L’ultimo Muro

 

Marco Doria

Un po’ me lo sentivo, un po’ tutto sommato era prevedibile. Marco Doria, l’accademico dall’apparente basso profilo, il Quiet Man per eccellenza, sbaraglia le due donne terribili del PD, l’una il sindaco, anzi, la sindaco uscente, Marta Vincenzi, l’altra, il politico emergente, Roberta Pinotti. Un duello che sembrava segnato, all’ultima scheda fra le due esponenti del PD, con Marco Doria a fare da terzo incomodo. Come spesso accade, il terzo diventa primo, specie se le prime due danno l’idea di animare un campo di battaglia tutto interno a un partito che non riesce proprio a rompere l’incantesimo che lo accompagna ormai da anni: essere a un tempo diverso da tutti gli altri partiti, come il vecchio PCI da cui origina; e nello stesso tempo, desolatamente uguale a tutti gli altri, vizi e vizietti compresi. Arroganza del potere compresa.

In realtà non è l’arroganza ad avere condannato Vincenzi e Pinotti. E’ piuttosto la mancanza di fisionomia precisa. L’elettore di sinistra vuole qualcosa di alternativo, vuole un candidato che parli al suo cuore. Ecco perché De Magistris, ecco perché Pisapia, ecco perché Marco Doria. Un massimalismo che non è massimalismo, ma semplici concetti che siano “di sinistra”, come è giusto e opportuno che siano. Troppo cerebrale e fumoso il messaggio di Vincenzi, che è venuta fuori solo in circostanze luttuose: il piglio mostrato in occasione delle due alluvioni di Genova, Sestri Ponente prima e via Fereggiano poi, è stato oscurato dalle polemiche e dai morti, fino a travolgere il sindaco oltre i suoi stessi errori. Errori di comunicazione in primo luogo.

Diverso il caso di Roberta Pinotti: pareva arrivata a miracol mostrare, più che alternativa a Marta Vincenzi è stata percepita come equivalente, in alcuni casi sbiadito. Una battaglia combattuta a colpi di Twitter che ha marcato la lontananza siderale da un elettorato disincantato e in vena di dissacrare.

Già. Perché quello che con le primarie stravinte da Marco Doria al 46% crolla a Genova l’ultimo muro: quello dell’ex PCI che vede e provvede, amministra e contemporaneamente fa opposizione, conferisce i candidati e anche le loro alternative. Insomma, il partito unico di riferimento. Stavolta non è andata così, l’elettore di sinistra ha guardato altrove, e si è scelto un rappresentante atipico: progressista, ma anche borghese, beneducato, in grado di parlare alla testa, ma anche alla pancia. Non certo un estremista, anche se politicamente chi lo loda si colloca alla sinistra del fin qui egemone PD, già PCI.

Nasce dunque da Genova e da Milano una nuova sinistra? Per ora è presto per dirlo, visto che a Genova bisogna ancora votare per le amministrative e non si sa chi il centrodestra opporrà a Marco Doria. Certo è che una ventata d’aria fresca percorre la città della Lanterna, che forse riuscirà a fare i conti con tutti i suoi simboli un po’ affaticati, dalla mistica di Bocca di Rosa e di Don Gallo, dai vicoli così esaltati e regolarmente dimenticati, all’apparente dura concretezza di una città, che così spesso si risolve invece in mugugno e immobilismo fatalistico, nemmeno fossimo alla corte del Gattopardo.

Una scossa, ecco. Una scossa che ha fatto crollare un antico muro, quel maledetto muro che fino a ieri sera avevamo tutti nella testa. A prescindere da come la pensiamo, è un punto a capo. Da capire se l’onda lunga si arresterà alle soglie delle dimore borghesi e dei salotti buoni.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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