Bob Dylan quasi quarant’anni fa. Il gioco di parole suggerito dal titolo della canzone è però attualissimo e si traduce nel tema del cosiddetto “doublespeak”, ovverosia la tecnica sempre più raffinata del travestire un fatto con parole ambigue, di modo che alla fine lo stesso fatto diventi qualcosa di diverso da ciò che è accaduto, se non addirittura il suo contrario.

Una tecnica sempre più utilizzata nel mondo moderno dei media, dove il messaggio, il mezzo, è tutto, e ciò che con essi si comunica è funzionale a chi si deve comunicare e perché. Chi non si è chiesto come mai, per esempio, di una stessa manifestazione pubblica conclusasi in tafferugli, le forze dell’ordine diffondano un bilancio o una ricostruzione che i promotori della medesima invece non condividano affatto? Lo stesso fatto viene ricostruito in maniera completamente diversa, sicché una carica successiva a un lancio di oggetti viene dalla fonte “ufficiale” giustificata e definita inevitabile, sorvolando spesso sull’uso disinvolto di manganelli e lacrimogeni, mentre gli organizzatori della manifestazione immancabilmente la definiscono gratuita e violenta, concentrandosi sull’aspetto repressivo e sorvolando dal canto loro su ciò che ha portato alla decisione delle forze dell’ordine di caricare.

Si tratta invero di uno dei giochi più antichi del mondo, quello della propaganda incrociata, il fatto che diventa, se così si può dire, metafatto; pur essendo uno cioè si divide in tante parti quante sono quelle interessate a esso. Tante parti quante sono quelle in cui si divide l’opinione pubblica che su questo fatto, specie se è uno di quelli che focalizzano l’attenzione, finisce per dividersi. Fazioni che, il giorno dopo il fatto, sulla base di come saranno riuscite a rendersi più credibili alla società, ridefiniranno sgomitando il proprio ruolo e il proprio peso all’interno di essa.

Un gioco che vediamo giocare in maniera spregiudicata soprattutto intorno a realtà già di per sé controverse: è il caso di Cuba: spietata dittatura collettivista alle ultime battute, o Paese che lotta disperatamente per la propria identità nazionale in un lago americano? Probabilmente entrambe le cose, ma se leggiamo i giornali occidentali, anche nei più “liberal” prevarranno i toni critici e stroncatori nei confronti dell’operato dei fratelli Castro; se leggiamo il blog di Yoani Sanchez, sarà un florilegio di testimonianze e foto che ci parlano di un crudele stato di polizia. Anche in questo caso, ovviamente, testimonianze che possono essere di parte e foto che, decontestualizzate, possono prestarsi a qualsiasi interpretazione.

Di foto strane è piena anche la storia italiana. Da quelle famigerate del 1977,  a quelle molto meno suggestive di pochi mesi fa in cui alcuni hanno voluto per forza vedere il poliziotto connivente che non c’era, perché lo strano tipo che non ferma i black bloc si è rivelato infine essere un semplice giornalista. Ma tant’è, il doublespeak – e a questo punto anche il ragionare ideologico che lo determina – non si ferma certo davanti a semplici verità, e così la versione complottistica diventa un articolo di fede, un po’ come per coloro che sono ancora convinti che Lady Diana non sia morta nel tunnel dell’Alma, ma si nasconda da qualche parte per sfuggire alla malvagia ormai ex-suocera reale Elisabetta II. Del resto chi preferirebbe la fredda e inespressiva Regina d’Inghilterra alla Principessa del Popolo? Nessuno, appunto. il Grande Fratello Mediatico incoronò Diana Spencer tanti anni fa, chi fosse in realtà questa donna tormentata non importa a nessuno. Importa l’icona, il luogo comune. Il business che essa rappresenta, le masse che ancora oggi muove.

Il luogo comune che, ancora oggi, porta alcuni, acriticamente a osannare tutto il Movimento No-Tav senza considerare che, al di là dei nobili principi, esso si espone, per evidenti ragioni, a strumentalizzazioni di fazioni violente che prendono spunto da un tema delicato per ottenere visibilità. Esattamente come fu nel ’77 e come è stato col G-8 di Genova nel 2001. Ma il metafatto prevale sul fatto, e per alcuni queste semplici considerazioni sono politicamente scorrette; di più, inaccettabili, da condannare e perseguire. Così come per gli stessi non si può parlare di persecuzione di oppositori a Cuba. Così come in USA si sorvola sulle bastonate agli Indignati di Wall Street, o a Genova i bastonati innocenti del G-8 non sanno con chi rivalersi, perché le forze dell’ordine sostengono di avere fatto solo il proprio dovere, e dei black bloc di allora ovviamente non c’è traccia, anche se migliaia di foto hanno documentato saccheggi e violenze gratuite che con quanto stava accadendo ben poco avevano a che vedere.

Dunque il doublespeak impera e si fa sempre più sofisticato. Se negli USA il gergo militare minimizza le perdite in Iraq e Afganistan e parla di “vittime collaterali” facendo capire che in fondo è normale che durante un bombardamento di siti considerati “avversi” ci rimettano le penne comuni cittadini innocenti, dall’altra parte emergono facili equivalenze in negativo, per cui i Maro’ italiani detenuti in India perché accusati di avere ucciso dei pescatori, scambiandoli per pirati, sono senz’altro colpevoli prima che si accerti come siano andate le cose; anzi, quando ci sono i gioco militari o altri simboli nazionali, l’Italia cosiddetta “antagonista” guida con disinvoltura la classifica della semplificazione ideologica, per evidenziare come siano proprio i simboli di un concetto che detesta, appunto la Nazione, a comportarsi peggio. Per cui i soldati diventano nel migliore dei casi delle marionette incontrollabili, nel peggiore degli psicopatici disposti ad aprire il fuoco a freddo su obiettivi innocenti. In entrambe le occorrenze, ovviamente, protetti da cortine di omertà, anche quando indagini e prese di posizioni dimostrano il contrario.

Ci sono stati, è vero, in passato, episodi sui quali non si può non chiedersi che tipo di regole d’ingaggio vigano nei territori “da pacificare”, ma agli eventi sono seguite le indagini, con esiti anche poco scontati. La generalizzazione, dunque, colpisce, tanto di più in quanto poi, a parti invertite, se cioè un esponente della sinistra radicale si rende responsabile di violenze, si insorge subito – e giustamente, verrebbe da dire – contro ogni forma di semplificazione che possa portare a parzialità nel metro di giudizio. Insomma, io che non detengo il potere ho diritto a tutte le scusanti, tu che lo rappresenti a nessuna. La mia etica è più giusta della tua, anzi la tua non lo è perché tu sei l’oppressore e io l’oppresso. Sei il Nemico. E in nome di questa semplice verità propagandistica nasce anche lo jargon radicale, che compatta lo spogliatoio come quello di segno opposto e focalizza l’attenzione sull’obiettivo da perseguire: la delegittimazione dell’avversario per indebolirlo, prima ancora di combatterlo direttamente.

I più attenti, ma nemmeno tanto, avranno capito ormai da un pezzo che in questa contrapposizione manca un elemento fondamentale che, se ci fosse, fungerebbe da fattore di riequilibrio. Chi è infatti, che in una società democratica dovrebbe vigilare non dico sulla verità, ma su una corretta ricostruzione dei fatti? I giornalisti, già. In Italia la categoria gode di pessima fama, e non per caso. Suddivisa in fazioni come tutto il resto, è più occupata a ridefinire la propria posizione rispetto a un fatto che a capire ciò che realmente sia accaduto. Così i giornalisti accettano il metafatto e condividono con le lobbies di riferimento le rispettive metalingue, utilizzando il doublespeak che più loro si addice. Il risultato è una verità, una fattualità quantomeno bipolare, se non multipolare.

Che non esista una verità unica è una cosa che ci hanno insegnato da piccini; che esistano tante verità quanti sono i gruppi che condizionano la politica è però una deformazione eccessiva e del tutto italiana. Tante verità, nessuna verità, tanti bugiardi, nessun bugiardo, il risultato è che di fatto si può dire ciò che si vuole senza tema di smentite, tanto con il profluvio di fonti a disposizione oggi, vuoi che non ci sia sfuggito qualcosa? E allora chi può escludere che il nostro interlocutore che ci dice che Cristo è morto di freddo non possa, a suo modo avere ragione? E chi può smentire che chi cerca, una tantum, di mettere ordine in questa babele sia solo, in realtà, un insopportabile presuntuoso, lui sì in malafede, un portatore di un virus pericoloso e altamente infettivo: pensare che un fatto, in fondo, rimanga un semplice fatto.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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