Ricordare, cosa?

Ricordo, memoria, oblio. La Giornata della Memoria che si celebra mentre scrivo ci propone una sfida che a quanto pare è sempre attuale: confrontarsi con un archetipo, il Male Assoluto – la Shoah – e quanto di questo male risiede in noi stessi, quanto riusciamo a razionalizzarlo, a farlo nostro nel senso di capire quanto questo male sia replicabile, quanto ne possiamo accettare.

Nei commenti comparsi su rete in questi giorni fronteggiamo uno standard italiano classico: nonostante la Giornata della memoria riguardi anche le vittime del fascismo, che fino a prova contraria è stato un fenomeno nostrano e nonostante la Risiera di San Sabba sia un orrore sorto in territorio italiano, alcuni italiani guardano tradizionalmente e a dispetto della propria collocazione ideologica con estremo fastidio alla coltivazione della memoria dello sterminio ebraico operato dalla Germania nazista.   La relativizzazione colpisce duro: su web e su Facebook fioriscono post e articoli in cui si mischiano le mele con le pere, si dice, ma perché dobbiamo celebrare Auschwitz e ignorare Londonderry, Gaza o il Ruanda?

In realtà non esiste motivo di ignorare nulla e per una semplicissima ragione: tutti gli stermini moderni vengono da lì, dai camini di Auschwitz e Buchenwald. Dai sei milioni di ebrei che a tanti fa evidentemente scomodo ricordare siano stati trasformati in cenere. Perché? Perché si tratta, in fondo, di un crimine collettivo, di fronte al quale tacquero e furono – e sono – reticenti in tanti, a cominciare proprio dalle Potenze Democratiche che solo con colpevole ritardo vollero vedere ciò che accadeva in Germania, per rivestire infine la Seconda Guerra Mondiale anche del compito di mettere fine a tutto questo. Quando il peggio era già accaduto. Ma cosa stava accadendo? Qualcosa di radicalmente nuovo e inimmaginabile prima: uno sterminio industriale.

Iniziato in sordina, cominciato  in modo incerto e tentennante e poi trasformato nel più grande crimine della storia: organizzato, efficientistico, capitalistico. Chi lo mise in atto trovò i sistemi più veloci e insieme produttivi, mise insieme la sostanza venefica più adatta, il Zyklon-B che diffuso dalle docce dei lager provocava la morte in pochi minuti; poi pensò a un rapido smaltimento dei cadaveri tramite i forni, non senza prima avere anche elaborato un criterio per il recupero di oro e altri metalli dalle otturazioni, di capelli e quant’altro. Uno sterminio che fece da modello già sul momento, perché per i camini passarono a migliaia anche altri esseri umani raggruppati in categorie di “indesiderabili”: zingari, omosessuali, oppositori politici. E si era appunto iniziato a spanne, come in questi ultimi anni stiamo scoprendo con orrore, levando di mezzo disabili, anziani, malati cronici.

L’essere umano privato di quelli che qualcuno oggi chiamerebbe “rami secchi” e ridotto a risorsa, un po’ quello che succederebbe, che abbiamo visto succedere in alcuni film di fantascienza, quando sono gli alieni a fare i nazisti della situazione, invadendoci e trasformandoci in bestiame. Un incubo, quello della Guerra dei Mondi, che gli ebrei hanno già vissuto, pellicole sf che sono metafora di una storia già vista: l’eliminazione del capro espiatorio ridotto a nemico mortale perché considerato “diverso”. Uno standard antico, che ci accomuna tutti. Il nazismo, dunque, come metafora e punto più alto della ferocia dell’Europeo. E ciò nonostante ci si assolve: un crimine del genere, perpetrato da un Paese della civilissima Europa, adesso base fondante dell’UE, viene oggi spogliato di significato. Come? Nell’espressione di un evidente fastidio, per non dire odio, per Israele.

Certo che sia che Israele non si distingua per gentilezza nei confronti dell’etnia araba, dato per scontato che esista una contrapposizione storica in cui la collocazione di uno Stato Ebraico nel cuore di un contesto ostile e “altro”, ma contemporaneamente così “simile”, non sia stata l’idea più brillante del secolo e che abbia invece causato ingiustizie e lutti in una sanguinosa catena di cui non si vede la fine, ciò che è strategicamente sbagliato è negare l’Olocausto ponendolo sullo stesso piano di altri stermini. L’Olocausto è tale perché unico. Da esso discende tutto il resto. Nessun morto, nessuna strage conta più di altre, ma livellarle tutte significa alla fine dimenticare tutto, giustificare tutto, per poi meglio isolare chi non ci piace.

La sinistra italiana ha in tradizionale antipatia Israele e in altrettanto tradizionale simpatia la Palestina: vuoi perché nel passato remoto i palestinesi incarnavano un ideale progressista e laico; vuoi per il solidissimo asse fra Tel Aviv e Washington. Insomma, Israele si presta storicamente a fare da Grande Satana per ideologie che si compattano contro un nemico. Ormai però, lasciando da parte la mai troppo ricordata parentesi terroristica, i palestinesi mutuano da tempo comportamenti e linguaggi simili a quelli del resto del mondo arabo e islamico radicale, dove sempre più spesso l’integralismo religioso prende il posto del dialogo e della razionalità. Posizione che, va detto, molte fazioni ebraiche intransigenti di fatto condividono. Ciò che non si capisce è perché una sinistra laica dovrebbe prendere acriticamente posizione a favore di un integralismo piuttosto che di un altro contrapposto, solo perché a uno (quello arabo e islamico) corrisponderebbe uno ius soli giustificato dalla sua umiliazione e all’altro (quello ebraico e israeliano) no. In fondo, qualcuno sembra pensare, gli ebrei non hanno casa. Perché dargliela proprio in Palestina?

Per dirla con chi contesta l’unicità dell’Olocausto, allora non c’è solo lo ius soli dei palestinesi a essere calpestato, ma tanti altri. Perché non battersi, per esempio, per un ritorno delle isole Falkland all’Argentina, o della Bielorussia alla Russia, o della Polonia alla Lituania, o dello stesso Sud Tirolo all’Austria? Ci sarebbero tanti esempi di questo tipo, ma curiosamente a un certo tipo di opinione pubblica interessano solo alcuni modelli, e non tutti. Per tacere del tutto di come conciliare questo sposare posizioni apertamente nazionalistiche con gli ideali contrari a ogni frontiera che caratterizzano ideologie come quelle che hanno dato origine all’attuale sinistra italiana, antagonista e no. Perché dovrebbe esserci uno Stato palestinese se si nega il diritto di cittadinanza allo Stato ebraico? E perché dovrebbero esserci Stati così religiosamente caratterizzati?

La rabies ideologica finisce insomma per accecare. L’antipatia per Israele è per qualcuno cemento da “spogliatoio”, un must indiscutibile. Quel che rattrista è constatare gli effetti di questo filtro: se la memoria  dell’Olocausto langue, cresce naturalmente l’indifferenza e quindi l’ostilità nei confronti dei “diversi”: in Italia ne patiscono etnie come i cinesi, chi ha la pelle più scura di quello che qualcun altro riesce a sopportare; ne patiscono gli stessi islamici con i loro riti religiosi che tanto turbano certi occidentali.

Sarebbe già intollerabile, ma non ci si ferma qui.

Cominciano a patirne anche i disabili. Ipocritamente raccolti sotto l’orrido eufemismo politicamente corretto di “diversamente abili”, li si parifica nominalmente a chi vive con agio normale la vita di tutti i giorni, mentre gli si tolgono risorse economiche essenziali per poter condurre un’esistenza solo accettabile. Quando non diventano prede del branco che li irride e poi posta l’impresa su YouTube. Ne patiscono gli anziani: sempre più di frequente si sente di maltrattamenti in strutture sanitarie dedicate, se non di sevizie. Patiscono donne e bambini.

Il Male Assoluto che è in noi, se negato, parificato ad altri mali di cui è esso è stato origine, risorge, torna, ci impregna di sé, ci inquina. Per questo occorre ricordare, saper distinguere. Per capire, fermarsi, riflettere, e vergognarsi anche un po’ di ciò che siamo.

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Informazioni su gstocco

giornalista RAI e scrittore
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